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Pelé: il re del calcio che ha cambiato lo sport

Pelé: il re del calcio che ha cambiato lo sport

Pelé documentario Netflix: tutto quello che devi sapere sul film che racconta il re del calcio

Mettetevi comodi, perché questa è una di quelle storie che non si raccontano in fretta. Il pelé documentario netflix — titolo completo Pelé: il re del calcio — è approdato sulla piattaforma il 23 febbraio 2021, firmato dai registi David Tryhorn e Ben Nicholas e prodotto da Kevin Macdonald. Non è il solito ritratto celebrativo in cui si infilano highlight su highlight con una colonna sonora epica: è qualcosa di più stratificato, più onesto, capace di guardare dentro la leggenda e trovare anche l’uomo che ci vive dentro.

Edson Arantes do Nascimento — questo il nome anagrafico di chi il mondo intero conosce semplicemente come Pelé — è probabilmente il nome più riconoscibile nella storia del calcio mondiale. Eppure, paradossalmente, la sua storia rischiava di restare confinata ai libri di statistica, ai filmati in bianco e nero sgranati, alla memoria dei nonni. Il documentario di Tryhorn e Nicholas ha il merito di riportarla in vita con materiale d’archivio raro e con la voce dello stesso protagonista, che riflette sulla propria carriera con una lucidità e una malinconia che lasciano il segno.

Chi c’è dietro la macchina da presa: Tryhorn, Nicholas e Macdonald

La scelta dei registi non è casuale. David Tryhorn e Ben Nicholas portano al progetto una sensibilità documentaristica che punta al racconto umano senza sacrificare il rigore storico. La produzione di Kevin Macdonald — nome che nel mondo del documentario sportivo e non solo porta con sé un peso specifico notevole — garantisce una costruzione narrativa solida, capace di tenere insieme decenni di storia in modo fluido e coinvolgente.

Il risultato è un documentario che non si limita a celebrare i gol e i trofei, ma scava nelle contraddizioni di un’epoca, nel rapporto tra un campione e il proprio paese, tra la gloria individuale e il peso collettivo di rappresentare un’intera nazione. Chi si aspettava un prodotto patinato e autocelebrativo si troverà davanti a qualcosa di più complesso e, proprio per questo, molto più interessante.

Tre Coppe del Mondo: la struttura narrativa del documentario

Il documentario costruisce la propria architettura narrativa attorno a uno dei dati più straordinari della storia dello sport: Pelé ha vinto tre Coppe del Mondo. Tre. Un numero che oggi suona quasi mitologico, e che il film usa come colonna vertebrale per attraversare epoche, contesti politici e sportivi profondamente diversi tra loro.

Non si tratta di una semplice successione cronologica di eventi. Tryhorn e Nicholas scelgono di usare quei tre tornei come tre capitoli distinti, ognuno con la propria atmosfera, le proprie tensioni, i propri personaggi. È una scelta registica intelligente, perché permette allo spettatore di non perdersi nella vastità di una carriera che copre decenni, ma di trovare sempre un ancoraggio narrativo preciso.

Il materiale d’archivio utilizzato è raro e spesso sorprendente: immagini che molti appassionati di calcio non hanno mai visto, filmati che restituiscono la texture visiva e sonora di un’epoca lontana con una vivacità inaspettata. Accanto alle immagini, le interviste allo stesso Pelé che riflette sulla propria carriera con distanza critica e nostalgia insieme — un equilibrio difficile da trovare, e che il documentario riesce a mantenere con grande mestiere.

Le voci dei compagni: Zagallo, Amarildo, Jairzinho

Uno degli aspetti più preziosi del pelé documentario netflix è la presenza di testimoni diretti. Non opinionisti, non storici del calcio, non giornalisti: i compagni di squadra, quelli che erano in campo con lui, che hanno vissuto quei momenti dall’interno. Zagallo, Amarildo e Jairzinho portano al documentario una dimensione che nessuna ricerca archivistica potrebbe sostituire: il ricordo vivo, personale, carico di emozione autentica.

Pelé: il re del calcio che ha cambiato lo sport (2)
Immagine generata con AI

Le loro testimonianze non sono semplici aneddoti da spogliatoio. Sono finestre su un modo di intendere il calcio, la squadra, il sacrificio collettivo che oggi rischia di sembrare quasi incomprensibile in un’epoca di individualismo esasperato e mercati miliardari. Sentire Zagallo parlare di quella squadra, di quei momenti, di quel giocatore, è un’esperienza che vale da sola il tempo investito nella visione.

Jairzinho, in particolare, porta una prospettiva interessante: lui stesso era un campione di altissimo livello, eppure la sua narrazione non è mai inficiata da rivalità o da ombre di gelosia. C’è rispetto, ammirazione, e anche quella complicità che si costruisce solo condividendo qualcosa di irripetibile. Amarildo, dal canto suo, offre uno sguardo su una fase specifica della carriera di Pelé che il documentario esplora con attenzione particolare.

Il 1970 e la finale contro l’Italia: un momento che la storia non dimentica

Se c’è un momento che il documentario porta sullo schermo con particolare intensità, è la Coppa del Mondo del 1970 in Messico. Quella squadra brasiliana è ancora oggi considerata da molti appassionati e storici del calcio come una delle più belle mai viste giocare: un collettivo straordinario, capace di unire tecnica, fantasia e efficacia in modo che sembrava quasi soprannaturale.

La finale contro l’Italia, giocata il 21 giugno 1970 allo Stadio Azteca di Città del Messico, si concluse con un risultato netto e inequivocabile: Brasile 4, Italia 1. Un punteggio che racconta da solo la distanza tra le due squadre in quella giornata, ma che il documentario si preoccupa di contestualizzare e spiegare, mostrando come quella vittoria fosse il frutto di un percorso lungo e consapevole, non di un semplice exploit.

Il Brasile del 1970 non era solo Pelé, anche se Pelé ne era il simbolo e il cuore pulsante. Era una squadra costruita con cura e intelligenza, capace di esprimere un calcio totale che anticipava in molti sensi le evoluzioni tattiche degli anni successivi. Il documentario ha il merito di restituire questa complessità, evitando la trappola del racconto monocentrico in cui tutto ruota attorno a un solo protagonista.

Per chi vuole approfondire il contesto storico di quella Coppa del Mondo, Esquire Italia ha dedicato un approfondimento al documentario che vale la pena leggere per capire meglio le coordinate culturali e politiche in cui si inserisce la storia raccontata da Tryhorn e Nicholas.

Pelé e il Brasile: il peso di essere un simbolo nazionale

Uno degli aspetti più interessanti e meno scontati del documentario è il modo in cui affronta il rapporto tra Edson Arantes do Nascimento e il Brasile come nazione. Non è una relazione semplice o lineare. È un legame carico di aspettative, di proiezioni collettive, di pressioni che pochi esseri umani nella storia hanno dovuto portare sulle proprie spalle.

Il Brasile degli anni in cui Pelé giocava era un paese attraversato da tensioni profonde: sociali, politiche, economiche. Il calcio — e Pelé in particolare — diventava uno specchio in cui la nazione cercava di vedere riflessa la propria identità, i propri sogni, la propria grandezza. Essere il simbolo di tutto questo non è un privilegio privo di costi: è una responsabilità che può diventare schiacciante.

Il documentario esplora questa dimensione con sensibilità e senza retorica facile. Le interviste allo stesso Pelé mostrano un uomo consapevole del proprio ruolo storico, ma anche capace di guardare a quel ruolo con una certa ironia e distanza critica. Non c’è autocompiacimento, non c’è la posa del monumento vivente: c’è una persona che ha vissuto qualcosa di straordinario e cerca di raccontarlo con onestà.

Il materiale d’archivio: un tesoro visivo che vale da solo la visione

Non si può parlare del pelé documentario netflix senza soffermarsi sulla qualità e sulla rarità del materiale d’archivio utilizzato. Tryhorn e Nicholas hanno evidentemente lavorato a lungo per recuperare immagini che non circolano normalmente, filmati che restituiscono un’epoca con una freschezza visiva sorprendente.

Vedere Pelé in movimento, in quelle immagini spesso granulate e dai colori saturi tipici delle pellicole dell’epoca, è un’esperienza quasi fisica. C’è qualcosa nel modo in cui si muoveva in campo — una combinazione di potenza, eleganza e imprevedibilità — che anche attraverso uno schermo e a distanza di decenni riesce a trasmettere qualcosa di unico. Non è nostalgia: è il riconoscimento di un talento che trascende il proprio tempo.

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Immagine generata con AI

Il lavoro di montaggio che integra questo materiale con le interviste contemporanee è uno dei punti di forza tecnici del documentario. La transizione tra passato e presente non è mai brusca o didascalica: c’è un ritmo narrativo che tiene lo spettatore agganciato senza mai forzare la mano emotivamente.

Dove vedere il documentario e come inquadrarlo nel panorama dei doc sportivi

Il documentario è disponibile su Netflix Italia alla pagina ufficiale del titolo, accessibile con qualsiasi abbonamento attivo alla piattaforma. Rilasciato il 23 febbraio 2021, è rimasto nel catalogo come uno dei titoli di punta della sezione documentari sportivi della piattaforma.

Nel panorama sempre più affollato dei documentari sportivi su Netflix e sulle altre piattaforme di streaming, Pelé: il re del calcio si distingue per la qualità del materiale d’archivio, per la scelta di dare spazio alle voci dei protagonisti diretti e per la capacità di contestualizzare la storia sportiva all’interno di una storia più ampia — quella di un paese, di un’epoca, di un modo di intendere il gioco del calcio che oggi appartiene definitivamente alla storia.

Non è un documentario che si rivolge solo agli appassionati di calcio. È un ritratto di un’epoca e di un uomo che chiunque ami il cinema documentaristico di qualità può apprezzare, indipendentemente dal proprio rapporto con lo sport. La storia di Edson Arantes do Nascimento è, in fondo, una storia universale: quella di qualcuno che ha portato sulle proprie spalle il peso di essere straordinario, e ha trovato un modo per farlo senza perdersi.

Perché vale la pena (ri)vederlo oggi

A oltre quattro anni dalla sua uscita, il pelé documentario netflix non ha perso nulla della propria forza. Anzi: in un momento storico in cui il calcio è sempre più dominato da logiche finanziarie e mediatiche che poco hanno a che fare con il gioco in sé, guardare questo documentario ha quasi il sapore di un atto di resistenza culturale.

Ricordarsi di cosa ha rappresentato Pelé — non come brand, non come icona commerciale, ma come calciatore e come uomo — è un esercizio utile e necessario. Le tre Coppe del Mondo, la finale del 1970 vinta 4-1 contro l’Italia, le testimonianze di Zagallo, Amarildo e Jairzinho: tutto questo non è nostalgia fine a se stessa. È la documentazione di un modo di giocare e di essere che ha lasciato un segno indelebile nella storia dello sport.

Tryhorn, Nicholas e Macdonald hanno confezionato un prodotto che rispetta il proprio soggetto senza idolatrarlo, che racconta la storia senza semplificarla, che emoziona senza manipolare. Per chi non l’ha ancora visto, è un’occasione da non perdere. Per chi l’ha già visto, è uno di quei documentari che meritano una seconda visione — perché la seconda volta si notano dettagli che la prima volta si è lasciati scorrere via, travolti dall’emozione del racconto.

Il calcio, quello vero, quello che ti fa venire i brividi, passa anche da qui: da un documentario ben fatto, da immagini d’archivio che sembrano appena girate, dalla voce di un uomo che ha vissuto qualcosa di irripetibile e ha avuto la generosità di raccontarcelo.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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