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1917: il capolavoro bellico che ha rivoluzionato il cinema

1917: il film di Sam Mendes che ha cambiato il modo di raccontare la Grande Guerra

Uscito nelle sale americane nel dicembre 2019, 1917 di Sam Mendes è uno di quei film che, a circa sei anni e mezzo dalla prima proiezione, non smette di essere discusso nelle aule universitarie, nelle redazioni di critica cinematografica e tra chi studia il linguaggio del cinema. Non perché sia un oggetto misterioso, ma perché le scelte tecniche e narrative che lo definiscono sono così radicali da richiedere, ogni volta, una riflessione nuova. Parliamo di un film di guerra ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, scritto da Sam Mendes insieme a Krysty Wilson-Cairns, con la fotografia di Roger Deakins e due giovani protagonisti — George MacKay e Dean-Charles Chapman — sulle cui spalle regge l’intera architettura drammatica. Un’impresa non da poco.

La storia: una missione, due soldati, nessuna pausa

Il punto di partenza narrativo di 1917 è di una semplicità quasi brutale: due giovani soldati britannici ricevono l’ordine di attraversare il territorio nemico e consegnare un messaggio che potrebbe salvare la vita a quasi 1.600 commilitoni. Non c’è sottotrama romantica, non c’è backstory elaborata, non ci sono flashback distesi su decenni di vita. C’è una missione, c’è un percorso, c’è il tempo che scorre in modo implacabile.

Questa semplicità di impianto è, in realtà, una delle scelte più coraggiose del film. Sam Mendes e Krysty Wilson-Cairns hanno costruito una sceneggiatura che funziona come un meccanismo d’orologio: ogni sequenza serve la successiva, ogni incontro ha un peso specifico, ogni pausa è guadagnata. I due soldati interpretati da George MacKay e Dean-Charles Chapman non sono eroi nel senso classico del termine — sono ragazzi, con tutta la fragilità e la determinazione che quella parola porta con sé. MacKay in particolare porta sullo schermo una presenza fisica e psicologica di rara intensità: il suo corpo è letteralmente il campo di battaglia del film, e la macchina da presa non lo abbandona mai.

La Prima Guerra Mondiale come scenario cinematografico ha una storia complessa. Da All’ovest niente di nuovo in poi, il genere ha dovuto fare i conti con una serie di trappole: il rischio del pittoresco, il rischio dell’eroismo retorico, il rischio opposto del nichilismo fine a se stesso. 1917 affronta queste sfide con scelte precise, costruendo un’esperienza in cui l’orrore non è mai gratuito e la speranza non è mai sentimentale.

La tecnica del piano sequenza: Roger Deakins e la sfida della continuità apparente

Se c’è un elemento che ha reso 1917 oggetto di studio e di conversazione ben oltre i circuiti della critica specializzata, è la sua costruzione visiva. Il film è girato in modo da sembrare un unico, ininterrotto piano sequenza — o al massimo due, con un’interruzione narrativa al centro. Si tratta, naturalmente, di un effetto ottenuto attraverso un lavoro certosino di raccordi invisibili, pianificazione millimetrica delle riprese e un’intesa straordinaria tra il regista Sam Mendes e il direttore della fotografia Roger Deakins.

Deakins, uno dei direttori della fotografia più rispettati della storia del cinema contemporaneo, ha affrontato con 1917 una sfida tecnica di primissimo livello. Come spiega la recensione di Strange Harbors, la sua fotografia è parte integrante della narrazione: non illustra la storia, la abita. La scelta di seguire i protagonisti in modo continuo, senza stacchi evidenti, crea un senso di urgenza e di presenza fisica che il montaggio tradizionale non avrebbe potuto replicare. Lo spettatore non osserva la missione dall’esterno — la vive, passo dopo passo, con tutta l’ansia e l’esaurimento che questo comporta.

Per realizzare questo effetto, le riprese hanno richiesto una preparazione eccezionale. Ogni scena doveva essere coreografata con la precisione di un balletto: la macchina da presa, gli attori, le comparse, la luce — naturale o artificiale — dovevano muoversi in sincronia perfetta. Deakins e il suo team hanno lavorato in stretta collaborazione con Mendes per trovare i punti di raccordo invisibili che permettono al film di mantenere l’illusione della continuità. Il risultato è un’opera in cui la tecnica non si mostra, ma si sente — come una corrente sottomarina che trascina lo spettatore senza che lui se ne accorga del tutto.

Questo approccio ha radici nella storia del cinema — il piano sequenza è una delle tecniche più antiche e nobili del mezzo — ma la sua applicazione su scala così ampia, in un film di guerra con budget di circa 100 milioni di dollari, rappresenta qualcosa di nuovo. Non è un esperimento da cineforum: è una scelta industriale, coraggiosa e calcolata, che ha funzionato.

I riconoscimenti: Golden Globe, Oscar e un incasso globale

Il successo di 1917 non è rimasto confinato alle sale. Il film ha ottenuto i Golden Globe per il Miglior Film Drammatico e per la Miglior Regia — due riconoscimenti che, nel panorama dei premi cinematografici, hanno un peso specifico considerevole, soprattutto quando arrivano insieme. Mendes ha dimostrato di saper convincere non solo il pubblico, ma anche le giurie di settore.

Agli Academy Awards, 1917 è stato nominato in 11 categorie, vincendo quello per la Migliore Fotografia. Il premio a Roger Deakins è stato accolto come un riconoscimento non solo al suo lavoro su questo specifico film, ma all’intera concezione visiva dell’opera: una fotografia che non si limita a documentare l’azione, ma la costruisce dall’interno. Undici nomination agli Oscar sono un risultato che pochi film raggiungono, e collocano 1917 in una fascia di eccellenza riconosciuta dall’industria.

Sul piano commerciale, i numeri parlano chiaro: a fronte di un budget di circa 100 milioni di dollari, il film ha incassato 368 milioni di dollari in tutto il mondo. Si tratta di un risultato notevole per un film di guerra senza franchise alle spalle, senza sequel preannunciati, senza universo narrativo condiviso. Un film che si regge su se stesso, sulla forza della sua storia e della sua realizzazione, e che il pubblico ha scelto di vedere in massa.

Sam Mendes e Krysty Wilson-Cairns: la genesi di una sceneggiatura

La sceneggiatura di 1917, firmata da Sam Mendes e Krysty Wilson-Cairns, è uno dei suoi punti di forza meno discussi ma più decisivi. Mendes ha dichiarato pubblicamente che la storia è ispirata ai racconti del nonno materno, Alfred Mendes, che aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale come messaggero. Questo dettaglio biografico non è un aneddoto marginale: spiega la scelta di costruire il film attorno a una missione concreta, fisica, umana, piuttosto che attorno a grandi movimenti di truppe o decisioni strategiche.

Wilson-Cairns, sceneggiatrice scozzese con un curriculum che include lavori televisivi di rilievo, ha portato al progetto una sensibilità narrativa capace di bilanciare l’urgenza dell’azione con la dimensione emotiva dei personaggi. La sfida era considerevole: scrivere un film che si svolge in tempo quasi reale, senza flashback, senza voce narrante, senza i tradizionali strumenti del racconto cinematografico, e che tuttavia riesca a far sentire allo spettatore il peso di ciò che è in gioco. Il risultato è una sceneggiatura che sembra semplice in superficie e rivela la sua complessità soltanto guardando il film una seconda volta, quando si capisce quanto ogni scena sia stata costruita con precisione chirurgica.

George MacKay e Dean-Charles Chapman: due performance al limite

In un film costruito intorno alla continuità visiva, gli attori non hanno la rete di sicurezza del montaggio. Non c’è un taglio che salva una performance mediocre, non c’è un inserto che distrae l’attenzione in un momento di calo. George MacKay e Dean-Charles Chapman sono in scena in modo quasi ininterrotto, e il loro lavoro deve reggere a questa pressione straordinaria.

MacKay, che interpreta il soldato Schofield, costruisce una performance di progressiva erosione: il suo personaggio parte da una condizione di relativa compostezza e viene gradualmente consumato dalla missione, fisicamente e psicologicamente. La macchina da presa di Deakins non lo lascia mai, e ogni micro-espressione, ogni respiro affannato, ogni momento di esitazione o di determinazione viene catturato con una vicinanza che può risultare quasi scomoda. È una recitazione che richiede una presenza totale, senza pause, senza momenti di riposo.

Chapman, nel ruolo del soldato Blake, ha un arco narrativo diverso ma ugualmente impegnativo. La sua performance è costruita sulla complicità e sulla leggerezza iniziale, che rende ancora più pesante il peso di ciò che segue. I due attori hanno lavorato insieme in modo da creare una dinamica credibile, quella di due giovani che si conoscono da abbastanza tempo da fidarsi l’uno dell’altro in una situazione estrema.

Perché parlarne ancora, a sei anni e mezzo dall’uscita

La domanda legittima, nel luglio 2026, è: perché tornare su un film uscito nel dicembre 2019? La risposta sta nella natura stessa dell’opera. 1917 è un film che ha posto domande precise al cinema di genere — è possibile raccontare la guerra senza il montaggio come strumento primario? È possibile costruire suspense attraverso la continuità invece che attraverso il taglio? — e quelle domande continuano a essere pertinenti per chiunque si occupi di linguaggio cinematografico.

Il successo commerciale e critico del film ha dimostrato che il pubblico è disposto a seguire scelte formali radicali, purché quelle scelte siano al servizio di una storia. Non è un risultato scontato, e non è un risultato che il cinema ha smesso di cercare di replicare o di superare. In questo senso, 1917 rimane un punto di riferimento attivo, non un monumento da contemplare da lontano.

La fotografia di Roger Deakins, premiata con l’Oscar, continua a essere studiata e citata come esempio di come la luce e il movimento della macchina da presa possano diventare elementi narrativi autonomi. Le undici nomination agli Academy Awards e i Golden Globe per il Miglior Film Drammatico e la Miglior Regia collocano il film in una posizione di rilievo nella storia recente del cinema di guerra. E la storia — due soldati, una missione, nessuna pausa — continua a funzionare con la stessa forza di quando è stata raccontata per la prima volta.

Dove vedere 1917 oggi

Per chi non avesse ancora visto il film, o per chi volesse rivederlo con occhi diversi, 1917 è disponibile sulle principali piattaforme di streaming. La visione su grande schermo rimane quella consigliata — la fotografia di Deakins è pensata per essere vissuta in grande formato — ma anche su un buon schermo domestico il film mantiene tutta la sua intensità. Vale la pena dedicargli il tempo e l’attenzione che merita: non è un film da guardare mentre si fa altro. È un film che chiede la stessa concentrazione che chiede ai suoi protagonisti.

In definitiva, 1917 di Sam Mendes è un’opera che ha saputo unire ambizione formale e accessibilità narrativa in modo raro. Con la sceneggiatura di Mendes e Wilson-Cairns, la fotografia premiata di Roger Deakins e le performance di George MacKay e Dean-Charles Chapman, il film ha costruito un’esperienza cinematografica che resta nella memoria ben oltre i titoli di coda — e che, a sei anni e mezzo dalla sua uscita, non ha perso nulla della sua capacità di coinvolgere e interrogare chi lo guarda.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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