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La fine di Oak Street: David Robert Mitchell tra Spielberg e la nostalgia del cinema perduto

La fine di Oak Street: David Robert Mitchell tra Spielberg e la nostalgia del cinema perduto

La fine di Oak Street: David Robert Mitchell torna al cinema con un’avventura spielberghiana

C’è un momento, guardando certi film, in cui senti che il regista non sta solo raccontando una storia — sta cercando di recuperare qualcosa. Un’emozione, un modo di stare al cinema, una promessa che il grande schermo faceva agli spettatori di una certa generazione. È esattamente questa sensazione che attraversa La fine di Oak Street, il nuovo film di David Robert Mitchell arrivato nelle sale britanniche il 14 agosto 2026, e che in questi giorni sta alimentando discussioni accese tra i cinefili di mezzo mondo. Un’opera che guarda al passato con occhi spalancati, costruita attorno a un’idea tanto semplice quanto vertiginosa: cosa succederebbe se un intero quartiere di periferia venisse trasportato, di colpo, in un’epoca preistorica popolata di dinosauri?

Chi è David Robert Mitchell e perché questo film conta

Per capire il peso specifico di La fine di Oak Street, bisogna partire dall’uomo che l’ha scritta, diretta e prodotta. David Robert Mitchell è uno di quei registi che il cinema indipendente americano ha saputo valorizzare nel decennio scorso con una lentezza quasi geologica, ma con risultati difficilmente dimenticabili. Il suo nome è legato indissolubilmente a It Follows (2014), horror concettuale che ha ridefinito il genere con una semplicità disarmante: un’entità che ti segue, sempre, lentamente, inesorabilmente. Un film che sembrava uscito da un incubo degli anni Ottanta ma parlava con una lucidità tutta contemporanea di ansia, sessualità e morte.

Poi era arrivato Under the Silver Lake (2018), pellicola più divisiva, più labirintica, più ambiziosa — un noir-puzzle ambientato a Los Angeles che divideva la critica tra chi lo adorava come un’opera visionaria e chi lo trovava autoindulgente. In entrambi i casi, però, era evidente una cosa: Mitchell non fa film per inerzia. Ogni sua scelta ha un perché, ogni inquadratura porta il segno di una mente cinematograficamente onnivora.

Con La fine di Oak Street, Mitchell compie un passo ulteriore e, per certi versi, sorprendente: abbandona il registro del cinema di genere adulto e abbraccia apertamente il linguaggio del blockbuster familiare, quello che Spielberg ha codificato negli anni Ottanta e che pochissimi registi hanno saputo replicare con genuina convinzione. Il risultato è un film che dura 110 minuti, classificato 12A nel Regno Unito, e che porta sullo schermo Anne Hathaway ed Ewan McGregor nei panni di una coppia di genitori catapultati in un’avventura più grande di loro.

La trama: un quartiere, due figli e i dinosauri

Siamo nel 1982. Il quartiere si chiama Flowervale, ed è il classico sobborgo americano di quella stagione: vialetti alberati, recinti bianchi, biciclette appoggiate ai muretti, l’odore di erba tagliata e barbecue domenicali. Greg e Denise Platt — lui è Ewan McGregor, lei è Anne Hathaway — vivono qui con i loro due figli, Audrey e Brian. Una famiglia normale, con le sue tensioni quotidiane, i suoi piccoli segreti, le sue abitudini rassicuranti.

Poi accade qualcosa di inspiegabile. L’intero quartiere di Flowervale viene misteriosamente trasportato in una location preistorica, popolata di dinosauri. Da un momento all’altro, il mondo ordinario e sicuro dei Platt si trasforma in un territorio ostile e meraviglioso al tempo stesso, dove le regole della sopravvivenza sono completamente diverse e dove i genitori devono riscoprire risorse che credevano sopite per proteggere i propri figli.

È un’idea narrativa che ha il coraggio della semplicità. Non cerca di spiegare troppo il come e il perché — almeno non nelle prime battute — e preferisce immergerti subito nella texture emotiva della situazione: la paura, lo stupore, l’adrenalina, e quella peculiare tenerezza che nasce quando gli adulti si scoprono improvvisamente vulnerabili davanti agli occhi dei loro bambini. Mitchell costruisce la storia su questa dinamica familiare con una cura che va ben oltre il semplice pretesto avventuroso.

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Lo stile spielberghiano: omaggio o qualcosa di più?

Il termine “spielberghiano” viene usato spesso a sproposito, come etichetta comoda per qualsiasi film che abbia bambini in bicicletta, musica orchestrale e un senso del meraviglioso. Nel caso de La fine di Oak Street, però, la critica lo usa con cognizione di causa. Variety, nella sua recensione, descrive esplicitamente il film come spielberghiano nello stile e lo paragona a Jurassic Park — e non è un accostamento casuale, considerando che la premessa narrativa di dinosauri che irrompono in un mondo moderno risuona chiaramente con quella pietra miliare del 1993.

Ma l’influenza spielberghiana va oltre la superficie tematica. Si sente nella scelta di ambientare la storia nel 1982 — anno simbolico, lo stesso di E.T. l’extra-terrestre — in un quartiere suburbano che è quasi un personaggio a sé stante, con la sua geometria rassicurante destinata a essere sconvolta. Si sente nel modo in cui Mitchell gestisce il punto di vista dei bambini, dando a Audrey e Brian uno spazio emotivo autentico senza ridurli a semplici funzioni narrative. Si sente, soprattutto, nella capacità di tenere insieme il grande spettacolo visivo e l’intimità dei rapporti umani — che è esattamente la formula che Spielberg ha perfezionato in quei film e che pochissimi registi hanno saputo replicare senza scivolare nella parodia o nella nostalgia sterile.

Non è un caso che a produrre il film ci sia J.J. Abrams, regista e produttore che ha costruito buona parte della sua carriera su un dialogo appassionato con quella stagione del cinema americano. La sua presenza in veste di produttore — insieme a Tommy Harper, Matt Jackson e Hannah Minghella — suggerisce che La fine di Oak Street non sia nato per caso, ma come progetto consapevolmente posizionato nel solco di una tradizione precisa.

Michael Giacchino e la musica come macchina del tempo

Un film che vuole dialogare con Spielberg non può permettersi di sbagliare la musica. E Mitchell ha fatto la scelta più intelligente possibile: affidare la colonna sonora a Michael Giacchino, compositore che negli ultimi vent’anni ha dimostrato una capacità fuori dal comune di scrivere musica orchestrale che emoziona senza manipolare, che racconta senza didascalizzare.

Giacchino conosce bene il territorio. Ha composto per film d’avventura, per supereroi, per animazione — e in ogni caso ha portato una voce riconoscibile, capace di evocare la grandiosità del cinema classico senza limitarsi alla citazione. Per La fine di Oak Street, la sua musica diventa una vera e propria macchina del tempo: riporta lo spettatore a quella stagione in cui entrare in sala significava prepararsi a essere trasportati altrove, in un altrove fatto di meraviglia e paura in eguale misura.

Il contributo di Giacchino non è un dettaglio secondario. In un film che punta molto sull’atmosfera e sull’emozione, la colonna sonora è lo strumento che tiene insieme i pezzi, che amplifica i momenti di tensione e che dà peso emotivo alle scene più intime. È uno di quegli elementi che si notano soprattutto quando mancano — e qui, fortunatamente, non mancano.

Anne Hathaway ed Ewan McGregor: due star per un film familiare

La scelta del cast è un altro segnale chiaro delle intenzioni del film. Anne Hathaway ed Ewan McGregor sono due star di primissimo piano, entrambe con una carriera che spazia tra cinema d’autore e produzioni mainstream, entrambe capaci di portare credibilità emotiva a personaggi che rischiano di essere schiacciati dallo spettacolo visivo che li circonda.

Hathaway, nei panni di Denise Platt, porta quella sua capacità di essere contemporaneamente fragile e determinata — una qualità che funziona perfettamente per un personaggio che deve reinventarsi in condizioni estreme senza perdere il filo del rapporto con i figli. McGregor, come Greg, gioca su registri che conosce bene: il padre un po’ impacciato, l’uomo che scopre risorse inaspettate quando la situazione lo richiede, il marito che deve ritrovare una sintonia con la moglie proprio mentre il mondo attorno a loro va letteralmente a pezzi — o meglio, viene catapultato in un’era geologica diversa.

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La coppia funziona perché non cerca di rubare la scena ai dinosauri, ma di costruire attorno a loro uno spazio umano credibile. È una scelta registica precisa: i mostri preistorici sono lo spettacolo, ma i Platt sono il film. Senza questa distinzione chiara, La fine di Oak Street rischierebbe di essere solo un esercizio di effetti speciali. Con essa, diventa qualcosa di più interessante.

Il 1982, la nostalgia e il cinema che non c’è più

Ambientare il film nel 1982 non è una scelta innocente. È un anno preciso, carico di significati per chiunque ami il cinema popolare americano: è l’anno di E.T., di Blade Runner, di Poltergeist, di The Thing. Un anno in cui il cinema di genere era al tempo stesso popolarissimo e genuinamente audace, capace di rivolgersi a un pubblico di massa senza rinunciare a una visione artistica riconoscibile.

Mitchell sceglie questo anno come cornice non per semplice nostalgia, ma per costruire un contrasto implicito con il presente. Flowervale nel 1982 è un luogo in cui la comunità esiste ancora, in cui i vicini si conoscono, in cui i bambini giocano fuori fino al tramonto. È un mondo che ha una sua coerenza interna, un suo ritmo — e che viene violentemente interrotto dall’irruzione del preistorico, dell’incomprensibile, del selvaggio.

In questo senso, La fine di Oak Street funziona anche come riflessione sul cinema stesso: quel tipo di cinema avventuroso, familiare, capace di meravigliare senza cinicismo, che il 1982 rappresenta in modo quasi archetipico, è qualcosa che il cinema contemporaneo fatica a replicare con la stessa naturalezza. Mitchell non lo dice esplicitamente — non è il tipo di regista che fa discorsi sul cinema dentro ai suoi film — ma la scelta del setting parla da sola.

Per approfondire il contesto produttivo e le prime reazioni della critica internazionale, vale la pena leggere la recensione di Variety, che analizza in dettaglio il rapporto del film con la tradizione spielberghiana. Altrettanto utile è la scheda tecnica completa disponibile su IMDb, che raccoglie tutte le informazioni sul cast e sulla produzione.

Un film che vale il biglietto?

La domanda che ogni cinefilo si pone davanti a un’opera come questa è semplice: funziona? La risposta, stando alle prime reazioni della critica, è che La fine di Oak Street è un film che sa quello che vuole essere e lo persegue con coerenza. Non è un’opera che stravolge il linguaggio cinematografico — non è quello che Mitchell stava cercando di fare. È invece un film che prende un’idea ambiziosa, la mette nelle mani di un cast di prim’ordine, la veste con una musica straordinaria e la racconta con la consapevolezza di chi conosce profondamente la tradizione a cui si ispira.

In un panorama cinematografico in cui il blockbuster familiare è spesso sinonimo di prodotto standardizzato, costruito per algoritmo e ottimizzato per il franchise, La fine di Oak Street ha il merito di sembrare un film fatto da qualcuno che ci crede davvero. E questo, nel 2026, non è poco.

Conclusione: la fine di Oak Street è anche un inizio

Uscito nelle sale britanniche il 14 agosto 2026, La fine di Oak Street rappresenta uno dei ritorni più attesi e discussi della stagione cinematografica. David Robert Mitchell conferma di essere un regista capace di reinventarsi senza tradire sé stesso: dopo l’horror concettuale di It Follows e il noir labirintico di Under the Silver Lake, abbraccia il cinema d’avventura familiare con una sincerità che disarma. Anne Hathaway ed Ewan McGregor portano carne e sangue a personaggi che avrebbero potuto essere semplici funzioni narrative, Michael Giacchino costruisce una colonna sonora che è già parte integrante dell’esperienza, e J.J. Abrams produce con la sensibilità di chi sa esattamente in quale tradizione si sta muovendo. La fine di Oak Street non è solo il titolo di un film: è anche, in qualche modo, un invito a ricordare perché il cinema di avventura, quando è fatto con passione e intelligenza, riesce ancora a fare quello che nessun altro mezzo sa fare — portarti altrove, in un posto che non esiste, e farti sentire che è reale.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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