Festival di Venezia

Wild Horse Nine, McDonagh a Venezia 83: il nuovo capolavoro tra CIA, cileni e amicizia

Wild Horse Nine, McDonagh a Venezia 83: il nuovo capolavoro tra CIA, cileni e amicizia

C’è un momento, durante la proiezione di Wild Horse Nine alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 83, in cui la sala trattiene il fiato collettivamente — e poi esplode in un applauso che, stando alle cronache, è durato circa quindici minuti. Parliamo del ritorno in concorso di Martin McDonagh, uno dei pochi autori contemporanei capaci di far ridere e spezzare il cuore nello stesso respiro, con quello che si candida già a essere il film più discusso di questo settembre lagunare. Wild Horse Nine porta la firma inconfondibile di un cineasta al quinto lungometraggio, più maturo e più coraggioso che mai, con un cast da far girare la testa e una storia che parte dal golpe cileno per arrivare dritta all’osso di ciò che significa essere umani.

McDonagh a Venezia: un autore che non si ripete mai

Per capire il peso specifico di Wild Horse Nine venezia nel panorama festivaliero di quest’anno, bisogna ricordare chi è Martin McDonagh e cosa ha costruito nel corso della sua carriera. Irlandese di nascita, londinese di formazione, McDonagh ha conquistato prima il teatro — con testi come The Beauty Queen of Leenane e The Pillowman, lavori che mescolano violenza e grottesco con una precisione chirurgica — e poi il cinema, dove ogni film è stato un evento a sé stante, impossibile da ridurre a una formula.

Il suo esordio dietro la macchina da presa con In Bruges nel 2008 fu una rivelazione: due sicari in una città medievale belga, un umorismo nerissimo, una malinconia che ti colpisce di sorpresa. Poi Seven Psychopaths, poi Tre manifesti a Ebbing, Missouri — che nel 2018 vinse due premi Oscar e consacrò definitivamente il suo nome tra i grandi. Con Gli spiriti dell’isola del 2022, McDonagh tornò alle radici irlandesi con una parabola sull’amicizia spezzata che molti critici considerano il suo lavoro più personale. Cinque film in quasi vent’anni: una filmografia ridotta ma compatta, senza un titolo sprecato.

Wild Horse Nine è dunque il quinto lungometraggio di McDonagh, e la sua presenza in concorso a Venezia non è una sorpresa — è quasi un appuntamento naturale per un autore che ha dimostrato di saper lavorare con la lentezza necessaria a fare le cose bene.

CIA, Cile e il peso della storia: di cosa parla il film

Al centro di Wild Horse Nine ci sono agenti della CIA operativi in Cile al tempo del golpe contro Pinochet — uno di quei momenti storici che ancora oggi bruciano nella coscienza collettiva latinoamericana e occidentale. L’11 settembre 1973 è una data che porta con sé strati di significato: la fine del governo democraticamente eletto di Salvador Allende, l’ascesa di una dittatura militare sostenuta — almeno in parte — dall’intelligence statunitense, e le conseguenze umane di quelle scelte geopolitiche che si misurano in migliaia di vite spezzate.

McDonagh sceglie questo sfondo non per fare un film politico in senso didascalico, ma per costruire attorno a esso una storia di uomini che si trovano a fare i conti con le proprie responsabilità. I personaggi interpretati da John Malkovich e Sam Rockwell sono figure che operano nell’ombra, in quella zona grigia dove gli ordini vengono eseguiti senza che nessuno si fermi a chiedersi il costo morale di ciò che sta accadendo. È un territorio narrativo che McDonagh conosce bene: anche in Tre manifesti a Ebbing, Missouri i protagonisti erano persone imperfette, capaci di atti violenti e al tempo stesso di momenti di grazia inaspettata.

Quello che emerge dalle prime reazioni della critica è che il film funziona su più livelli simultaneamente: c’è la dimensione storica, c’è quella dell’amicizia tra i due personaggi principali, e c’è una riflessione sulla mortalità e sulla colpa che cresce lentamente, quasi impercettibilmente, fino a diventare il vero cuore pulsante della storia. McDonagh non spiega, non moralizza: mostra, e lascia che sia lo spettatore a fare i conti.

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Malkovich e Rockwell: una coppia che incendia lo schermo

Parlare di Wild Horse Nine venezia senza soffermarsi sul cast sarebbe un errore imperdonabile. John Malkovich e Sam Rockwell sono due degli attori più interessanti e versatili del cinema americano degli ultimi decenni, e la loro presenza insieme sullo schermo è già di per sé un evento.

Malkovich è un caso unico: attore di formazione teatrale, con una presenza fisica e vocale che non assomiglia a nessun altro, capace di incarnare tanto la raffinata ambiguità intellettuale quanto la minaccia più viscerale. Dal suo debutto cinematografico in Il posto delle fragole di Robert Benton negli anni Ottanta, passando per Essere John Malkovich di Spike Jonze — in cui ha avuto il coraggio raro di giocare con la propria immagine pubblica — fino ai lavori più recenti, Malkovich ha sempre scelto i progetti con una certa selettività. La sua presenza in un film di McDonagh è già una garanzia di qualità.

Sam Rockwell, dal canto suo, ha costruito una carriera su personaggi che vivono ai margini: outsider, antieroi, figure moralmente ambigue che però non perdono mai la loro umanità. Il suo Oscar per Tre manifesti a Ebbing, Missouri — proprio un film di McDonagh — è stato il riconoscimento di un talento che molti avevano già visto in Moon di Duncan Jones e in Seven Psychopaths. Rockwell e McDonagh si conoscono, si fidano reciprocamente, e questo tipo di collaborazione ripetuta produce quasi sempre qualcosa di speciale: c’è una shorthand tra attore e regista che si costruisce nel tempo e che sullo schermo si sente.

Vederli insieme in Wild Horse Nine, in un contesto storico così carico di tensione, con i dialoghi affilati che sono la firma stilistica di McDonagh, è evidentemente qualcosa che il pubblico veneziano ha apprezzato in modo viscerale. Quindici minuti di applausi non si improvvisano.

Il linguaggio di McDonagh: tra commedia e abisso

Uno degli aspetti più affascinanti del cinema di Martin McDonagh è la sua capacità di far coesistere registri che sulla carta sembrerebbero incompatibili. I suoi film fanno ridere — spesso di gusto, con battute che arrivano come pugni — e poi, quasi senza preavviso, ti precipitano in una tristezza profonda. Non è un trucco di montaggio, non è una questione di genere: è una visione del mondo in cui la commedia e il dolore sono le due facce della stessa medaglia.

Questo equilibrio è particolarmente difficile da mantenere quando il materiale di partenza è la storia reale, con tutto il suo carico di vittime e responsabilità. Ambientare una storia nella CIA del 1973 in Cile significa muoversi su un terreno minato: troppo leggero e si rischia di banalizzare una tragedia collettiva, troppo pesante e si perde quella leggerezza che è la cifra distintiva dell’autore. Il fatto che Wild Horse Nine abbia convinto la critica a Venezia suggerisce che McDonagh abbia trovato l’equilibrio giusto — quello che solo i grandi autori riescono a trovare quando si misurano con la storia.

C’è anche una questione di struttura narrativa. McDonagh è uno sceneggiatore prima ancora che un regista, e i suoi script sono costruiti con una precisione quasi geometrica: ogni scena ha un peso, ogni dialogo porta avanti qualcosa, i personaggi secondari hanno una vita propria. In Wild Horse Nine, stando alle prime impressioni, questa architettura narrativa è ancora più sofisticata che nei film precedenti — come se il cineasta stesse alzando ulteriormente l’asticella su se stesso.

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Venezia 83 e il contesto del concorso

La Mostra del Cinema di Venezia è da sempre il festival che più di tutti ha saputo anticipare i grandi titoli della stagione cinematografica autunnale, quelli che poi si ritrovano nelle liste dei candidati ai premi di fine anno. La presenza di Wild Horse Nine venezia in concorso a questa ottantatreesima edizione inserisce il film in una competizione che storicamente ha premiato opere coraggiose e originali.

Per McDonagh, Venezia rappresenta anche un ritorno simbolico: il festival lagunare ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il cinema anglosassone d’autore, e un regista della sua statura, al quinto film, con un cast di questo livello, non poteva che essere accolto con grande attesa. La Biennale di Venezia ha costruito negli anni una reputazione per la selezione di film che poi diventano punti di riferimento per la critica e per il pubblico più esigente.

L’accoglienza riservata a Wild Horse Nine — con quella standing ovation prolungata che ha fatto il giro delle cronache festivaliere — dice qualcosa di preciso: non si tratta solo di un film atteso da una nicchia di cinefili, ma di un’opera che ha il potenziale per raggiungere un pubblico ampio, capace di emozionare e far riflettere allo stesso tempo.

Il Cile del 1973 come specchio del presente

Scegliere il golpe cileno come sfondo storico non è un gesto neutro, e McDonagh lo sa bene. Il 1973 cileno è uno di quei momenti della storia recente che continuano a interrogarci: sul ruolo delle grandi potenze nelle democrazie altrui, sulla responsabilità individuale di chi esegue gli ordini, sul modo in cui la memoria collettiva viene costruita e talvolta distorta. Sono domande che non hanno perso un grammo della loro urgenza, anzi.

In un’epoca in cui il rapporto tra intelligence, democrazia e intervento estero è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico, un film che mette al centro agenti della CIA alle prese con le conseguenze delle loro azioni in Cile parla inevitabilmente anche del presente. Non in modo allegorico forzato, ma con quella naturalezza che appartiene alle storie universali: le domande che si pone un uomo che ha fatto cose di cui non va fiero, nel 1973 come oggi, sono le stesse.

McDonagh ha sempre avuto questa capacità di situare le sue storie in un tempo e in un luogo precisi — l’Irlanda rurale, una cittadina del Missouri, Bruges — senza che il contesto diventi una prigione. I suoi film respirano, e i personaggi si muovono in quel mondo con una libertà che li rende credibili e memorabili. Wild Horse Nine sembra seguire la stessa logica, usando il Cile del golpe come uno spazio fisico e morale in cui i personaggi interpretati da Malkovich e Rockwell possono confrontarsi con le loro ombre.

Dopo quindici minuti di applausi al Lido e le prime recensioni entusiastiche che arrivano da Venezia, Wild Horse Nine si presenta come uno di quei film rari che si imprimono nella memoria non per un singolo effetto spettacolare, ma per la somma di tutto: la scrittura, la recitazione, la regia, e quella domanda scomoda che ti porti a casa e che continua a lavorarti dentro, anche giorni dopo che le luci in sala si sono riaccese.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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