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Regie al femminile: il 2026 è l’anno in cui il cinema cambia davvero?

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Donne registe cinema: il 2026 è davvero l’anno della svolta?

Le donne registe cinema non sono più una parentesi curiosa nel discorso sulla settima arte: nel 2026, sono al centro di uno dei dibattiti più accesi — e più fecondi — che l’industria ricordi da decenni. Mettetevi comodi, perché la storia che stiamo per raccontare mescola numeri concreti, film straordinari e un cambio di prospettiva che si sente nelle sale, sulle piattaforme e nei palazzi dei festival internazionali.

La domanda che rimbalza tra Cannes, Venezia e i corridoi di Hollywood è sempre la stessa: stiamo assistendo a una vera rivoluzione strutturale o a un progresso incrementale, lento e ancora troppo fragile? La risposta, come spesso accade nel cinema che vale la pena raccontare, non è in bianco e nero.

I numeri del 2026: finalmente qualcosa si muove

Partiamo dai dati, perché senza numeri il dibattito rischia di restare nel vago. Secondo il rapporto annuale del BFI (British Film Institute), nel 2025 le registe donne hanno diretto il 21% dei film con distribuzione internazionale nei principali mercati europei, rispetto al 14% del 2020. Un incremento significativo, ma che va contestualizzato: stiamo ancora parlando di meno di un film su quattro. Eppure il trend è inequivocabile, e il 2026 sembra destinato a superare quella soglia per la prima volta in modo stabile.

A Hollywood, lo studio annuale del Center for the Study of Women in Television and Film della San Diego State University — uno dei barometri più citati del settore — registra che tra i 250 film con i maggiori incassi del 2025, il 18% aveva una regista donna, il dato più alto mai rilevato. Non è ancora parità, ma è quasi il doppio rispetto al 9% del 2018. Il cambiamento esiste. È misurabile. E sta accelerando.

Sul fronte dei festival, il 2026 ha già regalato segnali potenti. Alla Berlinale di febbraio, tre degli Orsi d’Oro in concorso sono andati a film diretti da donne, tra cui la brasiliana Petra Costa con il suo nuovo documentario di finzione ibrido, e la regista coreana Park Chan-hee, che ha conquistato la critica europea con un dramma familiare di rara intensità. A Cannes, la selezione ufficiale ha incluso sei registe in concorso su ventidue titoli — ancora lontano dalla parità, ma il numero più alto nella storia del festival.

Le voci che stanno ridisegnando il cinema globale

Parlare di donne registe cinema in termini puramente statistici, però, è un po’ come descrivere un Kubrick contando i movimenti di macchina. Quello che conta davvero è cosa stanno raccontando, e come lo raccontano.

Prendiamo Céline Sciamma, che dopo Ritratto della giovane in fiamme e Petite Maman ha presentato nel 2026 il suo quarto lungometraggio, un’opera ambiziosa ambientata nella Parigi contemporanea che esplora il tempo, la memoria e l’identità attraverso tre generazioni di donne. Il film, già in sala in Francia con numeri da capogiro per una produzione d’autore, è atteso in Italia per l’autunno. Sciamma è diventata una sorta di bussola per il cinema europeo: ogni suo film ridefinisce cosa può fare una storia quando viene raccontata da un punto di vista che la cinematografia mainstream ha ignorato per decenni.

Dall’altra parte dell’Atlantico, Ava DuVernay continua a costruire un’industria dentro l’industria. Con la sua casa di produzione ARRAY, ha distribuito nel solo 2025 undici film diretti da donne di colore, molti dei quali hanno trovato spazio su Netflix e Prime Video prima ancora di passare per i circuiti festival tradizionali. Il suo modello è rivoluzionario perché bypassa i gatekeepers storici: non aspetta che Hollywood apra le porte, le costruisce da capo.

In Asia, la scena è altrettanto vivace. La cinese Chloe Zhao — già Oscar per Nomadland — è tornata con un progetto personale e radicale, lontano dai blockbuster Marvel, che riporta la sua cifra stilistica alle origini: paesaggi sconfinati, silenzi eloquenti, corpi nel vento. In Giappone, Naomi Kawase mantiene la sua posizione di riferimento assoluto, mentre una nuova generazione di registe giapponesi under 35 sta emergendo con una ferocia narrativa che sorprende anche i critici più navigati.

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Le piattaforme di streaming: alleate o opportuniste?

Netflix, Amazon Prime Video, Apple TV+ e Disney+ hanno tutti annunciato — con diversa enfasi e diversa credibilità — programmi dedicati al sostegno delle registe donne. Ma quanto è reale questo impegno?

I dati di Variety mostrano che nel 2025 Netflix ha commissionato o acquisito 47 film diretti da donne a livello globale, quasi il doppio rispetto al 2022. Apple TV+ ha puntato forte su nomi consolidati — come la già citata DuVernay e la britannica Andrea Arnold — ma anche su esordienti provenienti da mercati emergenti, dall’Africa subsahariana all’Europa orientale. Il risultato è una diversità geografica e tematica che il cinema tradizionale fatica ancora a replicare.

Il rovescio della medaglia esiste, ed è giusto nominarlo. Le piattaforme tendono a concentrare le registe donne su generi specifici: drama familiare, coming-of-age, thriller psicologico. I film d’azione ad alto budget, i blockbuster, i franchise rimangono ancora un territorio quasi esclusivamente maschile. Patty Jenkins con Wonder Woman e Chloé Zhao con Eternals sono state eccezioni che hanno aperto una breccia, ma non ancora una prateria. La domanda è: quando una regista potrà dirigere un film da 200 milioni di dollari senza che il suo genere diventi la notizia principale?

I soldi: il vero campo di battaglia

Dietro ogni film c’è un budget, e il budget racconta una storia di potere. È qui che le donne registe cinema si scontrano ancora con le resistenze più dure e più difficili da smontare.

Uno studio della European Film Commission del 2025 ha rilevato che, a parità di curriculum e di successo critico, le registe donne ricevono in media il 34% in meno di budget rispetto ai colleghi uomini. Non è una sensazione: è un numero documentato. Le cause sono strutturali: i comitati di investimento delle major sono ancora prevalentemente maschili, i produttori esecutivi che decidono i budget appartengono a una generazione cresciuta con un’idea precisa di chi “può” dirigere un certo tipo di film, e i bias inconsci fanno il resto.

Eppure, qualcosa sta cambiando anche qui. Il programma europeo Creative Europe ha introdotto nel 2024 una quota che riserva il 40% dei fondi a produzione con registe donne o con almeno il 50% di donne in posizioni chiave della troupe. Il risultato nei primi dodici mesi è stato un aumento del 28% delle domande presentate da produttrici donne, segno che quando le risorse ci sono, il talento non manca.

In Italia, il Fondo per lo Sviluppo del Cinema e dell’Audiovisivo del MiC ha avviato nel 2025 un bando specifico per opere prime e seconde dirette da donne, con una dotazione di 8 milioni di euro. Tra i progetti selezionati, spicca il debutto di Giulia Grandinetti, giovane regista calabrese che ha girato un thriller sociale ambientato tra i migranti stagionali della Piana di Gioia Tauro — un film che ha già fatto parlare di sé ai mercati di Rotterdam e Toronto.

Le barriere che restano: non solo i soldi

Sarebbe sbagliato ridurre tutto a una questione economica. Le donne registe cinema affrontano ostacoli che vanno ben oltre il portafoglio. C’è la questione della visibilità critica: gli studi dimostrano che i film diretti da donne ricevono mediamente meno recensioni sui grandi quotidiani e meno spazio nelle trasmissioni radiofoniche e televisive di settore. C’è il problema del mentoring: le reti informali attraverso cui si tramandano le opportunità nel cinema sono storicamente maschili, e romperle richiede un’azione deliberata.

C’è poi il tema della maternità, che nel cinema — industria fatta di set che si spostano, di orari impossibili, di mesi lontano da casa — pesa in modo sproporzionato sulle carriere femminili. Alcune delle registe più talentatose della loro generazione hanno raccontato di aver perso opportunità decisive perché erano incinte o avevano figli piccoli. Non è un problema che si risolve con una quota.

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Le reti di supporto tra donne stanno però proliferando. Organizzazioni come Women in Film a Los Angeles, l’italiana Donne del Cinema, la francese La Fémis con i suoi programmi dedicati, stanno costruendo ecosistemi alternativi dove le registe si scambiano contatti, si co-producono, si sostengono nei momenti di crisi creativa e professionale. Non è carità: è strategia industriale.

Il racconto cambia: cosa vediamo sullo schermo

Al di là delle politiche e dei numeri, la domanda più bella è quella estetica: cosa cambia, concretamente, quando dietro la macchina da presa c’è una donna?

La risposta non è semplice — e guai a generalizzare — ma alcune tendenze emergono con chiarezza. I film diretti da donne tendono a rappresentare i personaggi femminili con una complessità e una specificità corporea che il cinema tradizionale spesso appiattisce. Tendono a esplorare il tempo in modo diverso: più lento, più attento ai dettagli quotidiani, meno ossessionato dall’azione come motore narrativo. Tendono a raccontare le relazioni — amicizia, maternità, sorellanza — come soggetti degni di epica, non come sottotrame sentimentali.

Questo non significa che le registe donne facciano solo “film al femminile” in senso stretto. Kathryn Bigelow ha vinto l’Oscar con un film di guerra. Sofia Coppola ha costruito la sua poetica sulla solitudine e sul privilegio. Kelly Reichardt racconta l’America rurale con uno sguardo che non ha equivalenti nel cinema contemporaneo. La diversità non è un tema: è una prospettiva, e le prospettive moltiplicano la ricchezza del cinema.

Svolta o miraggio? Il verdetto del 2026

Allora, torniamo alla domanda di partenza. Il 2026 è davvero l’anno in cui il cinema cambia?

La risposta onesta è: in parte sì, in parte ancora no. I segnali di cambiamento reale ci sono — nei numeri, nei premi, nei finanziamenti, nella qualità dei film che arrivano nelle sale e sulle piattaforme. Ma il cambiamento sistemico, quello che non dipende dall’entusiasmo di un singolo festival o dalla visione di un singolo dirigente di studio, richiede ancora tempo e ancora pressione.

Quello che è certo è che le donne registe cinema non stanno aspettando il permesso di nessuno. Stanno girando, producendo, distribuendo, formando reti, educando la prossima generazione. Stanno raccontando storie che il cinema aveva lasciato nell’ombra per troppo tempo. E il pubblico — quello vero, quello che sceglie cosa guardare il venerdì sera — sta rispondendo con entusiasmo crescente.

Il cambiamento non arriverà per decreto. Arriverà un film alla volta, una regia alla volta, una storia alla volta. E se il 2026 è l’anno in cui quella corrente diventa fiume, allora sì: vale la pena stare a guardare — e soprattutto, vale la pena andare in sala.

This article was produced with AI assistance and reviewed editorially.

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Redazione Velvet

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