Due film, un solo titolo: quando “The Gift” diventa un’ossessione cinematografica
Capita raramente che due film distinti condividano lo stesso titolo e appartengano entrambi allo stesso genere, eppure sia il pubblico sia la critica continuino a parlarne a distanza di anni dall’uscita. È esattamente quello che succede con the gift thriller — o meglio, con i due The Gift che il cinema ci ha regalato: uno nel 2000, diretto da Sam Raimi, e uno nel 2015, opera prima di Joel Edgerton. Due film diversissimi per tono, ambientazione e approccio narrativo, ma accomunati da una capacità rara di restare sotto pelle ben oltre i titoli di coda. Se siete cinefili con il pallino per i thriller che sanno mordere, mettetevi comodi: c’è parecchio da raccontare.
The Gift (2000): Sam Raimi abbandona l’horror splatter e sorprende tutti
Chi conosce Sam Raimi principalmente come l’artefice della trilogia di Evil Dead o come il regista che ha portato Spider-Man sul grande schermo, potrebbe restare spiazzato davanti al The Gift del 2000. Qui Raimi smette i panni del maestro del gore e abbraccia un registro completamente diverso: quello del thriller soprannaturale, malinconico, radicato in una provincia americana che trasuda segreti e superstizioni.
La storia è ambientata nella Georgia rurale e ha al centro Annie Wilson, una giovane vedova interpretata da una straordinaria Cate Blanchett. Annie ha un dono — appunto, un “gift” — che le permette di vedere cose che gli altri non possono: è una chiaroveggente, una lettrice di carte che aiuta i compaesani a fare i conti con i loro demoni interiori. Ma quando una visione particolarmente violenta si rivela profetica, Annie si trova coinvolta in un’indagine che la porterà a scavare nei segreti più oscuri della sua piccola comunità .
La sceneggiatura porta la firma di Billy Bob Thornton e Tom Epperson — una coppia di scrittori texani con il talento per i ritratti di provincia spietata e autentica. Thornton, che in quegli anni era all’apice della sua parabola creativa, porta nel testo quella conoscenza viscerale del Sud americano che aveva già mostrato in Sling Blade: personaggi che sembrano usciti da un romanzo di Flannery O’Connor, con le loro contraddizioni, le loro violenze represse, la loro fede primitiva e la loro diffidenza verso chi è “diverso”.
Un cast da far girare la testa
Con 111 minuti di durata, The Gift del 2000 non spreca un secondo e si avvale di un cast che, guardandolo oggi, lascia ancora a bocca aperta. Accanto a Cate Blanchett — in uno dei suoi ruoli più sottovalutati, capace di trasmettere fragilità e forza con la stessa naturalezza — troviamo Keanu Reeves in una parte sorprendentemente contro-tipo: un uomo violento, minaccioso, lontanissimo dall’eroismo patinato di Neo. È una delle interpretazioni più coraggiose della sua carriera, e dimostra quanto Reeves sappia stupire quando si libera delle aspettative del pubblico.
Poi c’è Hilary Swank, che in quegli anni stava costruendo la sua reputazione come una delle attrici più intense della sua generazione, e Katie Holmes, in un ruolo che all’epoca fece molto discutere per la sua audacia. Il risultato è un ensemble di rara coesione, dove ogni personaggio porta con sé un pezzo di mistero che si incastra nel mosaico narrativo complessivo.
Raimi dirige con una mano ferma e sorprendentemente sobria: niente jump scare gratuiti, niente effetti speciali vistosi. Le visioni di Annie sono inquietanti proprio perché sembrano reali, quasi documentaristiche. La fotografia satura di verde e grigio della Georgia rurale contribuisce a creare un’atmosfera opprimente, in cui il soprannaturale non è mai distaccato dalla realtà sociale — anzi, ne è quasi una proiezione. Per approfondire il film dal punto di vista critico, vale la pena visitare la scheda su Spietati.it, uno dei migliori archivi italiani di recensioni cinematografiche.
The Gift (2015): Joel Edgerton firma un thriller psicologico perfetto
Quindici anni dopo, arriva un altro The Gift — e anche questa volta il titolo si rivela perfettamente scelto, perché il film è davvero un dono per gli amanti del thriller psicologico più raffinato. Joel Edgerton, attore australiano noto al grande pubblico per ruoli in film come Zero Dark Thirty e Warrior, decide di mettersi dietro la macchina da presa per la prima volta, scrivendo anche la sceneggiatura. Il risultato è un’opera prima di straordinaria maturità , che dimostra come il genere thriller possa ancora dire cose nuove se messo nelle mani giuste.
La storia parte da una premessa apparentemente semplice: Simon (Jason Bateman) e Robyn (Rebecca Hall) sono una coppia di sposi che si trasferisce in California per ricominciare. La vita sembra sorridere loro, finché Simon non incontra per caso Gordo (Joel Edgerton stesso), un vecchio compagno di scuola. Gordo inizia a farsi vivo con regali e visite sempre più frequenti, finché la presenza ossessiva dell’uomo non comincia a mettere a disagio Robyn — e a far emergere un segreto dal passato di Simon che cambierà tutto.
Il vero thriller è quello che ribalta le aspettative
Ciò che rende il the gift thriller del 2015 così straordinariamente efficace è la sua capacità di sovvertire continuamente le aspettative dello spettatore. All’inizio sembra un classico stalker movie: c’è il protagonista simpatico e di successo, c’è la moglie vulnerabile, c’è lo “strano” che torna dal passato. Ma Edgerton è troppo intelligente per accontentarsi di questo schema. Man mano che la storia avanza, i ruoli si invertono, le certezze si sgretolano, e chi sembrava il villain si rivela qualcosa di molto più complesso — e chi sembrava il protagonista eroico diventa qualcosa di molto più oscuro.
Jason Bateman, noto soprattutto per i suoi ruoli comici in serie come Arrested Development, offre qui una delle interpretazioni più sorprendenti della sua carriera. Simon è affascinante, sicuro di sé, apparentemente irreprensibile — ma Bateman riesce a far trasparire, in ogni sorriso e in ogni gesto, una vena di crudeltà sottile che diventa sempre più evidente col passare dei minuti. È un lavoro di sottrazione, di controllo millimetrico, che richiede una tecnica attoriale non comune.
Rebecca Hall porta Robyn a essere il cuore emotivo del film: è lei la figura con cui lo spettatore si identifica, lei che percepisce per prima le crepe nella facciata perfetta del marito, lei che deve fare i conti con una verità che avrebbe preferito non scoprire. E Joel Edgerton, nel doppio ruolo di regista e attore, costruisce Gordo con una complessità rara: non è il mostro che sembra, ma non è nemmeno l’innocente che vorrebbe apparire. È un personaggio che vive in una zona grigia morale in cui è impossibile non riconoscere qualcosa di umano.
Jason Blum e la scuola del thriller a basso budget
Non si può parlare del The Gift del 2015 senza menzionare Jason Blum, il produttore che ha rivoluzionato il modo di fare horror e thriller nell’ultimo decennio. Blum — già produttore di film come Whiplash e la saga di The Purge — ha costruito la sua filosofia produttiva attorno a un’idea semplice ma rivoluzionaria: dare ai registi la massima libertà creativa in cambio di budget contenuti. Il risultato, nel caso di The Gift, è un film che non si vede mai “povero” — anzi, la scarsità di risorse sembra aver spinto Edgerton a concentrarsi su ciò che conta davvero: la psicologia dei personaggi, la tensione costruita con la regia e il montaggio, il peso del silenzio.
Il film ha ottenuto su IMDb un punteggio di 7.0, classificato nelle categorie Drama, Mystery e Thriller — un risultato che riflette il consenso del pubblico generalista, ma che probabilmente sottostima la qualità di un’opera che i cinefili più attenti continuano a rivalutare nel tempo. È il tipo di film che migliora alla seconda visione, quando si sa già dove va a parare e si possono apprezzare tutti i dettagli che Edgerton ha seminato con cura lungo il percorso.
Cosa accomuna i due The Gift: anatomia di un titolo perfetto
Mettere a confronto i due The Gift è un esercizio critico affascinante, perché rivela quanto lo stesso titolo possa contenere significati radicalmente diversi. Nel film di Raimi, il “dono” è letterale: Annie ha una capacità soprannaturale che la distingue dalla comunità e che diventa al tempo stesso la sua forza e la sua condanna. Il dono la isola, la rende vulnerabile, ma è anche l’unico strumento che ha per fare giustizia.
Nel film di Edgerton, il “dono” è ironico e vendicativo: i regali che Gordo porta alla coppia sono all’inizio gesti di amicizia, poi diventano qualcosa di minaccioso, e infine si trasformano in qualcosa di completamente diverso — un “regalo” che Simon non avrebbe mai voluto ricevere. Il titolo funziona su più livelli, e ogni livello si rivela solo alla fine, quando il puzzle è completo.
Entrambi i film condividono anche un’altra caratteristica fondamentale: il rapporto tra il visibile e il nascosto. In entrambi i casi, la superficie delle cose — la comunità apparentemente normale, la coppia apparentemente felice — nasconde qualcosa di marcio. E in entrambi i casi, è una figura femminile — Annie in un caso, Robyn nell’altro — a essere il tramite attraverso cui la verità viene a galla. Non è un caso: il thriller psicologico ha spesso usato la prospettiva femminile come strumento per mettere in discussione le strutture di potere maschile, e questi due film ne sono esempi particolarmente lucidi.
Perché vale la pena (ri)vederli oggi
In un’epoca in cui il mercato dell’intrattenimento è saturo di thriller che promettono colpi di scena e poi deludono, i due The Gift rappresentano qualcosa di prezioso: film che hanno fiducia nell’intelligenza dello spettatore, che costruiscono la tensione con pazienza, che non si accontentano di spaventare ma vogliono far pensare. Il the gift thriller — in entrambe le sue incarnazioni — è cinema che lascia il segno non per la spettacolarità delle sue scene, ma per la profondità dei suoi personaggi e la precisione chirurgica con cui smonta le nostre certezze.
Il film di Raimi è una riflessione sul coraggio di vedere ciò che gli altri preferiscono ignorare, sul prezzo sociale che si paga per la verità in una comunità chiusa e diffidente. Quello di Edgerton è un’indagine spietata sulla tossicità del potere nelle relazioni interpersonali, su come il passato non scompaia mai davvero e su come il confine tra vittima e carnefice sia spesso molto più sottile di quanto vorremmo credere.
Se non li avete mai visti, avete un doppio appuntamento imperdibile con due dei thriller più intelligenti degli ultimi trent’anni. Se li avete già visti, è il momento perfetto per una revisione: entrambi i film riservano sorprese diverse a ogni visione, e questa è forse la definizione più precisa di cinema che davvero vale la pena di frequentare. Mettetevi comodi, spegnete il telefono, e lasciate che il dono faccia il suo lavoro.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








