Il cinema asiatico sta vivendo uno dei momenti più entusiasmanti della sua storia, e no, non stiamo parlando solo della Corea del Sud. Certo, da Parasite di Bong Joon-ho in poi il mondo ha capito che Seul sa fare cinema con la C maiuscola, ma la vera notizia — quella che i cinefili più attenti già sussurrano tra una proiezione e l’altra — è che Giappone, Tailandia, Filippine e Indonesia stanno ridisegnando la mappa del cinema globale con una forza e una varietà che lasciano senza fiato.
Mettetevi comodi, perché il viaggio è lungo e merita ogni minuto.
Sarebbe ingeneroso ignorare il ruolo di apripista che il cinema coreano ha avuto nell’ultimo decennio. La vittoria della Palma d’Oro a Cannes nel 2019 con Parasite, seguita dall’Oscar come Miglior Film nel 2020, ha aperto una breccia enorme nella percezione occidentale del cinema asiatico: improvvisamente, i sottotitoli non erano più un ostacolo ma quasi un marchio di qualità. Le piattaforme di streaming hanno fiutato l’opportunità e hanno investito in modo massiccio: Netflix, Prime Video e Disney+ hanno tutti ampliato le loro biblioteche con contenuti coreani, abituando il pubblico globale all’idea di guardare film e serie in lingue diverse dall’inglese.
Ma è proprio in questo solco che si stanno infilando, con intelligenza e talento, cinematografie che fino a pochi anni fa faticavano a trovare distribuzione al di fuori dei circuiti festivalieri. Il meccanismo è semplice quanto potente: quando il pubblico impara a fidarsi di un continente, diventa più curioso. E la curiosità, nel cinema, è tutto.
La cinematografia giapponese non ha certo bisogno di presentazioni: da Kurosawa a Ozu, da Miyazaki a Kitano, il Giappone ha una tradizione che pochi paesi possono vantare. Ma quello che sorprende, nel panorama attuale, è la vitalità di una scena che non si accontenta di vivere di rendita.
Hirokazu Kore-eda rimane il nome più riconoscibile a livello internazionale: dopo Un affare di famiglia (Palma d’Oro a Cannes 2018) e Broker (girato in Corea nel 2022), il regista ha continuato a esplorare la fragilità dei legami familiari con uno sguardo che è al tempo stesso tenerissimo e chirurgicamente preciso. Il suo Monster (2023), con sceneggiatura di Yuji Sakamoto e musiche di Ryuichi Sakamoto, ha vinto il Premio per la Migliore Sceneggiatura a Cannes, confermando che la sua voce è tra le più necessarie del cinema contemporaneo.
Accanto a lui, una generazione più giovane sta emergendo con forza. Ryusuke Hamaguchi, già autore del magnifico Drive My Car (Oscar al Miglior Film Internazionale 2022), ha dimostrato che il cinema giapponese sa essere allo stesso tempo radicalmente locale e universalmente comprensibile. La sua capacità di far parlare i personaggi — di farli davvero dialogare, con quella qualità rara di chi sa che le parole rivelano e nascondono insieme — è qualcosa che il cinema mondiale fatica a eguagliare.
Non dimentichiamo poi il cinema d’animazione, che con lo Studio Ghibli e la vittoria dell’Oscar 2024 a Il ragazzo e l’airone di Hayao Miyazaki ha ribadito una supremazia che dura da decenni. Ma anche fuori da Ghibli, autori come Makoto Shinkai continuano ad attrarre pubblici enormi in tutto il mondo.
Se c’è una cinematografia che negli ultimi anni ha sorpreso più di tutte, è quella tailandese. Non è una novità assoluta — Apichatpong Weerasethakul ha vinto la Palma d’Oro a Cannes già nel 2010 con Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti — ma quello che sta succedendo oggi è qualcosa di diverso: non più un singolo autore isolato nel suo genio, ma un ecosistema cinematografico in crescita.
Il cinema tailandese ha una capacità particolare di mescolare il reale con il soprannaturale, il dramma sociale con l’horror, la commedia con la tragedia, in modi che sfidano qualsiasi categorizzazione. Questa fluidità di genere, che in Occidente spesso viene percepita come incoerenza, è in realtà una delle caratteristiche più affascinanti di questa cinematografia: riflette una cultura in cui il confine tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti è molto più poroso che altrove.
Weerasethakul, che negli ultimi anni ha lavorato anche fuori dalla Tailandia (il suo Memoria del 2021, con Tilda Swinton, è una coproduzione internazionale), rimane un punto di riferimento imprescindibile. Ma accanto a lui stanno emergendo autori come Phuttiphong Aroonpheng, il cui Manta Ray aveva già attirato l’attenzione nel 2018, e una nuova leva di registi che stanno portando il cinema tailandese verso territori inesplorati.
Le Filippine hanno una storia cinematografica ricchissima, spesso sottovalutata dal pubblico internazionale. Ma negli ultimi anni, la presenza sempre più massiccia di film filippini nei principali festival mondiali — da Berlino a Toronto, da Venezia a Rotterdam — sta cambiando la percezione di questa cinematografia.
Il nome più citato è quello di Lav Diaz, maestro del cinema lento per eccellenza, capace di costruire epopee di quattro, sei, anche otto ore che esplorano la storia e i traumi della società filippina con una pazienza e una profondità straordinarie. I suoi film non sono per tutti — richiedono un tipo di attenzione che il cinema mainstream ha quasi dimenticato — ma chi riesce a sintonizzarsi sulla sua frequenza ne esce trasformato.
Accanto a Diaz, una generazione più giovane sta sperimentando con i generi in modi sorprendenti. Il cinema filippino sa fare horror con una specificità culturale che lo rende diverso da qualsiasi altro horror asiatico; sa raccontare la povertà urbana senza cadere nel pietismo; sa trovare nella commedia una forma di resistenza politica. È una cinematografia che ha molto da dire e sta imparando, sempre meglio, come farlo sentire.
Le piattaforme streaming stanno cominciando ad accorgersene: Netflix ha acquisito diversi film filippini per la distribuzione internazionale, e il fenomeno dei film in lingua locale che trovano pubblici globali è sempre più evidente anche per questa cinematografia.
Con oltre 270 milioni di abitanti e più di 17.000 isole, l’Indonesia è uno dei paesi più complessi e diversi del mondo. E il suo cinema, quando funziona, riesce a catturare qualcosa di questa complessità in modo che nessun’altra forma d’arte riesce a fare altrettanto bene.
Il cinema indonesiano ha avuto il suo momento di visibilità internazionale anche grazie a film d’azione come The Raid di Gareth Evans (2011), che ha dimostrato che dall’Indonesia potevano arrivare film capaci di far impazzire il pubblico di tutto il mondo. Ma quella era solo la punta dell’iceberg.
Negli ultimi anni, autori come Edwin (il regista di Vengeance Is Mine, All Others Pay Cash, vincitore del premio NETPAC a Berlino 2021) stanno portando il cinema indonesiano verso territori molto più sperimentali, mescolando realismo magico, critica sociale e una sensibilità visiva che deve molto alla tradizione artistica locale. Le co-produzioni regionali stanno aumentando, con finanziamenti che arrivano da Singapore, dalla Corea, dall’Europa, permettendo a registi indonesiani di lavorare con budget più consistenti senza perdere la loro specificità culturale.
Capire perché il cinema asiatico stia avendo questa visibilità globale proprio adesso richiede di guardare a due fenomeni paralleli che si alimentano a vicenda: i festival cinematografici e le piattaforme di streaming.
I grandi festival — Cannes, Venezia, Berlino, Toronto — hanno sempre avuto una sezione asiatica, ma negli ultimi anni la programmazione si è fatta più coraggiosa e più diversificata. Non si tratta più di inserire un film giapponese o tailandese come quota esotica, ma di riconoscere che alcune delle opere più interessanti e innovative del cinema contemporaneo vengono da questi paesi. Come documenta il sito ufficiale del Festival di Cannes, la selezione ufficiale degli ultimi anni ha visto una presenza asiatica sempre più significativa e variegata, con film provenienti da paesi che fino a poco tempo fa erano quasi assenti dalla competizione principale.
Lo streaming ha poi fatto qualcosa che i festival da soli non avrebbero potuto fare: ha portato questi film nelle case di milioni di persone. Netflix ha investito miliardi di dollari in contenuti asiatici, non solo coreani, e la tendenza è chiaramente quella di diversificare ulteriormente. Come riporta Variety nella sua sezione dedicata al cinema internazionale, le acquisizioni di film asiatici non coreani da parte delle grandi piattaforme sono in costante crescita, con un interesse particolare per le cinematografie di Giappone, Tailandia e Filippine.
Il doppiaggio e i sottotitoli, un tempo considerati barriere insormontabili per il pubblico occidentale, sono diventati quasi uno standard. La generazione che è cresciuta guardando anime in versione originale con sottotitoli non ha nessun problema a guardare un film tailandese o indonesiano nelle stesse condizioni.
C’è una domanda che vale la pena porsi: perché un film ambientato in un villaggio delle Filippine, o in una periferia di Bangkok, o in un quartiere di Tokyo, riesce a toccare qualcosa di profondo in uno spettatore europeo o americano che non ha mai visitato quei luoghi?
La risposta, probabilmente, sta nel fatto che il cinema asiatico — quello migliore, quello che arriva ai festival e poi alle piattaforme — non ha paura di essere specifico. Non cerca di ammorbidire i propri angoli, di rendere le proprie storie più digeribili per un pubblico internazionale. E paradossalmente, è proprio questa specificità a renderlo universale: perché le emozioni fondamentali — la perdita, l’amore, la paura, la speranza, il senso di appartenenza — non hanno passaporto.
Kore-eda racconta famiglie giapponesi, ma parla di come l’amore possa sopravvivere anche quando le strutture che dovrebbero contenerlo si sgretolano. Weerasethakul racconta la Tailandia rurale e il suo rapporto con il soprannaturale, ma parla di memoria, di tempo, di come il passato continui a vivere nel presente. Lav Diaz racconta i traumi storici delle Filippine, ma parla di come le società possano spezzarsi e — forse — ricucirsi.
Il panorama del cinema asiatico è in continua evoluzione, e i prossimi mesi promettono di essere particolarmente ricchi. Diversi film giapponesi sono attesi nella selezione dei principali festival estivi, mentre la scena tailandese sta preparando nuovi lavori di autori già affermati e di nuove voci che stanno cominciando a farsi notare a livello internazionale. Le piattaforme streaming continuano ad acquisire diritti, e la tendenza verso le co-produzioni regionali sta creando un ecosistema sempre più interconnesso che potrebbe portare a opere di qualità ancora più alta.
Per chi vuole avvicinarsi a questo universo senza sapere da dove cominciare, il consiglio è semplice: iniziate da quello che vi incuriosisce di più, senza pregiudizi di genere o di provenienza geografica. Il cinema asiatico è abbastanza vasto e abbastanza ricco da avere qualcosa per tutti — basta avere la voglia di guardare oltre l’ovvio. E una volta che ci si addentra, è difficile tornare indietro: perché quello che si trova, spesso, è un cinema che ricorda perché il cinema esiste, e cosa può fare quando è davvero libero di essere sé stesso.
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