È arrivato nelle sale italiane il primo ottobre 2026 e porta con sé tutto il fascino oscuro di un thriller costruito attorno a un tema che, nell’era degli smartphone e dei filtri digitali, non potrebbe essere più contemporaneo. Photogame – Autoritratto di un’Ossessione è il nuovo film diretto da Alex Ruzzi, e parla di fotografia, di app, di identità e di quella sottile linea che separa la passione dalla mania. Il tipo di cinema italiano che, quando funziona, riesce a farti guardare il tuo telefono con occhi diversi.
Un thriller italiano che nasce da una domanda semplice: cosa succede quando riscopri qualcosa che ami?
Il protagonista si chiama Luca, è un imprenditore di Biella, e a un certo punto della sua vita decide di tornare alla fotografia, una passione che aveva messo da parte. Fin qui, nulla di strano: chiunque abbia mai rispolverato una vecchia macchina fotografica dal fondo di un armadio sa bene di cosa stiamo parlando. Il problema — e qui inizia il thriller — è che Luca incontra un’app. E da quel momento, la sua vita non sarà più la stessa.
La sceneggiatura porta le firme di Franco Ferrini, Nina Monica Scalabrin e dello stesso Alex Ruzzi. Il nome di Ferrini non è casuale: sceneggiatore di lungo corso con una carriera costruita su decenni di collaborazioni nel cinema di genere italiano, la sua presenza garantisce una certa solidità narrativa, quella capacità di costruire tensione attraverso i dettagli quotidiani che trasformano il familiare in inquietante. Quando un esperto del genere mette la firma su un thriller, c’è da aspettarsi che ogni elemento della storia — anche il più banale — sia lì per una ragione precisa.
Il photogame autoritratto ossessione che dà il titolo al film non è solo una suggestione poetica: è il meccanismo narrativo attorno a cui ruota tutta la vicenda. La fotografia come specchio, l’autoritratto come confessione involontaria, l’ossessione come punto di non ritorno. Tre parole che, messe insieme, descrivono un percorso psicologico preciso e inesorabile.
Il cast: volti italiani e internazionali per un thriller senza confini
Uno degli aspetti più interessanti di Photogame è la composizione del cast, che mescola talenti italiani e internazionali con una naturalezza che non sempre si vede nel cinema di genere nostrano. Stefano Pesce interpreta il protagonista Luca: attore di grande versatilità, capace di tenere lo schermo con una presenza fisica e psicologica che si adatta perfettamente al tipo di personaggio che il film richiede — un uomo comune che scivola lentamente verso qualcosa di straordinariamente pericoloso.
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Al suo fianco troviamo Anne Consigny, attrice francese di grande spessore, nota al grande pubblico internazionale per lavori che spaziano dal cinema d’autore al thriller. La sua presenza nel film è un segnale preciso: Photogame non vuole restare confinato nei confini del mercato italiano, ma ambisce a un respiro più ampio. Stessa riflessione vale per Clara Ponsot, altra presenza francofona che arricchisce il progetto di una dimensione europea.
Completano il cast Elisa Visari e Gloria Anselmi, due attrici italiane che negli ultimi anni hanno dimostrato di saper reggere il confronto con produzioni di qualità. Visari, in particolare, ha costruito una carriera capace di muoversi tra generi diversi con sicurezza crescente, e la sua partecipazione a un thriller di questa natura è un ulteriore passo in una direzione sempre più interessante.
Un ensemble eterogeneo, dunque, che riflette la natura stessa del film: un prodotto italiano che guarda all’Europa senza complessi, costruito su una storia universale — l’ossessione, la perdita di controllo, il doppio — raccontata attraverso un contesto molto preciso e riconoscibile.
Dalla fotografia analogica alle trappole digitali: il cuore tematico del film
C’è qualcosa di profondamente attuale nel modo in cui Photogame – Autoritratto di un’Ossessione sceglie di raccontare la sua storia. La fotografia, in quanto atto creativo, ha sempre avuto a che fare con il concetto di controllo: il fotografo decide cosa inquadrare, cosa escludere, come presentare la realtà. L’autoritratto, poi, porta questa dinamica all’estremo — chi si fotografa è al tempo stesso soggetto e autore, osservatore e osservato.
Ma cosa succede quando questo controllo viene ceduto a un’app? Quando l’algoritmo inizia a suggerire, a guidare, a condizionare? Il film di Ruzzi sembra voler esplorare proprio questo territorio, quello in cui la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa qualcosa di più ambiguo — un interlocutore, forse un manipolatore. È una domanda che nel 2026, con le app di fotografia basate sull’intelligenza artificiale ormai entrate nella vita quotidiana di milioni di persone, suona tutt’altro che fantascientifica.
La scelta di ambientare la storia a partire da Biella — città del Nord Italia con una forte identità industriale e una tradizione culturale spesso sottovalutata — aggiunge un ulteriore strato di interesse. Non è la Roma patinata dei thriller televisivi, non è la Milano da cartolina: è un contesto più opaco, più reale, che contribuisce a rendere la discesa di Luca nell’ossessione ancora più credibile e inquietante.
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Le anteprime: Roma, Torino, Venezia — il film conquista il territorio prima della sala
Prima di arrivare nelle sale il primo ottobre, Photogame ha percorso un itinerario di anteprime che ha toccato tre città italiane, ciascuna con la propria storia cinematografica. Il 28 settembre il film è stato proiettato a Roma, al Cinema Adriano, una delle sale storiche della capitale con una lunga tradizione di prime cinematografiche. Due giorni dopo, il 30 settembre, è stata la volta di Torino, con la proiezione al cinema Massaua: la città sabauda, sede del Museo Nazionale del Cinema e di uno dei festival più importanti d’Italia, è da sempre un terreno fertile per il cinema di qualità e di genere.
La terza tappa delle anteprime è prevista per il 6 ottobre a Venezia, al Cinema Rossini: una scelta che non è solo logistica, ma anche simbolica. Venezia è la città del festival cinematografico per eccellenza, e portare lì la premiere veneta di un thriller italiano significa inserire il film in un contesto di attenzione critica e culturale di primissimo livello.
Questo percorso di anteprime racconta qualcosa di preciso sulla strategia distributiva del film: non una semplice uscita in sala, ma un lavoro di costruzione del pubblico, di creazione di attesa, di dialogo con le comunità cinematografiche locali. Un approccio che richiede investimento e cura, e che segnala la fiducia dei produttori nel progetto.
Alex Ruzzi e la regia: un film che vuole essere visto al cinema
Parlare di Photogame – Autoritratto di un’Ossessione senza soffermarsi sulla regia di Alex Ruzzi sarebbe un errore. È lui il regista e co-sceneggiatore del progetto, il che significa che la visione che vediamo sullo schermo è profondamente sua — non mediata, non diluita. Ruzzi firma il film con la tripla responsabilità di chi ha concepito la storia, l’ha scritta e l’ha messa in scena: un atto di autorialità che nel cinema di genere italiano non è così comune.
Con una durata che si attesta tra i 100 e i 110 minuti, il film ha il respiro giusto per sviluppare la sua tensione senza affrettare i passaggi decisivi. Il thriller, come genere, vive di ritmo e di dosaggio: troppo veloce e brucia tutto, troppo lento e perde il pubblico. Quella finestra temporale suggerisce un film che sa dove vuole arrivare e si prende il tempo necessario per costruire il percorso.
Quello che Photogame porta nelle sale italiane in questo inizio di ottobre è, in definitiva, una proposta concreta per chi cerca un cinema capace di intrattenere e far riflettere allo stesso tempo. Un thriller che usa la fotografia — arte antica, linguaggio universale — come chiave per aprire qualcosa di più oscuro e personale. Per scoprire tutte le informazioni tecniche e i dettagli sul film, il riferimento è già online. Il resto, come sempre, va vissuto in sala — dove il buio e lo schermo grande fanno ancora la differenza.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








