Un film italiano in Concorso Internazionale a Locarno, un regista alla sua seconda prova, e — dettaglio che da solo vale il biglietto — Monica Bellucci che torna sul grande schermo portando a casa il Pardo per la Miglior Interpretazione: basterebbero questi tre elementi per capire perché Ketticè di Giovanni Tortorici è uno dei titoli più discussi dell’estate cinematografica 2026. Eppure c’è molto di più, e vale la pena sedersi comodi e scoprire insieme perché questo film — uscito nelle sale il 3 settembre 2026, un giorno dopo la chiusura del festival svizzero — merita tutta l’attenzione che sta ricevendo. La storia di Giovanni Tortorici, Ketticè e Locarno è, in fondo, la storia di un cinema italiano che quando vuole sa ancora sorprendere.
Per capire il peso specifico di questo momento, bisogna inquadrare Giovanni Tortorici nel panorama del cinema italiano contemporaneo. Ketticè è il suo secondo lungometraggio come regista e sceneggiatore, un passaggio cruciale nella carriera di qualsiasi cineasta: il secondo film è sempre il banco di prova più severo, quello in cui si capisce se il talento della prima opera era un lampo isolato o l’inizio di qualcosa di più solido e duraturo. Tortorici, che firma anche la sceneggiatura, ha scelto di non ripetersi in modo meccanico e di portare a Locarno un progetto che ha evidentemente richiesto un lavoro di costruzione lungo e meticoloso.
Il Festival di Locarno, giunto nel 2026 alla sua settantanovesima edizione, è una delle vetrine più selettive del cinema d’autore mondiale. Essere selezionati in Concorso Internazionale — e non nelle sezioni parallele o nelle retrospettive — significa che la giuria di selezione ha riconosciuto in Ketticè un’opera capace di dialogare con il meglio della produzione cinematografica globale. Non è un riconoscimento automatico né scontato, soprattutto per un regista italiano alla seconda prova. Locarno ha una storia lunga nel premiare voci nuove e coraggiose: basti pensare a come il festival abbia lanciato nel corso dei decenni registi che poi hanno segnato il cinema mondiale. Essere lì, in quella Piazza Grande o nelle sale del Palexpo, con il proprio film proiettato davanti a critici, distributori e appassionati provenienti da ogni angolo del pianeta, è un’esperienza che segna.
Tortorici scrive e dirige, dunque, mantenendo il controllo creativo totale sulla propria opera. Questa scelta — sempre più rara in un sistema produttivo che tende a separare le figure — dice molto sulla sua visione del cinema come atto autoriale, come gesto personale che non si delega. La sceneggiatura porta la sua firma, il che significa che ogni dialogo, ogni struttura narrativa, ogni scelta drammaturgica è il risultato di una volontà precisa e consapevole.
Il cast di Ketticè è, a tutti gli effetti, uno dei suoi punti di forza più immediatamente riconoscibili. Salvatore Gallina e Rachele Testagrossa affiancano una Monica Bellucci in stato di grazia, e la combinazione tra volti nuovi e un’icona del cinema italiano e internazionale crea già sulla carta una tensione interessante, quella tra generazioni diverse che si incontrano sullo schermo.
Monica Bellucci non ha bisogno di molte presentazioni: attrice e modella di fama mondiale, ha attraversato decenni di cinema con una presenza fisica e drammatica difficilmente eguagliabile. Dai film di Giuseppe Tornatore alle produzioni francesi, dagli action hollywoodiani fino ai ruoli più recenti e maturi, Bellucci ha sempre saputo reinventarsi senza perdere la propria identità. Il fatto che abbia scelto di lavorare con un regista italiano relativamente giovane, alla sua seconda opera, dice qualcosa di preciso sul valore del progetto: non si tratta di una comparsata di lusso, ma di un impegno vero, che il festival ha riconosciuto assegnandole il Pardo per la Miglior Interpretazione.
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Il Pardo — il leopardo d’oro che dà il nome al premio più ambito di Locarno — è uno dei riconoscimenti festivalieri più rispettati in Europa. Ottenerlo per la miglior interpretazione significa che la giuria ha ritenuto la performance di Bellucci in Ketticè semplicemente insuperabile tra tutti i film in concorso. Non è un premio alla carriera, non è un tributo onorario: è un giudizio tecnico e artistico sulla prova specifica offerta in questo film. Un risultato che proietta ulteriore luce sull’intero progetto e che trasforma Ketticè da film interessante a evento cinematografico dell’anno.
Salvatore Gallina e Rachele Testagrossa, dal canto loro, rappresentano quella linfa vitale di nuovi talenti che il cinema italiano continua a produrre anche quando il sistema sembra troppo autoreferenziale per accorgersene. Essere scelti da Tortorici per un film di questa portata, e trovarsi a recitare accanto a Bellucci sotto i riflettori di Locarno, è il tipo di trampolino che può cambiare una carriera. I festival internazionali funzionano anche così: amplificano i segnali, mettono i nomi sulle mappe giuste, aprono porte che altrimenti resterebbero chiuse.
Un film è sempre un’opera collettiva, e Ketticè non fa eccezione. Dietro la macchina da presa c’è Camilla Cattabriga, direttrice della fotografia, il cui lavoro è parte integrante del linguaggio visivo del film. La fotografia cinematografica non è mai un elemento neutro: definisce il tono emotivo di ogni scena, costruisce o distrugge l’atmosfera, guida lo sguardo dello spettatore verso ciò che il regista vuole mostrare. Affidarsi a Cattabriga significa aver scelto una collaboratrice con una sensibilità visiva precisa, capace di tradurre le intenzioni di Tortorici in immagini che restano impresse.
Il montaggio è firmato da Marco Costa. Il montatore è, in un certo senso, il secondo regista di qualsiasi film: è lui che decide il ritmo, che sceglie tra le alternative girate, che costruisce la narrazione nel tempo. Un buon montaggio può salvare una scena debole e un montaggio sbagliato può affossare la migliore delle riprese. Costa porta al progetto la propria esperienza e il proprio orecchio per il ritmo cinematografico, elementi fondamentali per un film che evidentemente punta a una costruzione narrativa precisa e rigorosa.
I costumi sono di Maria Antonia Tortorici Montaperto — un cognome che non sfugge agli occhi attenti e che suggerisce un legame familiare con il regista. Lavorare con persone di fiducia, con cui si condivide non solo un progetto professionale ma anche una storia comune, è una pratica antica nel cinema: dai fratelli Coen a Pedro Almodóvar, molti grandi autori hanno costruito il proprio universo creativo attorno a collaboratori stabili e fidati. I costumi, in un film ambientato in un periodo storico specifico, non sono mai semplice abbigliamento: sono segni, indicatori di classe sociale, di aspirazioni, di appartenenza. Il lavoro di Tortorici Montaperto è quindi parte integrante della costruzione del mondo che il film abita.
Ketticè è una co-produzione italo-francese, il che la inserisce in una tradizione storica di collaborazione tra i due paesi che ha prodotto alcune delle opere più importanti del cinema europeo del dopoguerra. I produttori coinvolti sono Frenesy, The Apartment, MeMo Films, PiperFilm e Rai: un consorzio che unisce realtà produttive italiane e francesi sotto l’ombrello della televisione pubblica italiana, a conferma che il progetto ha goduto di un sostegno istituzionale significativo.
La presenza di The Apartment — società produttiva italiana di lungo corso — e di Rai tra i produttori garantisce una rete di distribuzione e visibilità che va ben oltre il circuito festivaliero. Significa che Ketticè non è destinato a restare un’opera di nicchia vista da pochi intenditori in sale d’essai: ha le spalle coperte per raggiungere un pubblico più ampio, sia in sala che, presumibilmente, sulla televisione pubblica. La co-produzione con partner francesi — MeMo Films e PiperFilm — apre poi le porte al mercato transalpino, tradizionalmente molto ricettivo verso il cinema d’autore italiano.
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Questa struttura produttiva complessa è anche un segnale della fiducia che il sistema ha riposto nel progetto di Tortorici. Mettere insieme cinque produttori di nazionalità diverse, coordinare le aspettative artistiche e commerciali di ognuno, navigare i meccanismi di finanziamento europeo: tutto questo richiede un progetto solido, credibile, con un regista e un cast in grado di giustificare l’investimento. Il fatto che ci siano riusciti, e che il risultato sia approdato in Concorso Internazionale a Locarno con un premio importante in tasca, è la conferma che il rischio è stato ben calcolato.
Torniamo sul riconoscimento più eclatante della presenza di Ketticè a Locarno: il Pardo per la Miglior Interpretazione assegnato a Monica Bellucci. Vale la pena soffermarsi su cosa significhi, concretamente, un premio del genere per la vita di un film.
I premi festivalieri non sono solo medaglie da appendere al muro: hanno un impatto diretto sulla distribuzione, sulla copertura mediatica, sulle aspettative del pubblico. Un Pardo di Locarno per la miglior interpretazione viene riletto dai distributori come un segnale di qualità certificato da una giuria internazionale, il che si traduce in più schermi, più attenzione della stampa, più curiosità da parte degli spettatori. Per un film italiano in uscita il 3 settembre 2026 — una data che lo colloca in un periodo tradizionalmente competitivo, con le sale che si riempiono di titoli autunnali — avere questo tipo di riconoscimento è un vantaggio competitivo reale.
Per Bellucci, il Pardo è anche una conferma di un percorso artistico che non si è mai fermato. Spesso le grandi star del cinema vengono percepite come monumenti da ammirare piuttosto che come attrici in continua evoluzione: il premio di Locarno dice il contrario, dice che Bellucci sta ancora crescendo, ancora sorprendendo, ancora capace di offrire qualcosa di inaspettato. E questo, per un film come Ketticè, è il tipo di narrativa che fa venire voglia di andare in sala.
Il film è uscito nelle sale italiane il 3 settembre 2026, il giorno successivo alla chiusura del Festival di Locarno, con un tempismo che non sembra casuale: il premio a Bellucci ha amplificato l’attenzione mediatica proprio nelle ore precedenti all’uscita, creando un effetto traino che difficilmente si pianifica ma che si sfrutta al meglio quando arriva. Chi vuole vedere Ketticè sul grande schermo ha quindi già la possibilità di farlo, e l’invito — visto il Pardo, visto il cast, vista la selezione a Locarno — è di non aspettare troppo.
Per chi volesse approfondire il contesto produttivo e i dettagli tecnici del film, il Collettivo Chiaroscuro offre una scheda dettagliata con tutte le informazioni sulla lavorazione e sul team creativo coinvolto.
Ketticè è, a tutti gli effetti, il tipo di film che il cinema italiano produce quando funziona davvero: un autore con una visione precisa, una sceneggiatura originale, un cast che mescola nuovi talenti e un’icona internazionale, una fotografia curata, una co-produzione europea solida e un festival importante che ha saputo riconoscerne il valore. Giovanni Tortorici firma la sua seconda opera con la consapevolezza di chi sa che il cinema è un gesto lungo e paziente, e Monica Bellucci lo accompagna con una performance che già porta un Pardo inciso sopra. Non resta che vederlo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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