Dodici giorni di proiezioni, red carpet e dibattiti si sono chiusi il 12 settembre 2026 con una certezza scomoda per il cinema di casa nostra: a Venezia 2026, il cinema italiano ha portato in Laguna cinque film in concorso nella selezione principale, ha riempito di aspettative la stampa specializzata, e alla fine è tornato a casa con le mani vuote. Nessun Leone, nessuna Coppa Volpi, nessun riconoscimento dalla giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal. Un risultato che brucia, e che merita di essere letto con attenzione, senza allarmismi ma senza nemmeno sconti.
L’83ª Mostra: un’edizione ambiziosa sotto la guida di Barbera
L’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, svoltasi dal 2 al 12 settembre 2026 sotto la direzione artistica di Alberto Barbera, si è confermata come uno degli appuntamenti più importanti del calendario cinematografico mondiale. La selezione in concorso era ampia e variegata, con titoli provenienti da ogni latitudine, e la presenza italiana era tutt’altro che marginale sul piano numerico: cinque film nel concorso principale rappresentano una quota significativa, quasi una scommessa collettiva sul talento nazionale.
La giuria internazionale, guidata dall’attrice e regista statunitense Maggie Gyllenhaal, ha avuto il compito non semplice di orientarsi tra opere molto diverse per stile, provenienza e ambizione. Il verdetto finale ha premiato con il Leone d’Oro il film Woman Unknown della regista May el-Toukhy — dato notevole, perché si trattava dell’unico film in concorso diretto da una donna. Un segnale forte, che la giuria ha evidentemente voluto mandare con chiarezza.
I cinque film italiani in concorso: chi c’era e cosa si aspettava
Il parterre italiano in concorso era, sulla carta, di tutto rispetto. Nanni Moretti tornava a Venezia con Succederà questa notte, titolo atteso con la curiosità che ogni nuovo lavoro del regista romano sa generare. Andrea Pallaoro presentava The Echo Chamber, film che confermava il percorso internazionale di un autore che lavora sempre più a cavallo tra l’Italia e il mondo anglosassone. Edoardo De Angelis portava in concorso Il fuoco che ti porti dentro, mentre Paolo Strippoli — una delle voci più interessanti della nuova generazione — era in gara con L’estranea. Completava il quintetto Marco Bechis con Ritorno a Buenos Aires, un titolo che già nel nome evoca radici sudamericane e una biografia personale complessa.
Cinque titoli, cinque sguardi diversi sull’Italia e sul mondo. Una presenza numericamente rilevante, che avrebbe potuto — e forse dovuto — tradursi in almeno un riconoscimento. Invece, la cerimonia di premiazione del 12 settembre ha scorrazzato tra film di altre nazionalità senza mai fermarsi su una pellicola italiana della selezione principale.
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Il palmares che ha ignorato il cinema italiano
Il Leone d’Oro è andato, come detto, a Woman Unknown di May el-Toukhy, con la Coppa Volpi per la migliore attrice assegnata a Mathilde Arcel per lo stesso film. La Coppa Volpi per il migliore attore ha invece premiato John Malkovich per la sua interpretazione in Wild Horse Nine. Il Premio Speciale della Giuria è andato a NAZA. Nessuno di questi titoli è italiano, nessuno porta la firma di un regista o di un’attrice del nostro Paese.
L’unico nome italiano che ha lasciato il segno nella cerimonia è quello di Riccardo Scamarcio, premiato con il Premio Orizzonti per il miglior attore per il film I Figli della Scimmia. Un riconoscimento importante, che dimostra come il talento italiano ci sia — ma che arriva dalla sezione parallela, non dal concorso principale. Una consolazione, non una vittoria.
Il quadro complessivo è dunque quello di un cinema italiano che ha partecipato in forze ma non ha convinto la giuria quanto bastava per salire sul palco dei vincitori nella competizione che conta di più. Non è una disfatta, ma è una sconfitta che vale la pena analizzare senza girarci intorno.
Cosa dice questo risultato sul cinema italiano oggi
Sarebbe semplicistico liquidare il risultato come semplice sfortuna o come capriccio di una giuria. La domanda più interessante — e più utile — è un’altra: i cinque film italiani in concorso erano davvero pronti a competere ai massimi livelli internazionali, o la selezione ha riflesso più un desiderio di visibilità che una valutazione lucida della competitività dei titoli?
La risposta onesta è che probabilmente entrambe le cose sono vere in parte. Venezia resta il festival che più di ogni altro ha storicamente valorizzato il cinema italiano — basti pensare ai Leone vinti negli anni passati da autori come Bellocchio o Garrone — ma proprio per questo le aspettative tendono a gonfiarsi oltre il ragionevole. Cinque film in concorso sono un numero importante, ma la quantità non garantisce la qualità della ricezione da parte di una giuria internazionale con gusti, sensibilità e riferimenti culturali propri.
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Il fatto che Woman Unknown abbia vinto come unico film diretto da una donna dice qualcosa anche sul tipo di cinema che la giuria guidata da Gyllenhaal ha voluto premiare: un cinema di rottura, che sfida convenzioni narrative e di genere. Alcuni dei titoli italiani in concorso, per quanto validi, potrebbero essere stati percepiti come più tradizionali nel loro approccio. Non è un giudizio definitivo — le giurie cambiano ogni anno e con esse i criteri — ma è un elemento di riflessione.
C’è poi la questione della visibilità internazionale dei registi. Autori come Nanni Moretti sono figure di culto in Italia e in Francia, ma la loro ricezione in contesti anglosassoni o nordici può essere più tiepida. Edoardo De Angelis e Paolo Strippoli, pur interessanti, sono nomi ancora in costruzione sul piano del riconoscimento internazionale. Marco Bechis ha una storia personale e artistica che attraversa più culture, ma Ritorno a Buenos Aires era comunque una scommessa. Andrea Pallaoro forse era il candidato più attrezzato a dialogare con una giuria internazionale, ma evidentemente non è bastato.
La voce italiana che ha parlato più forte: Scamarcio agli Orizzonti
In questo scenario, il premio a Riccardo Scamarcio nella sezione Orizzonti assume un significato quasi simbolico. È la dimostrazione che il talento italiano esiste, che sa farsi riconoscere, che sa competere — ma che in questo momento il nostro cinema di punta fatica a imporsi nella competizione più alta. I Figli della Scimmia ha convinto la giuria della sezione parallela: un riconoscimento vero, non di consolazione, ma che fotografa anche una certa distanza tra il cinema italiano più sperimentale o di nicchia e quello che ambisce al concorso principale.
Per approfondire il palmarès completo dell’83ª Mostra, il sito ufficiale della Biennale di Venezia raccoglie tutti i premi assegnati nelle diverse sezioni.
Venezia 2026 ha restituito al cinema italiano una fotografia onesta: presente, numerosa, ambiziosa, ma ancora alla ricerca di quella scintilla che sappia convincere una giuria internazionale a fermarsi, a scegliere, a premiare. Il lavoro da fare non è sulle quantità — cinque film in concorso sono già un risultato — ma sulla capacità di costruire opere che parlino oltre i confini, che sorprendano, che lascino il segno. La prossima occasione si chiamerà Venezia 2027, e da qui a settembre dell’anno prossimo c’è tutto il tempo per rimettere in moto quella macchina creativa che, quando gira bene, non ha rivali al mondo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








