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Monster: la quarta stagione di Ryan Murphy e Ian Brennan su Lizzie Borden

Monster: la quarta stagione di Ryan Murphy non salva il format dall'usura

C’è un nome che da oltre un secolo agita la cronaca nera americana, un caso rimasto irrisolto che ha alimentato romanzi, ballate popolari e decine di riadattamenti culturali: quello di Lizzie Borden, la donna accusata di aver ucciso il padre e la matrigna a colpi di ascia il 4 agosto 1892 a Fall River, Massachusetts, e poi acquittata in uno dei processi più clamorosi dell’epoca vittoriana. Ora è Ryan Murphy e Ian Brennan a raccogliere questa storia esplosiva per la quarta stagione della loro serie antologica Monster, disponibile su Netflix nel 2026, con Ella Beatty nei panni della protagonista e la presenza di Sarah Paulson nel ruolo di Aileen Wuornos. Un progetto ambizioso, che però solleva domande precise su quanto un format possa reggere prima di mostrare le proprie crepe.

Il caso Borden: un enigma che non smette di affascinare

Per capire perché Monster: La storia di Lizzie Borden esiste, bisogna prima capire perché Lizzie Borden non smette di esistere nell’immaginario collettivo. Il 4 agosto 1892 fu trovato morto Andrew Borden, padre di Lizzie, con undici colpi inferti alla testa. Poco dopo, il cadavere della moglie Abby — matrigna di Lizzie — fu rinvenuto nella stanza degli ospiti, con diciannove colpi. Lizzie fu arrestata, processata e, sorprendentemente per i canoni dell’epoca, acquittata. La giuria, composta esclusivamente da uomini, non riuscì a credere che una donna della sua estrazione sociale potesse compiere un crimine così brutale.

È proprio questa tensione — tra la brutalità del crimine e l’impossibilità, per la società vittoriana, di attribuirla a una donna rispettabile — a rendere il caso così fertile per la narrativa contemporanea. Murphy e Brennan lo sanno bene, e costruiscono la stagione attorno a questa contraddizione: Lizzie Borden come specchio di un sistema che opprime e poi si stupisce quando l’oppresso reagisce. La lettura femminista del caso non è nuova, ma nella cornice di Monster acquista una patina di urgenza moderna che, almeno nelle intenzioni, vuole parlare al presente.

Ella Beatty e il peso di incarnare un’icona ambigua

La scelta di Ella Beatty per il ruolo di Lizzie Borden è forse la decisione più interessante dell’intera stagione. Beatty porta sullo schermo una Lizzie sfaccettata, capace di oscillare tra la vittima di un contesto familiare soffocante e la figura capace di azioni che il pubblico non riesce — e forse non deve — giudicare in modo netto. È una performance che richiede equilibrio: troppa simpatia e il personaggio diventa una santa laica, troppa freddezza e si perde la complessità che rende il caso Borden ancora così discusso.

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La serie sembra consapevole di questa difficoltà e costruisce attorno a Beatty un apparato visivo e narrativo che cerca di sostenerla. I flashback sull’infanzia di Lizzie, la ricostruzione degli ambienti domestici dell’epoca, i dettagli della vita quotidiana a Fall River: tutto contribuisce a creare un contesto in cui le azioni della protagonista — qualunque esse siano state — non cadono nel vuoto ma emergono da un sistema di pressioni precise. Il problema, semmai, è che questa costruzione a volte diventa così insistente da sembrare didascalica, come se la serie non si fidasse abbastanza dello spettatore da lasciargli trarre le proprie conclusioni.

Sarah Paulson e il filo rosso tra le stagioni di Monster

La presenza di Sarah Paulson in questa quarta stagione, nel ruolo di Aileen Wuornos, è uno degli elementi più discussi e, a tratti, più problematici della produzione. Paulson è da anni una delle colonne portanti dell’universo murphyano: la sua capacità di abitare personaggi al limite, di trovare la vulnerabilità anche nei mostri, è fuori discussione. Ma la sua apparizione in Monster: La storia di Lizzie Borden solleva una domanda legittima: serve davvero questo ponte tra stagioni diverse, o è un espediente per creare un senso di continuità in un’antologia che per definizione dovrebbe essere autosufficiente?

La risposta non è semplice. Da un lato, il collegamento tra Lizzie Borden e Aileen Wuornos — entrambe donne che hanno ucciso, entrambe acquistate o giudicate in modo controverso dalla società, entrambe diventate icone culturali — ha una sua logica tematica. Dall’altro, il rischio è che questa connessione diventi un gioco di specchi autoreferenziale, in cui Monster parla sempre più di se stesso e sempre meno dei casi che dovrebbe raccontare. Murphy ha sempre avuto questa tendenza all’eccesso, e qui si sente.

Il format Monster tra ambizione e affaticamento

Parlare di Monster: La storia di Lizzie Borden significa inevitabilmente parlare del format che la ospita. L’antologia creata da Ryan Murphy e Ian Brennan per Netflix ha costruito la sua identità attorno a un’idea precisa: prendere figure della cronaca nera americana, spesso già entrate nel mito popolare, e restituirle al pubblico attraverso uno sguardo che mescola ricostruzione storica, estetica visiva curatissima e lettura critica del contesto sociale. È una formula che ha funzionato, almeno nelle prime stagioni, perché capace di bilanciare intrattenimento e riflessione.

Con la quarta stagione, però, alcuni meccanismi iniziano a scricchiolare. Non perché la storia di Lizzie Borden sia meno interessante delle precedenti — anzi, per certi versi è la più ricca di implicazioni — ma perché il format tende a replicare soluzioni già viste senza interrogarsi abbastanza su cosa aggiungere. La struttura episodica, i flashback rivelatori, la colonna sonora anacronistica usata come commento ironico: sono tutti strumenti che Murphy e Brennan hanno affinato nel tempo, ma che qui rischiano di sembrare automatismi più che scelte consapevoli.

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C’è poi la questione della durata. Le serie antologiche di questo tipo tendono a funzionare meglio quando si concedono il tempo necessario per approfondire senza però diluire. Monster: La storia di Lizzie Borden sembra a tratti combattere con questo equilibrio: alcune sequenze si sviluppano con una lentezza che serve il personaggio, altre sembrano accelerare proprio nei momenti in cui ci si aspetterebbe più respiro. Il risultato è una stagione discontinua, con picchi di qualità indiscutibili e passaggi in cui la serie sembra girare a vuoto.

Lizzie Borden come eroina femminista: fino a che punto?

Uno degli aspetti più dibattuti della stagione riguarda la sua lettura ideologica. La scelta di presentare Lizzie Borden come una sorta di eroina femminista ante litteram è comprensibile — e per certi versi storicamente fondata, dato che il suo caso divenne rapidamente un simbolo delle contraddizioni della società vittoriana nei confronti delle donne — ma rischia di semplificare una figura che la sua ambiguità la rende affascinante proprio perché non si lascia ridurre a un’etichetta.

Murphy e Brennan sembrano voler fare di Lizzie un simbolo, e in questo processo perdono qualcosa dell’inquietudine originale. I migliori true-crime non assolvono e non condannano: lasciano lo spettatore a fare i conti con l’impossibilità di una risposta definitiva. Quando la serie spinge troppo verso la redenzione narrativa, tradisce proprio quella zona d’ombra che rende il caso Borden ancora così potente dopo più di un secolo. La forza del monster lizzie borden come archetipo culturale sta esattamente nell’irrisolvibile: fu lei? Non fu lei? E se fu lei, aveva torto?

Per chi vuole approfondire il caso storico e il suo impatto culturale, la recensione di Cinematografo offre un’analisi dettagliata della stagione nel suo contesto critico più ampio.

Monster: La storia di Lizzie Borden resta, nonostante le sue contraddizioni, una serie capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo per la forza del materiale di partenza e per una performance di Ella Beatty che merita attenzione. Ma è anche una stagione che conferma come il vero rischio per un’antologia di successo non sia trovare storie abbastanza forti da raccontare — la storia americana ne è piena — bensì trovare il coraggio di raccontarle in modo davvero nuovo, senza appoggiarsi alle certezze di un format che, per quanto solido, non può essere una garanzia infinita di qualità. Lizzie Borden meritava forse un trattamento più scomodo, più disposto a non darle ragione né torto: e quello, per ora, resta ancora da fare.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.