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Farzad Khoshdast e il coraggio di raccontare i rifugiati iraniani in Third Land

Farzad Khoshdast e il coraggio di raccontare i rifugiati iraniani in 'Third Land'Farzad Khoshdast racconta una famiglia iraniana intrappolata in Turchia nel documentario Third Land, presentato a Ji.hlava 2026 con coraggio e prossimità.

C’è un tipo di cinema che non si accomoda dietro la macchina da presa: ci si mette dentro, a rischio, con le persone che racconta. Third Land, il documentario diretto dall’iraniano Farzad Khoshdast, appartiene esattamente a questa categoria — e la sua presentazione al Ji.hlava Documentary Film Festival nel tardo ottobre 2026 ha portato all’attenzione internazionale una storia di rifugiati iraniani documentario che poche produzioni avrebbero avuto il coraggio di affrontare con questa prossimità.

Una famiglia sospesa tra due mondi: il cuore di Third Land

Al centro del film c’è una famiglia iraniana intrappolata in quello che il titolo stesso definisce una terza terra: non più l’Iran da cui sono fuggiti, non ancora un Paese che li abbia davvero accolti. Third Land segue un ingegnere iraniano, sua moglie Hananeh e il loro figlio mentre cercano di costruire una vita ai margini della Turchia, in un limbo permanente che il documentario restituisce con una vicinanza quasi fisica.

La scelta della Turchia come luogo di ambientazione non è casuale né puramente geografica: il Paese è da anni uno dei principali snodi per i rifugiati iraniani che fuggono dalla Repubblica Islamica e aspirano a raggiungere l’Europa o il Nord America. Ma la Turchia non è una destinazione finale — è una sala d’attesa a tempo indeterminato, con regole che cambiano, permessi che scadono, vite tenute in sospeso da pratiche burocratiche e da un sistema internazionale di protezione che spesso si muove con lentezza estenuante. Khoshdast sceglie di abitare questo spazio insieme alla famiglia, restituendo sullo schermo non solo la loro condizione materiale ma la texture emotiva di un’esistenza che non riesce a trovare un punto fermo.

Farzad Khoshdast: tre decenni di cinema tra fiction e documentario

Chi è il regista dietro questa opera? Farzad Khoshdast è nato in Iran nel 1978 e ha iniziato a fare cinema nel 1993, costruendo nel corso di oltre trent’anni una filmografia che spazia tra la fiction e il non-fiction con uguale padronanza. Non è un esordiente né un cineasta che si è avvicinato al documentario per moda: il suo percorso è quello di un autore che ha scelto consapevolmente di lavorare su storie difficili, spesso invisibili ai circuiti mainstream.

Uno dei suoi lavori più riconosciuti prima di Third Land è il documentario Narrow Red Line, che gli ha valso il NETPAC Cinematic Talent Award ed è stato nominato per il APSA Best Documentary Award — riconoscimenti che collocano Khoshdast tra le voci più significative del cinema documentario asiatico e mediorientale. La sua carriera di emigrato iraniano aggiunge un ulteriore livello di complessità alla sua opera: Khoshdast non racconta i rifugiati dall’esterno, con lo sguardo distante di un osservatore occidentale, ma con la consapevolezza di chi conosce dall’interno il peso di lasciare il proprio Paese.

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Per Third Land, il regista si è avvalso della collaborazione dei produttori Kaveh Farnam e Dorri Rezaei, nomi già noti nell’ambito della produzione cinematografica iraniana indipendente.

Ji.hlava 2026: un festival che sa scegliere

La scelta del Ji.hlava Documentary Film Festival come palcoscenico per la presentazione di Third Land è significativa. Il festival ceco, uno dei più importanti in Europa per il cinema documentario, ha da sempre una vocazione verso le opere che mettono al centro i diritti umani, le migrazioni forzate, le vite ai margini dei sistemi politici. Presentare un documentario sui rifugiati iraniani in questo contesto significa inserirsi in una conversazione cinematografica e politica che il festival alimenta con coerenza da anni.

Il late ottobre 2026 ha visto Third Land confrontarsi con un pubblico di addetti ai lavori, critici e appassionati particolarmente attenti a questo tipo di cinema. Il documentario arriva in un momento in cui la questione dei rifugiati iraniani — aggravata dalla repressione interna seguita alle grandi ondate di protesta degli anni precedenti — è tutt’altro che risolta, e in cui la comunità internazionale continua a dibattere le proprie responsabilità nei confronti di chi fugge da regimi autoritari.

Il coraggio narrativo: documentare vite ai margini come atto politico

Fare un rifugiati iraniani documentario di questa natura non è un esercizio puramente estetico. Significa entrare nella vita di persone vulnerabili, che non hanno ancora uno status giuridico stabile, e portare la loro storia davanti a una telecamera sapendo che quella stessa visibilità può avere conseguenze. Khoshdast sceglie di farlo con il rigore di un documentarista che non semplifica e non pietistizza: la famiglia al centro di Third Land non è una metafora, è composta da persone con nomi, professioni, desideri specifici.

Il fatto che il protagonista maschile sia un ingegnere non è un dettaglio secondario: rompe lo stereotipo del rifugiato come figura indistinta e disperata, e costringe lo spettatore a confrontarsi con la realtà di professionisti qualificati, persone con competenze e aspirazioni, ridotti da circostanze politiche a una condizione di precarietà totale. Hananeh, la moglie, e il figlio completano un ritratto familiare che il film segue nella sua quotidianità, in quel misto di routine e incertezza che caratterizza la vita nei limbi migratori.

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Vale la pena notare che, al momento della presentazione a Ji.hlava, Third Land risulta ancora in fase di post-produzione — un dato che rende la sua presenza al festival ancora più interessante, suggerendo che si tratti di una proiezione speciale o di una versione di lavoro condivisa con la comunità festivaliera. Questo tipo di presentazioni anticipate sono spesso il modo in cui i documentari più ambiziosi iniziano a costruire la propria rete di distribuzione internazionale.

Perché questo film conta adesso

Il cinema documentario ha una responsabilità che la fiction può permettersi di alleggerire con la distanza della narrazione inventata. Quando Khoshdast punta la telecamera su questa famiglia iraniana in Turchia, sta compiendo un atto che ha conseguenze reali — per i soggetti ripresi, per il dibattito pubblico sui rifugiati, per la percezione internazionale di una crisi che rischia di diventare cronica e invisibile.

Il fatto che un regista con il suo profilo — formato in Iran, attivo a livello internazionale, riconosciuto da premi come il NETPAC — scelga di dedicarsi a questo soggetto con tanta prossimità dice qualcosa di importante sulle priorità del cinema documentario contemporaneo. Non si tratta di esotismo né di voyeurismo: si tratta di testimonianza. E la testimonianza, quando è fatta bene, cambia il modo in cui guardiamo il mondo.

Per chi vuole approfondire il contesto del cinema iraniano in esilio e la sua capacità di raccontare le migrazioni forzate, la copertura di Variety sulla presentazione a Ji.hlava offre un punto di partenza prezioso.

Third Land è esattamente il tipo di documentario che il circuito festivaliero internazionale dovrebbe continuare a sostenere e a far circolare: un’opera che trasforma la condizione dei rifugiati iraniani da notizia astratta a esperienza concreta, con volti, nomi e una storia che vale la pena conoscere. Aspettiamo con curiosità di sapere quando e come il film raggiungerà una distribuzione più ampia — perché questo è il genere di cinema che merita di essere visto.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.