C’è un momento preciso in cui il cinema di genere smette di essere semplice intrattenimento e diventa qualcosa di più inquietante, di più personale, di più necessario. The Days Off (Los DÃas Libres), opera prima della regista argentina Lucila Mariani, arriva alla Locarno Film Festival 2026 nella sezione Concorso Cineasti del Presente portando con sé una proposta rara: usare il lucid dreaming horror film come lente per guardare l’adolescenza, l’identità femminile e il rapporto sempre più labirintico che le nuove generazioni intrattengono con la tecnologia. Ottantaquattro minuti, quattro paesi di coproduzione — Argentina, Brasile, Messico e Francia — e una storia che si svolge in un futuro prossimo, sotto l’ombra di un’eclissi solare incombente. Mettetevi comodi: questo è il tipo di debutto che non si dimentica facilmente.
Una protagonista di dodici anni al centro di tutto
Il cuore pulsante del film è Bego, una ragazza di dodici anni che cerca il suo posto nel mondo — dentro la famiglia, tra le coetanee, in quella terra di nessuno emotiva che è la preadolescenza. Mariani sceglie un punto di vista preciso e non negoziabile: lo sguardo di una bambina che non è ancora donna ma che sente già il peso di dover diventarlo, in fretta, in un’estate che non finisce mai.
La scelta di Bego come protagonista non è casuale. Il cinema latinoamericano contemporaneo ha una lunga tradizione di sguardi femminili sull’infanzia e sulla crescita — basti pensare a quanto il cinema argentino degli ultimi vent’anni abbia esplorato le tensioni familiari con una precisione quasi chirurgica. Mariani si inserisce in questa tradizione ma la piega verso territori insoliti, quelli del perturbante e dell’orrore psicologico, senza mai abbandonare la dimensione intima e relazionale della sua protagonista.
Bego non è un’eroina nel senso classico del termine. È una ragazza che osserva, che ascolta, che cerca. Il suo conflitto non è con un mostro esterno ma con qualcosa di molto più scivoloso: il desiderio di appartenere, di essere vista, di trovare una versione di sé stessa che le vada bene. E in questo senso, il film parla a chiunque abbia mai vissuto quella strana solitudine che si prova anche in mezzo agli altri.
Il lucid dreaming come porta verso altri mondi — e verso l’orrore
Il meccanismo narrativo centrale di The Days Off è il sogno lucido — quella pratica in cui il sognatore è consapevole di trovarsi in un sogno e, in alcuni casi, riesce a manipolarne il contenuto. Ma Mariani non si ferma qui. Il film introduce una pratica chiamata shifting, un fenomeno reale che ha preso piede nelle comunità online di adolescenti: la convinzione di poter spostare la propria coscienza in realtà alternative, in mondi paralleli, in versioni diverse della propria vita.
Lo shifting è diventato un vero e proprio movimento culturale tra i teenager di tutto il mondo, con tutorial su come “spostarsi” in un’altra realtà durante il sonno, tecniche di visualizzazione, script dettagliati che descrivono la realtà di destinazione. È un fenomeno che mescola spiritualità new age, fantascienza pop e una profonda insoddisfazione per il presente — esattamente il tipo di materiale grezzo che un regista visionario sa trasformare in cinema.
Mariani prende questo fenomeno sul serio, senza deriderlo né santificarlo. Nel film, le adolescenti che praticano lo shifting non sono sciocche o credulone: sono ragazze che cercano un’uscita di emergenza da una realtà che le opprime. E quando quella pratica inizia a produrre conseguenze reali — o forse solo percepite come reali, il confine è deliberatamente sfumato — il film entra nel territorio del lucid dreaming horror film con una naturalezza che fa quasi paura.
👉 Leggi anche: 'I Rarely Wake Up Dreaming': il dramma ucraino-tedesco di Isabelle Stever a Locarno e New York
È qui che The Days Off si distingue dai tanti film di genere che usano il sogno come escamotage narrativo. Non si tratta di una trappola onirica à la Nightmare on Elm Street, né di un thriller psicologico in cui il protagonista non riesce a distinguere sogno e realtà . Mariani costruisce qualcosa di più sottile: un’atmosfera in cui la permeabilità tra dimensioni diverse — reale, onirica, digitale — diventa essa stessa la fonte dell’orrore. Non c’è un mostro. C’è qualcosa di molto peggio: l’incertezza.
Un futuro prossimo, un’estate senza fine, un’eclissi che si avvicina
La scelta del setting è uno degli elementi più affascinanti del film. The Days Off è ambientato in un futuro prossimo, durante un’estate che sembra non voler finire — una vacanza scolastica che si allunga, si dilata, diventa un tempo sospeso in cui le regole normali sembrano non applicarsi più. E sullo sfondo, come una minaccia silenziosa e cosmica, si avvicina un’eclissi solare.
L’eclissi è un’immagine potente e antica. Nella storia del cinema e della letteratura, l’oscuramento del sole ha sempre significato qualcosa: la fine di un’era, un presagio, un momento di passaggio. Qui Mariani la usa con intelligenza, come correlativo oggettivo dello stato interiore di Bego e delle sue coetanee. L’estate infinita è il tempo dell’adolescenza stessa — quel periodo in cui il futuro sembra lontanissimo e il presente si dilata fino a diventare insopportabile. L’eclissi è il momento in cui qualcosa deve necessariamente cambiare.
Il futuro prossimo come sfondo è una scelta che permette alla regista di parlare del presente senza la pressione del realismo documentaristico. Non siamo in un futuro fantascientifico pieno di gadget e distopie esplicite: siamo in un domani che assomiglia moltissimo a oggi, con la stessa tecnologia, le stesse dinamiche sociali, le stesse angosce — solo leggermente amplificate, come in un sogno in cui le proporzioni sono un po’ sbagliate.
Identità femminile e tecnologia: il terreno su cui cresce l’orrore
Uno dei temi più ricchi di The Days Off è il rapporto tra identità femminile e tecnologia. Mariani esplora come le ragazze di oggi — e di domani — costruiscano la propria identità attraverso schermi, community online, pratiche condivise che nascono e si diffondono nell’ecosistema digitale.
Lo shifting è un esempio perfetto di questo meccanismo. Non è una pratica che esiste in isolamento: è un fenomeno sociale, alimentato da video, forum, gruppi di discussione, da una rete di ragazze che si insegnano l’una con l’altra come “spostarsi”. La tecnologia non è solo lo strumento attraverso cui la pratica si diffonde: è parte integrante della sua logica, del suo immaginario, della sua promessa.
E qui il film tocca qualcosa di davvero interessante. La tecnologia, in The Days Off, non è né salvifica né demoniaca — è ambivalente, come tutto ciò che ha a che fare con il desiderio umano. Permette connessione e isolamento allo stesso tempo. Offre comunità e solitudine. Apre porte verso realtà alternative e chiude le porte verso la realtà immediata. È esattamente il tipo di ambivalenza che rende un lucid dreaming horror film così efficace quando è fatto bene: l’orrore non viene da fuori, viene da dentro, viene da noi stessi e dai nostri strumenti.
👉 Leggi anche: Locarno 79, Dario Albertini in Piazza Grande e la nuova generazione del cinema italiano
Il fatto che il film sia girato in spagnolo e portoghese — le due lingue dominanti dell’America Latina — e sia una coproduzione che coinvolge Argentina, Brasile, Messico e Francia dice molto sulla sua ambizione e sulla sua vocazione internazionale. Non è un film che vuole parlare solo a un pubblico nazionale: vuole intercettare qualcosa di universale nell’esperienza delle ragazze di oggi, in qualunque parte del mondo crescano.
Locarno 2026 e il Concorso Cineasti del Presente: il contesto giusto
La scelta di presentare The Days Off nella sezione Concorso Cineasti del Presente del Locarno Film Festival 2026 è significativa. Questa sezione è storicamente dedicata alle opere prime e seconde di registi che propongono uno sguardo originale e non convenzionale sul cinema contemporaneo. È il posto giusto per un film come questo: abbastanza coraggioso da sfidare le convenzioni di genere, abbastanza rigoroso da non scivolare nel puro intrattenimento.
Locarno è da sempre uno dei festival più attenti ai nuovi talenti e alle cinematografie emergenti. Il fatto che il film di Mariani abbia ottenuto la premiere mondiale in questo contesto è un segnale preciso: c’è qualcosa qui che vale la pena di vedere, qualcosa che il circuito festivaliero internazionale ha riconosciuto come degno di attenzione.
Il Concorso Cineasti del Presente ha lanciato nel corso degli anni numerosi registi che sono poi diventati voci importanti del cinema mondiale. Non è un trampolino di lancio nel senso commerciale del termine: è piuttosto un riconoscimento di una voce artistica che merita di essere ascoltata. E per un’opera prima come The Days Off, con la sua miscela insolita di orrore psicologico, dramma adolescenziale e riflessione sulla tecnologia, questo è esattamente il tipo di palcoscenico che può fare la differenza.
Inwave Films è la società che gestisce le vendite internazionali del film, il che suggerisce che The Days Off sia già posizionato per una distribuzione che va ben oltre i confini latinoamericani. In un mercato cinematografico in cui i film di genere provenienti da paesi non anglofoni faticano spesso a trovare spazio, avere un agente di vendita internazionale di questo tipo è un vantaggio concreto.
Perché questo film conta: il debutto come atto di coraggio
Fare un’opera prima è sempre un atto di coraggio. Fare un’opera prima che mescola orrore, sogno lucido, identità femminile e tecnologia in un contesto latinoamericano, con una protagonista di dodici anni e un’ambientazione in un futuro prossimo, è qualcosa di più: è un atto di fiducia nel cinema come strumento per dire cose che non si riescono a dire in altro modo.
Lucila Mariani non sembra interessata a fare un film “sicuro”. The Days Off è un’opera che prende rischi — narrativi, formali, tematici. Il rischio di affrontare il lucid dreaming horror film senza scivolare nei cliché del genere. Il rischio di mettere al centro un’esperienza femminile e adolescenziale senza cadere nel paternalismo o nella sentimentalità . Il rischio di parlare di tecnologia senza trasformarla in un semplice villain.
L’scheda ufficiale del film sul sito del Locarno Film Festival descrive un’opera che ha già convinto i selezionatori di uno dei festival più esigenti d’Europa. Ora tocca al pubblico — e poi, si spera, alla distribuzione internazionale — scoprire cosa ha in serbo questa regista argentina per il futuro del cinema di genere. Con The Days Off, Mariani ha già dimostrato di avere qualcosa da dire. Il modo in cui lo dice è quello che rende questo debutto davvero degno di nota: con la precisione di chi sa che ogni inquadratura è una scelta, e ogni scelta racconta qualcosa di vero su chi siamo quando sogniamo di essere altrove.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








