Festival di Venezia

Cédric Kahn a Venezia 83: dentro il reparto psichiatrico con ’15/18 (A Place To Heal)’

Cédric Kahn a Venezia 83: dentro il reparto psichiatrico con '15/18 (A Place To Heal)'

C’è un momento preciso in cui il cinema smette di essere intrattenimento e diventa qualcosa di più urgente, necessario, quasi terapeutico esso stesso. Cédric Kahn lo sa bene, e con 15/18 (A Place To Heal) — presentato In Concorso a Venezia 83 nel settembre 2026 — ha costruito uno di quei film che ti entrano sotto la pelle senza chiedere permesso. Il tema? Un reparto psichiatrico per ragazzi dai quindici ai diciotto anni, territorio scomodo, spesso ignorato o travisato dal grande schermo. Eppure è proprio qui, in questo spazio liminale tra l’infanzia perduta e un’età adulta che ancora non arriva, che il regista francese ha scelto di piantare la sua telecamera, con una precisione e un rispetto che raramente si vedono quando il cinema affronta la salute mentale giovanile. Un film sulla psichiatria degli adolescenti che non si accontenta di commuovere: vuole capire, e far capire.

Chi è Cédric Kahn e perché questo film non è un caso isolato

Cédric Kahn è una figura poliedrica del cinema francese contemporaneo: scénariste, regista e attore, capace di muoversi con disinvoltura tra i ruoli senza perdere mai il controllo della visione d’insieme. La sua carriera è costellata di opere che affrontano la complessità umana senza scorciatoie sentimentali, con uno sguardo che privilegia l’osservazione diretta rispetto alla costruzione drammatica artificiosa. Non è un cineasta che ama i fuochi d’artificio visivi: preferisce la vicinanza alle persone, la fedeltà ai dettagli, la pazienza di chi sa aspettare che la realtà riveli da sola le sue crepe.

Con 15/18 (A Place To Heal), Kahn porta questa poetica a un livello di immersione totale. Per preparare il film, si è immerso concretamente in una struttura psichiatrica pubblica per adolescenti, osservando, ascoltando, comprendendo le dinamiche di un luogo che la maggior parte di noi conosce soltanto attraverso il filtro distorto della fiction televisiva o dei film di genere. Questo processo di ricerca sul campo non è un dettaglio biografico marginale: è il cuore metodologico dell’intero progetto, la ragione per cui ogni inquadratura ha il peso specifico della realtà vissuta e non della realtà immaginata.

La produzione è firmata da Ad Vitam Films, una delle case di produzione e distribuzione francesi più attente alla qualità autoriale, nota per aver accompagnato nel corso degli anni film difficili e necessari, quelli che il mercato mainstream spesso ignora e che invece costruiscono la memoria cinematografica di lungo periodo.

Il film: uno studio docu-realista su un reparto psichiatrico per adolescenti

Il titolo stesso è già un manifesto. 15/18: due numeri che indicano un’età, una fascia anagrafica precisa, quel corridoio temporale in cui si è troppo grandi per essere trattati come bambini e troppo giovani per essere considerati adulti. A Place To Heal, il sottotitolo in inglese, aggiunge una dimensione di speranza — o forse di domanda: questo luogo è davvero un posto dove si guarisce? Oppure è semplicemente un posto dove si impara a stare con le proprie ferite?

Il film è stato definito dai critici che lo hanno visto a Venezia un docu-realist study, uno studio di stampo documentaristico ma con la struttura narrativa del cinema di finzione. La struttura psichiatrica pubblica che fa da sfondo alla storia non è un set costruito in studio: è un ambiente ricostruito con tale fedeltà alla realtà — grazie all’immersione preparatoria di Kahn — da risultare indistinguibile dall’originale. Corridoi, sale comuni, spazi di transizione: tutto contribuisce a creare un senso di luogo che è anche un senso di condizione esistenziale.

Al centro del racconto c’è un ensemble di giovani attori, la maggior parte dei quali alla loro prima esperienza cinematografica. Questa scelta non è casuale né economica: è una precisa dichiarazione estetica e morale. Kahn ha cercato volti non ancora formattati dall’industria, corpi e voci che portassero con sé una fragilità autentica, non costruita davanti allo specchio di un’accademia di recitazione. Il risultato, a giudicare dalle prime reazioni della stampa internazionale a Venezia, è un ensemble di rara efficacia, capace di abitare lo spazio del reparto con una naturalezza che il cinema di finzione ottiene raramente quando si avventura in territori così delicati.

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Quando si parla di film sulla psichiatria degli adolescenti, la memoria cinefila corre inevitabilmente verso certi archetipi: il manicomio come metafora di oppressione sociale, il giovane ribelle incompreso dal sistema, la guarigione come atto di resa o di conquista. Kahn sembra voler smontare questi schemi uno per uno, sostituendoli con qualcosa di più ambiguo e più onesto. Non ci sono eroi né villain in questo reparto: ci sono persone — giovani pazienti e operatori sanitari — che navigano una realtà complessa con gli strumenti imperfetti che hanno a disposizione.

Venezia 83 e il peso del Concorso Ufficiale

Essere selezionati In Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia non è mai un dato neutro. Il Concorso Ufficiale di Venezia è uno dei tre palcoscenici più autorevoli del cinema mondiale — insieme a Cannes e Berlino — e la selezione implica un giudizio di valore che il mercato e il pubblico internazionale prendono sul serio. Per 15/18 (A Place To Heal), la presenza in Concorso a Venezia 83 nel 2026 significa entrare in dialogo diretto con il meglio della produzione cinematografica mondiale di quest’anno, competere per il Leone d’Oro e, soprattutto, raggiungere una visibilità critica che un film di questo tipo — scomodo, lento, radicato nella realtà — non avrebbe altrimenti.

La Mostra di Venezia ha una lunga tradizione di attenzione verso i film che affrontano la salute mentale e le istituzioni di cura. Non è la prima volta che il Lido accoglie opere capaci di guardare dentro i luoghi dove la società rinchiude — o protegge, a seconda dei punti di vista — le sue fragilità. Ma raramente lo fa con la specificità di sguardo che Kahn porta a questo progetto: un regista che non si limita a osservare dall’esterno, ma che ha scelto di attraversare fisicamente quel confine, di stare dentro una struttura psichiatrica per adolescenti abbastanza a lungo da capirne i ritmi, le tensioni, i silenzi.

La pagina ufficiale della Biennale di Venezia dedicata al film conferma la selezione in Concorso e fornisce i dettagli produttivi essenziali, a partire dalla firma di Ad Vitam Films. Un’istituzione che presenta un film: non è un dettaglio burocratico, è la certificazione che questo cinema esiste, che ha trovato il suo posto nel mondo, che il dialogo con il pubblico è ufficialmente aperto.

La salute mentale giovanile al cinema: un territorio ancora inesplorato

Per capire perché 15/18 (A Place To Heal) arrivi con tanta forza in questo momento storico, vale la pena allargare lo sguardo e ragionare sul modo in cui il cinema — e più in generale l’audiovisivo — ha trattato la salute mentale degli adolescenti negli ultimi decenni. Il panorama è, a dir poco, contraddittorio.

Da un lato, esiste una tradizione di film che usano il disturbo mentale giovanile come elemento drammatico ad alto impatto emotivo, spesso a scapito della precisione clinica e della dignità dei soggetti rappresentati. Il rischio di questa narrativa è ben noto: la spettacolarizzazione del dolore, la riduzione di esperienze complesse a simboli facilmente leggibili, la tendenza a risolvere archi narrativi complicati con epifanie improvvise e guarigioni miracolose. Il cinema commerciale ha prodotto esempi memorabili di questo approccio, alcuni dei quali hanno contribuito a diffondere stereotipi dannosi sulla psichiatria e sui pazienti psichiatrici.

Dall’altro lato, c’è una corrente più silenziosa ma più onesta: quella dei film che si avvicinano alla salute mentale con la stessa metodologia con cui ci si avvicina a qualsiasi altra realtà umana — con curiosità, rispetto, pazienza. È la corrente a cui appartiene il lavoro di Cédric Kahn, e che in Europa ha prodotto alcune delle opere più significative degli ultimi anni. Il cinema francese, in particolare, ha una tradizione consolidata di attenzione verso le istituzioni di cura e verso le persone che le abitano, sia come pazienti che come operatori.

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Quello che rende il film sulla psichiatria degli adolescenti di Kahn potenzialmente diverso è proprio la combinazione di due elementi che raramente si incontrano: la specificità dell’immersione preparatoria del regista e la scelta di un ensemble di attori esordienti. Questi due fattori insieme creano le condizioni per un tipo di verità cinematografica che non si ottiene con la sola scrittura di una buona sceneggiatura o con la sola bravura di attori esperti. È una verità che nasce dall’incontro tra la realtà vissuta e la realtà recitata, e che il cinema documentaristico e quello di finzione raramente riescono a produrre insieme con questa coerenza.

Giovani attori esordienti: una scelta che cambia tutto

Soffermiamoci ancora su questo punto, perché merita una riflessione più ampia. La decisione di Kahn di costruire il suo ensemble quasi interamente con attori alla prima esperienza cinematografica è, dal punto di vista produttivo, una scommessa rischiosa. Gli esordienti sono imprevedibili: possono sorprendere o deludere, possono portare energia fresca o risultare sopraffatti dalla macchina da presa. Eppure, in certi tipi di cinema, questa imprevedibilità è esattamente ciò che si cerca.

Pensiamo ad alcuni dei film più potenti sulla giovinezza e sulla vulnerabilità che il cinema europeo ha prodotto negli ultimi trent’anni: molti di essi devono la loro forza proprio alla scelta di volti non ancora formattati, di corpi che non hanno ancora imparato a recitare nel senso accademico del termine. C’è una qualità di presenza che gli esordienti portano con sé — una qualità di essere piuttosto che di interpretare — che il cinema di Kahn sembra voler catturare e preservare.

In un reparto psichiatrico per adolescenti, questa qualità diventa ancora più preziosa. I personaggi che abitano questo spazio sono, per definizione, persone che stanno cercando di capire chi sono, che stanno negoziando con una realtà interiore difficile da gestire. Affidarli ad attori che stanno attraversando una propria fase di scoperta e di incertezza — quella di chi si trova per la prima volta davanti a una macchina da presa professionale — crea una risonanza che nessuna tecnica recitativa potrebbe produrre artificialmente.

Le prime reazioni della critica internazionale a Venezia sembrano confermare che questa scommessa ha pagato. Il film è stato accolto come un’opera di rara autenticità, capace di parlare di salute mentale giovanile senza i cliché che spesso appesantiscono questo tipo di cinema.

Perché questo film conta adesso

Il 2026 non è un anno qualunque per parlare di salute mentale giovanile. I dati epidemiologici provenienti da tutta Europa e dal mondo occidentale continuano a documentare un aumento significativo dei disturbi mentali tra gli adolescenti, con un incremento delle richieste di accesso ai servizi di neuropsichiatria infantile e adolescenziale che molti sistemi sanitari nazionali faticano a soddisfare. In questo contesto, un film sulla psichiatria degli adolescenti non è soltanto un’opera d’arte: è anche un atto culturale e, in qualche misura, politico.

Il cinema ha sempre avuto la capacità di aprire conversazioni che la società fatica ad avviare da sola. Portare un reparto psichiatrico per ragazzi dai quindici ai diciotto anni sullo schermo del Palazzo del Cinema di Venezia, davanti alla stampa internazionale e ai professionisti del settore, significa portare quella realtà — con tutta la sua complessità, le sue contraddizioni, le sue speranze e i suoi limiti — al centro dell’attenzione culturale globale. È un gesto che Cédric Kahn ha compiuto con consapevolezza, dopo anni di lavoro e di immersione diretta in quel mondo.

Resta da vedere come il film verrà accolto dalla giuria di Venezia 83 e, soprattutto, come troverà la sua strada verso il pubblico più ampio — nelle sale francesi, attraverso la distribuzione internazionale, eventualmente sulle piattaforme di streaming. Ma già la sua presenza In Concorso al Lido è un segnale chiaro: il cinema che conta, quello che lascia un segno, non ha paura di entrare nei posti scomodi, di stare con le persone vulnerabili, di guardare in faccia ciò che la società preferisce tenere fuori dalla vista. 15/18 (A Place To Heal) è, per tutto questo, un film da vedere e da far vedere — a partire da settembre 2026, da Venezia, con la speranza che il viaggio continui ben oltre il Lido.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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