C’è un momento, ogni settembre, in cui il cinema spagnolo si guarda allo specchio e decide quale faccia mostrare al mondo. Quell’appuntamento è la selezione per il miglior film internazionale agli Oscar, e nel settembre 2026 l’Academia de Cine spagnola ha reso pubblica la sua terna di preselezionati per gli Oscar 2027 — con una sorpresa che ha fatto discutere parecchio. Tre titoli in corsa, un grande nome escluso, e una domanda che aleggia nell’aria: il cinema spagnolo sta cambiando pelle, o sta semplicemente imparando a giocare in modo più strategico sulla scena internazionale? Mettetevi comodi, perché la storia è più articolata di quanto sembri.
L’annuncio è arrivato nella sede madrilena dell’Academia de Cine, letto dall’attrice Miriam Garlo: i tre film preselezionati per rappresentare la Spagna nella categoria Best International Feature Film agli Oscar 2027 sono La bola negra, Los domingos e El ser querido. La selezione definitiva sarà comunicata il 16 settembre 2026, ma già questa terna racconta molto sulle ambizioni e sulle priorità del cinema spagnolo contemporaneo.
Tre film che non potrebbero essere più diversi tra loro per registro, tono e provenienza autoriale. Da un lato c’è il lavoro di una coppia creativa amatissima dal pubblico, dall’altro una regista che ha già dimostrato di saper toccare corde profonde, e infine uno dei nomi più solidi del cinema d’autore spagnolo degli ultimi anni, con un cast che parla da solo. Vediamoli uno per uno, perché ciascuno merita attenzione.
Javier Calvo e Javier Ambrossi — i celeberrimi Javis, come li chiama affettuosamente il pubblico spagnolo — sono una delle coppie creative più fertili e riconoscibili della Spagna contemporanea. Noti soprattutto per serie televisive di grande impatto culturale, il loro sbarco nel lungometraggio cinematografico con La bola negra rappresenta un salto significativo, e la preselection agli Oscar 2027 per la Spagna dimostra che l’Academia de Cine ha preso sul serio questa transizione.
Il titolo, La bola negra — letteralmente “la palla nera”, con tutto il peso simbolico che questa espressione porta con sé nel contesto del voto, dell’esclusione, del giudizio collettivo — suggerisce un’opera che scava nelle dinamiche di gruppo, nell’appartenenza e nel rifiuto. Calvo e Ambrossi hanno sempre dimostrato una sensibilità rara nel raccontare le fragilità umane con un linguaggio pop che non scivola mai nel superficiale: la loro capacità di tenere insieme leggerezza e profondità è esattamente il tipo di equilibrio che può sedurre una giuria internazionale.
Portare un’opera dei Javis agli Oscar significherebbe anche sancire definitivamente il loro status di autori a tutto tondo, non più soltanto di fenomeno televisivo. È una scommessa, certo, ma è anche una dichiarazione d’intenti: il cinema spagnolo vuole presentarsi come un ecosistema vitale, capace di valorizzare voci nuove accanto ai maestri affermati.
Alauda Ruiz de Azúa non è un nome nuovo per chi segue il cinema spagnolo con attenzione. La sua opera prima aveva già segnalato una voce capace di trovare l’eccezionale nell’ordinario, di far risuonare emozioni universali attraverso situazioni apparentemente banali. Con Los domingos — “le domeniche”, quel giorno della settimana che è insieme promessa di riposo e contenitore di malinconie familiari — la regista sembra confermare e approfondire la sua poetica.
Il titolo stesso è un programma: le domeniche come microcosmo della vita relazionale, come tempo sospeso in cui le famiglie si ritrovano (o evitano di farlo), in cui i silenzi parlano quanto le parole. È il tipo di cinema che funziona benissimo sul piano internazionale perché tocca qualcosa di profondamente riconoscibile a prescindere dalla cultura di provenienza. Il cinema che racconta il tempo libero come specchio dell’anima — da Le fate ignoranti a Aftersun, passando per tanta tradizione europea — ha sempre trovato spazio nei cuori delle giurie più attente.
La presenza di Los domingos nella terna spagnola per gli Oscar 2027 segnala anche una volontà dell’Academia de Cine di non giocare sempre sul sicuro, di non affidarsi soltanto ai nomi già consacrati. Ruiz de Azúa è una scommessa sul futuro, e scommettere sul futuro è sempre un atto di coraggio istituzionale.
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Se c’è un film nella terna che ha tutte le caratteristiche per attirare l’attenzione immediata di Hollywood, è probabilmente El ser querido di Rodrigo Sorogoyen. Il regista madrileno è uno degli autori spagnoli più apprezzati a livello internazionale nell’ultimo decennio: capace di muoversi con disinvoltura tra il thriller politico, il dramma familiare e il cinema di genere più puro, Sorogoyen ha costruito una filmografia coerente e sempre sorprendente.
Ma la vera carta vincente di El ser querido — che in italiano potremmo tradurre come “l’essere amato” o “la persona cara” — è la presenza nel cast di Javier Bardem. Premio Oscar per Non è un paese per vecchi, Bardem è uno dei pochissimi attori spagnoli con un riconoscimento planetario, e la sua partecipazione a un film candidato per la Spagna nella categoria internazionale non è un dettaglio trascurabile: è un segnale fortissimo, sia per il pubblico sia per le giurie.
Sorogoyen e Bardem insieme sono una garanzia di qualità, ma soprattutto sono un biglietto da visita che si legge chiaramente anche da Los Angeles. Il cinema internazionale funziona anche così: i nomi familiari abbassano le barriere, aprono porte, fanno sì che un film venga visto da chi altrimenti potrebbe non accorgersi della sua esistenza. E quando dietro quei nomi c’è sostanza autoriale — come nel caso di Sorogoyen — il meccanismo funziona ancora meglio.
Il vero elefante nella stanza di questa selezione è l’assenza di Pedro Almodóvar. Il suo nuovo film, presentato al Festival di Cannes e noto con il titolo provvisorio di Amarga Navidad, non è stato incluso nella terna preselezionata dall’Academia de Cine. È una decisione che ha sorpreso molti, e che merita di essere analizzata con attenzione.
Almodóvar è il regista spagnolo più premiato e riconosciuto a livello internazionale nella storia del cinema. Ha vinto il Premio Oscar per il Miglior film straniero con Todo sobre mi madre, ha ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo, e il suo nome è sinonimo di cinema spagnolo per intere generazioni di spettatori globali. Escluderlo dalla corsa agli Oscar non è mai una decisione presa a cuor leggero.
Eppure l’Academia de Cine ha scelto di puntare su altri tre film. Le ragioni possono essere molteplici — e qui entriamo nel territorio dell’analisi, non dei fatti certificati. Potrebbe trattarsi di una valutazione sulla competitività specifica del film nel contesto della categoria internazionale. Potrebbe essere una scelta deliberata di valorizzare voci più giovani. Potrebbe riflettere considerazioni legate alla ricezione critica del film a Cannes, o a fattori di eligibilità tecnica che non conosciamo nei dettagli.
Quello che è certo è che l’esclusione di Almodóvar dalla corsa agli Oscar 2027 come film internazionale per la Spagna è una notizia di per sé, e che apre una riflessione più ampia sul rapporto tra i grandi maestri e le istituzioni cinematografiche nazionali. Quando un autore è così grande da essere quasi un’istituzione autonoma, la selezione nazionale diventa un atto politico oltre che estetico. L’Academia de Cine ha scelto di guardare avanti, e questa è una posizione rispettabile — anche se discutibile.
Per capire il significato di questa terna, vale la pena spiegare come funziona il meccanismo di selezione. Ogni paese che vuole partecipare alla categoria Best International Feature Film degli Academy Awards deve designare un unico film da sottoporre alla valutazione dell’Academy. La scelta spetta a un organismo nazionale — in Spagna, appunto, all’Academia de Cine — che stabilisce i propri criteri di selezione.
Il processo spagnolo prevede una fase di preselection — come quella che ha portato alla terna di La bola negra, Los domingos e El ser querido — seguita da una selezione definitiva. È un sistema che cerca di bilanciare la rappresentatività con la competitività: non si tratta solo di premiare il film migliore in assoluto, ma di scegliere quello che ha le migliori chances di avanzare nella competizione internazionale.
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Questo significa che la giuria di selezione deve ragionare non solo in termini estetici, ma anche strategici: qual è il film che può parlare a una giuria internazionale composta da professionisti di tutto il mondo? Qual è il titolo che ha la forza narrativa, la risonanza emotiva e il profilo produttivo giusto per emergere in una competizione globale? Non è una valutazione semplice, e spesso porta a scelte che sorprendono o dividono.
La terna selezionata per gli Oscar 2027 dalla Spagna nel film internazionale racconta qualcosa di più ampio della semplice corsa a un premio. Racconta un cinema nazionale che sta attraversando un momento di ricambio generazionale, in cui le nuove voci — i Javis, Alauda Ruiz de Azúa, lo stesso Sorogoyen che ormai non è più un esordiente ma non ha ancora l’età dei maestri — cercano il loro posto accanto ai giganti.
Il cinema spagnolo ha una tradizione solidissima nel cinema di genere, nel dramma sociale, nel racconto familiare. Ha prodotto autori che hanno segnato la storia del cinema mondiale, da Luis Buñuel a Carlos Saura, da Víctor Erice ad Almodóvar. Ma ogni generazione deve trovare il proprio linguaggio, e la generazione attuale sembra stia riuscendo a farlo con una certa efficacia.
La presenza dei Javis nella preselection è particolarmente significativa in questo senso: rappresenta il riconoscimento istituzionale di un percorso creativo che ha attraversato la televisione, il teatro e ora il cinema, sempre con una coerenza di visione e una capacità di intercettare il pubblico che pochi altri hanno in Spagna oggi. Non è detto che La bola negra sia il film più “artisticamente puro” della terna, ma potrebbe essere quello con la maggiore forza comunicativa.
Los domingos di Ruiz de Azúa, invece, rappresenta la scommessa più autoriale, quella che punta sulla qualità della scrittura e della regia senza appoggiarsi a star o a meccanismi di genere. È il tipo di film che può costruire consenso lentamente, festival dopo festival, critica dopo critica — esattamente come funziona spesso per i film che poi arrivano alla nomination finale.
E El ser querido di Sorogoyen con Bardem è la scelta più “sicura” nel senso migliore del termine: un autore affermato, un cast di altissimo livello, una storia che — pur senza conoscerne i dettagli — porta in sé tutte le premesse per un cinema capace di emozionare e di durare.
Con l’annuncio del film definitivo atteso per il 16 settembre 2026, il dibattito è aperto. Quale dei tre titoli preselezionati ha le migliori chance di avanzare nella corsa agli Oscar? La risposta dipende da molti fattori: la ricezione critica internazionale dei film, la loro presenza nei festival, la campagna promozionale che verrà costruita attorno al titolo scelto.
In questo contesto, El ser querido parte con un vantaggio strutturale grazie alla presenza di Javier Bardem, che garantisce visibilità immediata. Ma il cinema da Oscar non si vince solo con i nomi: serve una storia che tocchi qualcosa di universale, una regia che lasci il segno, una capacità di restare nella memoria dello spettatore molto dopo che le luci si sono spente.
Per approfondire il funzionamento della categoria e seguire gli aggiornamenti ufficiali della corsa internazionale, il riferimento più autorevole resta il sito dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, dove vengono pubblicate le regole di eligibilità e le liste dei film sottomessi da ogni paese.
Quello che è già chiaro, comunque, è che la Spagna si presenta agli Oscar 2027 con un cinema vivo, combattivo e plurale. Tre film diversissimi tra loro, tre modi di guardare al presente e al futuro — e la certezza che, qualunque sia il titolo che verrà scelto il 16 settembre, rappresenterà qualcosa di genuino e di vitale. Il cinema spagnolo ha ancora moltissimo da dire al mondo, e questa selezione lo dimostra con chiarezza.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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