C’è un momento preciso in cui un attore smette di recitare un personaggio e comincia a diventarlo, e per Charlie Hunnam quel momento è arrivato con una telefonata di Ryan Murphy e una proposta che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque: interpretare Ed Gein, il serial killer del Wisconsin che ha terrorizzato l’America degli anni Cinquanta e ispirato decenni di cinema dell’orrore, nella terza stagione dell’antologia Monster su Netflix. La storia di come Hunnam si sia preparato, sopravvissuto e infine trasformato in uno dei ruoli più oscuri della televisione contemporanea — al punto da ricevere una nomination agli Emmy — è essa stessa un racconto da cinema, fatto di nastri audio ritrovati, visite ai cimiteri, libri di psichiatria forense e, incredibilmente, di gattini adottati come ancora di salvezza emotiva. Mettetevi comodi: questa è una storia che vale la pena raccontare per intero.
Per capire il peso specifico di Monster: The Ed Gein Story, bisogna inquadrare l’antologia di cui fa parte. Ryan Murphy ha costruito Monster come una serie di ritratti ravvicinati di figure criminali che hanno segnato la storia americana, ogni stagione autonoma ma legata alle altre da una stessa vocazione: non il sensazionalismo facile, ma l’indagine profonda nelle radici psicologiche, sociali e culturali di ciò che produce il male. La terza stagione, appunto Monster: The Ed Gein Story, approda su Netflix nel 2025 e porta in scena uno dei casi criminali più agghiaccianti e, paradossalmente, più influenti della cultura popolare del Novecento.
Ed Gein è un nome che molti conoscono senza saperlo davvero. I suoi crimini divennero di dominio pubblico nel 1957, quando le autorità del Wisconsin scoprirono nella sua fattoria di Plainfield qualcosa che andava oltre ogni immaginazione. Gein non era un assassino seriale nel senso strettamente numerico del termine, ma ciò che faceva con i corpi delle sue vittime — e con quelli esumati dai cimiteri locali — ha definito una categoria di orrore che la psichiatria forense faticava persino a classificare. La sua figura ha ispirato direttamente il personaggio di Norman Bates nel capolavoro di Alfred Hitchcock, Psycho, e ha alimentato decenni di narrativa horror. Affidare questo personaggio a un attore significa chiedere di portare sulle spalle un peso culturale enorme, oltre che psicologico.
Il modo in cui Charlie Hunnam ha accettato il ruolo è già di per sé rivelatore del tipo di attore che è diventato. Stando a quanto riportato dal Los Angeles Times, Hunnam ha accettato la proposta di Ryan Murphy immediatamente, senza seguire la sua consueta pratica di leggere la sceneggiatura più volte prima di dare una risposta. Una scelta impulsiva? Tutt’altro. Una scelta istintiva, quella di un attore che riconosce l’opportunità di un salto qualitativo e non vuole che la mente razionale — con i suoi calcoli e le sue paure — glielo faccia perdere.
Eppure, la paura è arrivata eccome. Hunnam ha dichiarato pubblicamente di essersi sentito «terrified» dal ruolo, di aver percepito la sfida come qualcosa che «seemed impossible» da affrontare. Non è la modestia di circostanza di un attore davanti alle telecamere: è l’onestà di chi sa che certe partiture interpretative non hanno margine di errore, che il confine tra un ritratto autentico e una caricatura grottesca è sottilissimo, e che il pubblico — e la storia — non perdonerebbero una lettura superficiale di un personaggio così controverso e complesso.
Quella tensione tra il terrore e la determinazione è probabilmente il motore che ha spinto Hunnam a costruire una delle preparazioni attoriali più meticolose e intense della sua carriera. Non si trattava di imparare battute e movimenti: si trattava di capire un essere umano che la maggior parte delle persone preferisce relegare nella categoria del mostro irraggiungibile, proprio per non doversi porre domande scomode sulla natura dell’umanità.
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La preparazione di Charlie Hunnam per Monster: The Ed Gein Story è stata, a tutti gli effetti, un’immersione totale nella vita e nella psiche di Ed Gein. Il punto di partenza è stato il più classico degli strumenti del metodo: la ricerca documentale. Hunnam ha letto libri, trascrizioni processuali e cartelle cliniche, cercando di ricostruire non solo i fatti ma il tessuto mentale ed emotivo di un uomo che la giustizia e la psichiatria hanno faticato a comprendere per decenni.
Ma la ricerca non si è fermata alla carta stampata. Hunnam ha contattato e parlato con il team di professionisti che aveva trattato Gein, cercando di raccogliere testimonianze dirette, impressioni, dettagli che nessun libro poteva restituire con la stessa immediatezza. È un approccio che richiede umiltà e coraggio insieme: umiltà nel riconoscere che la propria interpretazione deve essere fondata su qualcosa di reale, coraggio nel confrontarsi con persone che hanno vissuto professionalmente a contatto con quella realtà.
Il momento più straordinario — e forse più decisivo — della preparazione è stato però la scoperta di un nastro audio di settanta minuti con la voce del vero Ed Gein. Un documento rarissimo, che Hunnam ha utilizzato per plasmare la propria interpretazione fisica e vocale del personaggio. Sentire la voce di un uomo che si è trasformato in un’icona dell’orrore culturale, sentirne i ritmi del parlato, le cadenze, i silenzi: è un’esperienza che può spiazzare qualsiasi preconcetto e costringere a ricominciare da capo la costruzione del personaggio. Hunnam ha fatto esattamente questo.
E poi c’è la visita alla tomba di Ed Gein. Un gesto che potrebbe sembrare teatrale o morboso, ma che per un attore impegnato in questo tipo di lavoro ha una funzione precisa: rendere reale, fisicamente e geograficamente reale, la persona che si sta cercando di incarnare. Stare davanti a una lapide significa confrontarsi con la concretezza di una vita che è esistita, con la materialità di una storia che non è finzione ma cronaca. È un modo per togliersi di dosso la distanza confortante della rappresentazione e accettare la responsabilità di quello che si sta facendo.
Portare dentro di sé un personaggio come Ed Gein per settimane e mesi di riprese non è qualcosa che si lascia fuori dal set quando si smette di girare. La storia del cinema e della televisione è piena di attori che hanno pagato prezzi altissimi per ruoli particolarmente impegnativi dal punto di vista psicologico, e Charlie Hunnam lo sapeva benissimo. Per questo, accanto alla preparazione all’entrata nel personaggio, ha costruito con altrettanta cura una strategia di uscita, di decompressione quotidiana.
La soluzione che Hunnam ha trovato è, a prima vista, sorprendente nella sua semplicità: ha adottato dei gattini durante le riprese di Monster: The Ed Gein Story. Non è una curiosità da tabloid, ma una scelta precisa e consapevole. Tornare a casa dopo una giornata passata a incarnare uno dei personaggi più oscuri della storia criminale americana e trovare ad aspettarti degli esseri viventi che richiedono cure, attenzione, tenerezza: è un modo concreto e fisico di riconnettersi con la parte più luminosa dell’esistenza, di ricordare a se stessi che il mondo non è solo il darkest realm in cui ci si è immersi durante il lavoro.
C’è qualcosa di profondamente umano in questa strategia. Non si tratta di negare l’esperienza del ruolo o di costruire una barriera impermeabile tra l’attore e il personaggio: si tratta di creare un ritmo, un’alternanza, un modo per non perdere il filo di ritorno verso se stessi. I gattini non cancellano Ed Gein, ma rendono possibile continuare a interpretarlo senza esserne consumati. È una forma di intelligenza emotiva applicata al mestiere dell’attore, e dice molto sulla maturità professionale che Hunnam ha raggiunto.
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Il risultato di tutto questo lavoro — la ricerca, il nastro audio, la visita alla tomba, i gattini, il terrore trasformato in energia creativa — è un’interpretazione che ha convinto critica e industria al punto da valere a Charlie Hunnam una nomination agli Emmy. Un riconoscimento che arriva in un momento preciso della sua carriera: dopo anni di lavoro solido e apprezzato, con Monster: The Ed Gein Story Hunnam compie un salto che lo proietta in una dimensione diversa del panorama televisivo internazionale.
La nomination non è solo un premio alla bravura tecnica, alla capacità di imitare accenti o riprodurre manierismi. È il riconoscimento di qualcosa di più difficile da definire e da ottenere: la credibilità psicologica, la capacità di far sì che lo spettatore dimentichi di stare guardando un attore e si ritrovi invece a confrontarsi con una persona reale, con tutta la sua complessità e la sua inquietante umanità. È esattamente ciò che il tipo di preparazione che Hunnam ha scelto mira a produrre.
La serie di Ryan Murphy si inserisce in un filone sempre più presente nella televisione di qualità: quello del true crime che non si accontenta del brivido facile ma cerca di capire, di spiegare, di mettere in discussione le categorie con cui di solito leggiamo il male. Ed Gein, con la sua storia che ha attraversato la cultura popolare trasformandosi in archetipo — da Psycho in poi — è il soggetto perfetto per questo tipo di indagine. E Hunnam, con la sua preparazione totale e il suo coraggio interpretativo, è risultato l’attore perfetto per guidarla.
Interpretare Ed Gein significa anche assumersi una responsabilità culturale che va oltre il singolo ruolo. Gein non è solo un criminale: è diventato, nel corso dei decenni, un filtro attraverso cui la cultura americana ha elaborato le proprie paure più profonde. Norman Bates in Psycho di Hitchcock è figlio diretto della sua storia; e con lui, tutta una genealogia di personaggi che il cinema e la letteratura hanno costruito attorno all’idea dell’orrore nascosto nella normalità apparente, nella provincia tranquilla, nel vicino di casa insospettabile.
Portare Gein in una serie come Monster, con la serietà e la profondità che Ryan Murphy ha impresso all’intera antologia, significa quindi anche confrontarsi con questo peso simbolico. Non si tratta solo di raccontare i fatti di cronaca nera del 1957: si tratta di fare i conti con ciò che quei fatti hanno prodotto nell’immaginario collettivo, con le domande che continuano a porre sulla natura umana, sulla famiglia, sulla solitudine, sulla follia.
Hunnam, con la sua preparazione meticolosa e il suo approccio rispettoso ma senza filtri al personaggio, ha dimostrato di aver compreso questa dimensione del lavoro. Non si è limitato a interpretare un assassino: ha cercato di capire un essere umano, con tutto ciò che questo comporta di scomodo, di doloroso, di necessario. Per chi vuole vedere Monster: The Ed Gein Story su Netflix, sapere tutto questo cambia il modo in cui si guarda ogni scena, ogni sguardo, ogni silenzio di Hunnam in scena — e rende l’esperienza ancora più intensa e, a modo suo, preziosa.
Alla fine, è proprio questa la misura di un’interpretazione riuscita: non quanto sia fedele ai fatti, non quanto sia tecnicamente impeccabile, ma quanto riesca a restare dentro lo spettatore dopo che lo schermo si è spento, a porre domande che non trovano risposta facile, a rendere impossibile guardare il mondo — e le persone che lo abitano — esattamente come prima. Con Monster: The Ed Gein Story, Charlie Hunnam ha fatto esattamente questo, e la nomination agli Emmy è solo la certificazione ufficiale di qualcosa che il pubblico aveva già capito da solo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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