Silvia Calandrelli è la nuova presidente dell’Accademia del Cinema Italiano: chi è, cosa cambia e perché gli autori protestano
Il 29 luglio 2026 è una data che il mondo del cinema italiano segnerà a matita rossa nei propri calendari. La Fondazione Accademia del Cinema Italiano — l’istituzione che ogni anno assegna i David di Donatello, il riconoscimento più ambito della cinematografia nazionale — ha ufficializzato la nomina di Silvia Calandrelli come nuova presidente, segnando la fine di un’era lunga otto anni sotto la guida di Piera Detassis. Una notizia di quelle che scuotono l’establishment culturale, tanto più perché accompagnata quasi in tempo reale da una presa di posizione critica del Coordinamento Autori e Autrici. Mettetevi comodi: c’è molto da raccontare su chi guida oggi l’accademia del cinema italiano, e su chi non è affatto convinto di come ci sia arrivata.
Chi è Silvia Calandrelli e da dove viene
Per capire il peso di questa nomina, bisogna prima capire chi è Silvia Calandrelli. Il suo nome è legato a doppio filo alla RAI, il servizio pubblico radiotelevisivo italiano, dove ricopre il ruolo di Direttrice per la Sostenibilità — ESG (Environmental, Social and Governance). Un profilo, quindi, che intreccia cultura, media e responsabilità d’impresa: una figura abituata a muoversi tra le istituzioni, a costruire ponti tra il mondo della produzione audiovisiva e quello delle politiche culturali più ampie.
Non si tratta di un nome estraneo all’ecosistema del cinema e dell’audiovisivo italiano: la RAI è da decenni uno degli attori principali nella produzione e nel finanziamento di film e serie televisive, e chi ne guida i comparti strategici conosce necessariamente le dinamiche del settore. Eppure il passaggio dalla direzione interna di un’azienda pubblica alla presidenza di una fondazione come l’Accademia del Cinema Italiano non è un passo neutro: porta con sé una visione, una rete di relazioni, un modo di intendere il ruolo della cultura cinematografica nel paese.
La nomina è stata formalizzata dai Soci Fondatori AGIS (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo) e ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali), d’accordo con la Direzione. Un meccanismo istituzionale preciso, che riflette la struttura di governance della Fondazione: non è un’elezione aperta, ma un processo che passa attraverso le organizzazioni di categoria che siedono al tavolo dei fondatori.
Otto anni di Piera Detassis: un’eredità pesante
Per comprendere appieno cosa significa questa transizione, è necessario fare un passo indietro e guardare a ciò che Piera Detassis ha rappresentato per l’Accademia del Cinema Italiano in questi otto anni di presidenza. Critica cinematografica di lungo corso, già direttrice di riviste di settore, Detassis ha guidato la Fondazione attraverso una fase di profonda trasformazione: l’ampliamento della platea degli accademici votanti, la crescente internazionalizzazione dei David di Donatello, la gestione della cerimonia durante gli anni della pandemia, il progressivo riconoscimento dell’istituzione come interlocutore autorevole nel dibattito culturale europeo.
Sotto la sua guida, i David di Donatello hanno consolidato il proprio ruolo non soltanto come premio cinematografico ma come termometro dello stato di salute del cinema italiano: un momento in cui l’industria si ferma, si guarda allo specchio e celebra — o interroga — se stessa. Lasciare una simile eredità è sempre complicato. Chi arriva dopo deve fare i conti con aspettative altissime e con una comunità cinematografica che, nel bene e nel male, si era abituata a un certo stile di leadership.
Calandrelli raccoglie quindi un testimone importante, in un momento in cui il cinema italiano è al centro di dibattiti cruciali: dal finanziamento pubblico alla distribuzione sulle piattaforme streaming, dalla questione della parità di genere nelle produzioni all’impatto dell’intelligenza artificiale sui mestieri creativi. La presidente dell’accademia del cinema italiano non è mai stata soltanto una figura cerimoniale: è una voce che conta, un punto di riferimento per l’industria e per le istituzioni.
La Fondazione Accademia del Cinema Italiano e i David di Donatello
Vale la pena soffermarsi su cosa è, concretamente, la Fondazione Accademia del Cinema Italiano. Nata per promuovere e valorizzare la cultura cinematografica italiana, la Fondazione è l’organismo che sovrintende all’assegnazione dei David di Donatello, i premi che ogni anno riconoscono il meglio del cinema italiano in decine di categorie: dal miglior film alla miglior regia, dalla miglior attrice protagonista al miglior documentario, passando per le categorie tecniche spesso meno visibili ma altrettanto cruciali per chi lavora dietro la macchina da presa.
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Il David di Donatello è il corrispettivo italiano dell’Oscar americano o del César francese: non è soltanto un riconoscimento simbolico, ma ha ricadute concrete sulla visibilità dei film premiati, sulla loro distribuzione internazionale, sui finanziamenti futuri che i registi e i produttori riescono ad attrarre. Chi presiede la Fondazione, quindi, non gestisce soltanto una cerimonia glamour: ha in mano uno strumento di politica culturale di prima grandezza.
La governance della Fondazione prevede che i Soci Fondatori — tra cui AGIS e ANICA — abbiano un ruolo determinante nelle scelte di vertice. È proprio questo meccanismo che si trova oggi al centro delle polemiche sollevate dal Coordinamento Autori e Autrici.
La protesta del Coordinamento Autori e Autrici
Quasi in contemporanea con l’annuncio della nomina di Calandrelli, il Coordinamento Autori e Autrici ha fatto sentire la propria voce critica. Il Coordinamento è una realtà composita e rappresentativa: riunisce sotto il proprio ombrello cinque associazioni di categoria — 100autori, ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), WGI (Writers Guild of Italy), AIR3 e ACMF — che insieme rappresentano una fetta significativa della comunità creativa del cinema italiano: sceneggiatori, registi, autori in senso lato.
Secondo quanto documentato da Cinematografo.it, il Coordinamento ha criticato pubblicamente la nomina di Calandrelli. Le critiche, stando alle fonti disponibili, riguardano il metodo con cui la nomina è avvenuta — ovvero il processo decisionale interno alla Fondazione — e le implicazioni del nuovo Statuto sulla rappresentanza delle componenti creative all’interno dell’istituzione.
È importante essere precisi su questo punto: i dettagli specifici delle obiezioni del Coordinamento, i passaggi esatti del nuovo Statuto contestati e le implicazioni concrete per i singoli professionisti del settore non sono al momento interamente documentati nelle fonti disponibili. Ciò che è certo è che la presa di posizione critica esiste, è pubblica e proviene da un soggetto collettivo che rappresenta una parte importante della comunità cinematografica italiana.
Questo non è un dettaglio da poco. Quando le associazioni degli autori si fanno sentire con forza su una nomina istituzionale, significa che la questione tocca nervi scoperti: chi decide chi guida l’accademia del cinema italiano, e con quale mandato? Chi rappresenta davvero la comunità creativa all’interno di un organismo che pure porta il nome di quella comunità ?
Il nodo della rappresentanza: chi parla a nome del cinema italiano?
La protesta del Coordinamento Autori e Autrici apre una riflessione più ampia che vale la pena sviluppare, perché riguarda il cuore stesso di come funziona — o dovrebbe funzionare — un’istituzione come la Fondazione Accademia del Cinema Italiano.
Le accademie cinematografiche nel mondo sono strutturate in modi molto diversi. La Motion Picture Academy americana, quella che assegna gli Oscar, è composta da migliaia di professionisti del settore che votano direttamente: attori, registi, sceneggiatori, tecnici, produttori. Negli ultimi anni ha attraversato una profonda revisione della propria composizione, cercando di ampliare la rappresentanza di genere, etnia e provenienza geografica. L’Académie des Arts et Techniques du Cinéma francese, che assegna i César, ha una struttura simile, con professionisti del settore che eleggono i propri rappresentanti.
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In Italia, il modello è diverso: la Fondazione Accademia del Cinema Italiano ha una governance che attribuisce un ruolo centrale ai Soci Fondatori istituzionali — AGIS e ANICA — piuttosto che a un meccanismo di elezione diretta da parte della base degli accademici. È un modello che riflette la storia e la struttura del settore cinematografico italiano, strettamente intrecciato con le associazioni di categoria e con il sistema di finanziamento pubblico. Ma è anche un modello che, in momenti di transizione come quello attuale, può generare tensioni: chi non siede al tavolo dei fondatori rischia di sentirsi escluso dalle decisioni che riguardano un’istituzione che pure lo riguarda da vicino.
Il Coordinamento Autori e Autrici, con la propria critica, sembra sollevare esattamente questa questione: non necessariamente un giudizio sulla persona di Calandrelli, ma una domanda sul metodo, sulla trasparenza, sulla partecipazione delle componenti creative ai processi decisionali dell’Accademia. È una domanda legittima, che merita risposte altrettanto serie.
Cosa significa questa nomina per il futuro dell’Accademia
Guardando avanti, la presidenza di Silvia Calandrelli si apre in un contesto particolarmente sfidante per il cinema italiano. Le sale cinematografiche continuano a navigare acque agitate nel post-pandemia, cercando di riconquistare abitudini di visione che si sono in parte spostate verso le piattaforme streaming. Il finanziamento pubblico al cinema è oggetto di discussioni ricorrenti. La questione della parità di genere nelle posizioni di leadership del settore — e la nomina di una donna alla presidenza dell’Accademia è in questo senso un segnale — resta aperta e urgente. E poi c’è il tema dell’intelligenza artificiale, che sta ridisegnando i confini dei mestieri creativi in modi ancora difficili da prevedere.
In questo quadro, il ruolo della presidente dell’accademia del cinema italiano non è mai stato così complesso e così necessario. Calandrelli porta con sé la propria esperienza nel campo della sostenibilità e della gestione delle risorse in un’azienda pubblica di primaria importanza come la RAI: competenze che potrebbero rivelarsi preziose per guidare un’istituzione che deve fare i conti con risorse limitate, aspettative elevate e una comunità di riferimento esigente e divisa.
La sfida più immediata, però, potrebbe essere proprio quella di ricucire il rapporto con le componenti creative che hanno espresso critiche alla nomina. Un’accademia che vuole davvero rappresentare il cinema italiano nella sua interezza — dai grandi produttori agli autori indipendenti, dai tecnici agli sceneggiatori — ha bisogno di essere percepita come uno spazio inclusivo, non come il feudo di alcune categorie a scapito di altre.
I David di Donatello e la posta in gioco culturale
Non bisogna mai perdere di vista il cuore pulsante di tutto questo: i David di Donatello. Ogni anno, la cerimonia di premiazione è uno dei momenti più seguiti e discussi del panorama culturale italiano. Non soltanto perché celebra i film e i professionisti dell’anno, ma perché fotografa lo stato del cinema italiano, le sue tendenze, le sue contraddizioni, i suoi talenti emergenti e le sue voci consolidate.
Chi guida la Fondazione Accademia del Cinema Italiano influenza — direttamente o indirettamente — il modo in cui questa fotografia viene scattata: le categorie premiate, i criteri di ammissione al voto, la composizione degli accademici, la comunicazione della cerimonia verso il pubblico più largo. Sono scelte che sembrano tecniche ma che hanno implicazioni culturali profonde.
Negli ultimi anni i David di Donatello hanno mostrato una crescente attenzione alla diversità delle voci del cinema italiano: film di genere accanto al cinema d’autore, produzioni regionali accanto ai grandi blockbuster nazionali, documentari e opere prime. Mantenere e ampliare questo sguardo plurale sarà una delle responsabilità della nuova presidenza.
Una transizione da seguire con attenzione
La nomina di Silvia Calandrelli alla guida della Fondazione Accademia del Cinema Italiano è una notizia che va ben oltre la cronaca istituzionale. Segna il passaggio di consegne tra due figure molto diverse per formazione e percorso, in un momento in cui il cinema italiano è chiamato a rispondere a sfide inedite. La critica del Coordinamento Autori e Autrici — che riunisce 100autori, ANAC, WGI, AIR3 e ACMF — ricorda che le istituzioni culturali non sono entità astratte: sono il prodotto delle scelte di persone concrete, e quelle scelte hanno conseguenze reali per chi lavora ogni giorno a fare cinema in Italia. La nuova presidente dell’accademia del cinema italiano ha davanti a sé un mandato impegnativo: costruire un dialogo autentico con tutte le anime di un settore che non ha mai smesso di essere vitale, appassionato e, quando necessario, rumorosamente critico. E noi, da cinefili attenti, seguiremo ogni sviluppo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








