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1917: il capolavoro di guerra che continua a emozionare

Quando il cinema ti mette in trincea: 1917 e l’illusione del tempo reale

C’è un momento, nei primi minuti del 1917 film di Sam Mendes, in cui la macchina da presa si alza lentamente da due soldati sdraiati sull’erba e comincia a seguirli mentre si alzano, si sistemano il fucile in spalla e si incamminano verso qualcosa di ignoto. Da quel momento in poi, non si stacca più. O almeno, così sembra. E quella sensazione — di essere trascinati dentro la storia senza possibilità di scampo, senza il conforto del taglio di montaggio che ti ricorda che stai guardando un film — è esattamente ciò che rende questo lavoro uno dei titoli di guerra più discussi e ammirati degli ultimi anni. Uscito nel dicembre 2019, scritto da Mendes insieme a Krysty Wilson-Cairns e interpretato da Dean-Charles Chapman e George MacKay, 1917 è il tipo di film che non ti lascia seduto sulla poltrona: ti trascina nel fango del Fronte Occidentale e ti ci tiene per tutta la durata della proiezione.

La trama: una missione impossibile sul Fronte Occidentale

La storia è, nella sua essenza, un racconto di corsa contro il tempo. Due giovani caporali britannici — Schofield e Blake, interpretati rispettivamente da George MacKay e Dean-Charles Chapman — ricevono un ordine che li gela: devono attraversare territorio nemico per consegnare un messaggio a un reggimento che sta per sferrare un attacco. Il problema è che quell’attacco è una trappola. I tedeschi si sono ritirati strategicamente, attirando le truppe britanniche verso posizioni difensive già predisposte. Se il messaggio non arriva in tempo, oltre un migliaio di soldati andrà incontro a una morte certa.

La missione ha una dimensione ulteriore e personale per Blake: tra i soldati del reggimento destinato all’attacco c’è suo fratello. Questo dettaglio non è un espediente melodrammatico gratuito: radica la storia in qualcosa di umano, concreto, universale. Non stiamo guardando eroi mitologici che combattono per la gloria — stiamo guardando due ragazzi che cercano di salvare una vita, e poi un’altra, e poi ancora un’altra, mentre il mondo intorno a loro brucia.

Il Fronte Occidentale, con le sue trincee, il filo spinato, i campi devastati e i villaggi ridotti a macerie, è ricostruito con una cura per il dettaglio che va ben oltre la scenografia di servizio. Ogni ambiente attraversato dai due protagonisti ha una sua identità visiva e emotiva: le trincee britanniche ordinate e affollate di vita militare, la terra di nessuno silenziosa e piena di cadaveri, i bunker tedeschi abbandonati con la loro inquietante precisione, i paesaggi rurali della Francia devastati dalla guerra. È un viaggio attraverso i cerchi di un inferno molto terreno.

Il piano-sequenza: tecnica al servizio dell’emozione

La scelta stilistica più audace — e più discussa — del 1917 film è quella di girarlo come se fosse un unico, ininterrotto piano-sequenza. In realtà, come Mendes ha spiegato in diverse occasioni, ci sono tagli nascosti, momenti di oscurità totale o movimenti di macchina sapientemente sfruttati per mascherare i giunti. Ma l’effetto visivo e psicologico è quello di una continuità assoluta: non c’è mai il respiro del montaggio, non c’è mai quella piccola morte del racconto che è il taglio di scena.

Questa scelta non è un esercizio di stile fine a se stesso. Ha una funzione narrativa precisa: eliminare la distanza tra lo spettatore e i personaggi. Nel cinema tradizionale, il montaggio è anche un meccanismo di protezione emotiva — ci permette di staccarci dalla tensione, di elaborare quello che abbiamo appena visto prima di affrontare la scena successiva. Qui quella protezione viene tolta. Quando Schofield corre, noi corriamo con lui. Quando si ferma a riprendere fiato, anche noi tratteniamoil respiro. Il tempo del film è, almeno in apparenza, il tempo reale della missione.

Questa tecnica ha precedenti illustri nella storia del cinema — da Nodo alla gola di Hitchcock fino a certi esperimenti del cinema contemporaneo — ma raramente è stata applicata con questa coerenza narrativa e su questa scala produttiva. Il risultato è un’esperienza cinematografica che si avvicina più al teatro immersivo che al film di guerra tradizionale.

Per approfondire la tecnica del piano-sequenza e la sua storia nel cinema, la recensione del Guardian offre un’analisi puntuale e appassionante di come Mendes abbia trasformato questa scelta formale in pura emozione cinematografica.

Roger Deakins e la fotografia che dipinge la guerra

Parlare del 1917 film senza dedicare ampio spazio alla fotografia di Roger Deakins sarebbe come parlare di una cattedrale ignorando la luce che filtra dalle vetrate. Deakins — uno dei direttori della fotografia più rispettati della storia del cinema contemporaneo — ha affrontato una sfida tecnica senza precedenti: illuminare e fotografare scene lunghissime, in ambienti radicalmente diversi tra loro, mantenendo una coerenza visiva e garantendo al contempo la libertà di movimento necessaria per il piano-sequenza.

Il suo approccio è straordinario nella sua varietà controllata. Le sequenze diurne all’aperto hanno una luce piatta, quasi desaturata, che richiama le fotografie d’epoca della Prima Guerra Mondiale — quel grigio-beige del fango, del cielo coperto, delle uniformi logore. Le sequenze notturne, invece, sono tra le più memorabili visivamente: un villaggio in fiamme illumina la scena con una luce arancione tremolante, mentre i razzi illuminanti che solcano il cielo creano un effetto quasi surreale, come se la guerra stesse mettendo in scena se stessa.

La macchina da presa di Deakins non è mai statica, ma non è mai nemmeno frenetica. Si muove con i personaggi con una fluidità che alterna momenti di camera a spalla tesa e ravvicinata a movimenti più ampi e contemplativi. Ci sono inquadrature in questo film che, fermate su un fotogramma, sembrerebbero dipinti — e poi la macchina ricomincia a muoversi e ti ricordi che stai guardando qualcosa di vivo, di urgente, di disperato.

Dean-Charles Chapman e George MacKay: due facce della stessa paura

Un film che si regge su due soli protagonisti per gran parte della sua durata è un film che si gioca tutto sulle spalle dei suoi attori. Dean-Charles Chapman e George MacKay portano sullo schermo due temperamenti complementari: Blake è il più giovane, il più impulsivo, quello con la motivazione personale più bruciante; Schofield è più riflessivo, più consumato, con qualcosa negli occhi che suggerisce che ha già visto troppo.

Chapman, noto al grande pubblico televisivo per un ruolo in una celebre serie fantasy, dimostra qui una maturità interpretativa che sorprende. La sua performance è fisica, istintiva, credibile. MacKay, invece, costruisce il suo Schofield su una serie di silenzi e di sguardi che dicono più di qualsiasi dialogo — c’è una scena, verso la metà del film, in cui il suo personaggio si trova a dover prendere una decisione in una frazione di secondo, e la reazione di MacKay è di quelle che ti rimangono impresse.

Il film si avvale anche di una serie di comprimari di lusso — attori affermati che appaiono per pochi minuti ma lasciano il segno — a testimonianza del peso produttivo e del prestigio del progetto. Queste apparizioni brevi ma intense contribuiscono a dare al racconto una dimensione corale, a ricordarci che la guerra non è mai una storia di due soli individui.

L’ispirazione personale: il nonno di Mendes e la memoria della Grande Guerra

Uno degli aspetti più toccanti della genesi del 1917 film è la sua radice autobiografica. Sam Mendes ha dichiarato di aver tratto ispirazione dai racconti di suo nonno, veterano della Prima Guerra Mondiale. Questa origine personale del progetto non è un dettaglio trascurabile: spiega la dimensione intima e umana che pervade un film che avrebbe potuto facilmente scivolare nello spettacolo bellico fine a se stesso.

La Prima Guerra Mondiale occupa un posto particolare nell’immaginario collettivo europeo — e britannico in modo specifico. È una guerra che ha segnato in modo irreversibile la cultura, la letteratura, la poesia di un’intera generazione. Wilfred Owen, Siegfried Sassoon, i versi scritti nel fango delle trincee: c’è tutta quella tradizione dietro le immagini di Mendes, anche se il film non la cita mai esplicitamente. Il regista ha trasformato i ricordi familiari in qualcosa di universale, in un racconto che parla di coraggio e paura, di fratellanza e perdita, con una immediatezza che le commemorazioni ufficiali spesso non riescono a raggiungere.

Questa connessione tra memoria personale e grande storia è anche ciò che distingue 1917 da molti altri film di guerra: non è un film sull’eroismo astratto, ma sulla fatica concreta di sopravvivere, di andare avanti, di compiere il proprio dovere anche quando tutto sembra perduto.

Dieci nomination agli Oscar e un posto nella storia del cinema di guerra

Il riconoscimento dell’industria cinematografica non si è fatto attendere: 1917 ha ricevuto dieci nomination agli Oscar, confermando il suo status di film di riferimento della stagione cinematografica 2019-2020. Per una panoramica completa delle reazioni della critica e del pubblico, la recensione del Phoenix Film Festival offre un punto di vista equilibrato e appassionato.

Ma al di là dei premi — che restano sempre una misura parziale e contingente del valore di un’opera — ciò che rende 1917 un punto di riferimento nel cinema di guerra contemporaneo è la sua capacità di rinnovare un genere che rischiava di fossilizzarsi in formule consolidate. Il film non si limita a raccontare la guerra: la fa sentire, la fa vivere, la trasforma in esperienza sensoriale e emotiva.

Nel panorama del cinema di guerra degli ultimi decenni, 1917 si colloca in una tradizione di opere che hanno cercato di restituire la realtà del conflitto con strumenti stilistici innovativi — da Salvate il soldato Ryan con la sua sequenza di apertura devastante, fino ai film di guerra europei che privilegiano la dimensione psicologica e morale rispetto all’azione. Mendes prende questa tradizione e la porta un passo più in là, usando la forma stessa del film come strumento di coinvolgimento emotivo.

Perché 1917 continua a emozionare, anni dopo

A distanza di anni dalla sua uscita, il 1917 film continua a essere visto, discusso, analizzato. Lo si trova nelle retrospettive sui grandi film di guerra, nelle classifiche dei migliori film degli anni Venti, nei programmi dei cineforum e nelle discussioni online tra appassionati di cinema. Questo non è scontato: molti film che hanno avuto grande impatto al momento dell’uscita perdono progressivamente la loro forza quando vengono rivisti.

1917 resiste perché la sua forza non dipende dalla novità della tecnica — che alla seconda visione si conosce già — ma dalla qualità dell’emozione che genera. La storia di due ragazzi che attraversano l’inferno per salvare altri ragazzi è una storia senza data di scadenza. La paura, il coraggio, la stanchezza, la speranza che si riacende anche quando tutto sembra perduto: sono sentimenti che non invecchiano.

C’è anche una dimensione visiva che regge benissimo la prova del tempo. Le immagini di Deakins — quel villaggio in fiamme, quella corsa notturna illuminata dai razzi, quella scena finale sull’erba — hanno la qualità delle immagini che si depositano nella memoria a lungo termine, quelle che ti tornano in mente anche a distanza di mesi o anni dalla visione.

Se non avete ancora visto 1917, fatelo al più presto — e se potete, fatelo su uno schermo grande, con il volume alto. Se lo avete già visto, forse è il momento di rivederlo: ci sono dettagli nella fotografia, nella recitazione, nella costruzione dello spazio che si rivelano solo alla seconda o terza visione, quando la tensione narrativa lascia spazio alla contemplazione del lavoro artigianale straordinario che c’è dietro ogni inquadratura. Questo è il cinema che vale la pena di difendere, di raccontare, di tramandare.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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