C’è un momento in cui il cinema smette di essere solo racconto e diventa memoria viva, strumento di resistenza culturale, atto di giustizia nei confronti di chi il tempo ha relegato ai margini — anche quando quella persona ha cambiato tutto. Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo, il documentario diretto da Francesca Archibugi e presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori di Venezia 83 nel settembre 2026, è esattamente questo: un film che restituisce corpo, voce e pensiero a una delle intellettuali più radicali e meno celebrate del Novecento italiano. Un carla lonzi documentario che arriva nel momento giusto, con la firma giusta, e con una storia personale dietro la macchina da presa che rende tutto ancora più denso di significato.
Chi era Carla Lonzi: critica d’arte, filosofa, rivoluzionaria
Per capire perché questo film conti, bisogna prima capire chi fosse Carla Lonzi — e quanto il suo nome meriti di essere pronunciato ad alta voce, con la stessa naturalezza con cui si citano Simone de Beauvoir o Hannah Arendt. Lonzi fu critica d’arte, scrittrice e intellettuale, una figura centrale nel femminismo italiano del Novecento, capace di attraversare il mondo dell’arte e quello della teoria politica con una radicalità che ancora oggi sorprende e disturba, nel senso migliore del termine.
La sua traiettoria intellettuale è difficile da ridurre a un’etichetta. Lonzi iniziò come critica d’arte in un ambiente — quello delle gallerie, dei musei, del sistema dell’arte italiano degli anni Sessanta — dominato da uomini e da logiche di potere che lei osservò con occhio acutissimo. Capì presto che il linguaggio della critica tradizionale era esso stesso uno strumento di esclusione, un codice che serviva a perpetuare gerarchie piuttosto che a liberare lo sguardo. Questa consapevolezza la portò verso un percorso sempre più radicale, culminato nella fondazione, insieme ad altre donne, del collettivo Rivolta Femminile, uno dei nuclei più significativi del femminismo italiano degli anni Settanta.
Il suo testo più celebre, Sputiamo su Hegel, pubblicato nel 1970, rimane uno dei manifesti più dirompenti del pensiero femminista europeo. Il titolo stesso è un atto di guerra simbolica contro la tradizione filosofica occidentale, contro quella dialettica hegeliana che Lonzi leggeva come struttura fondamentale dell’oppressione. Ma Lonzi non si fermava alla critica: cercava un’alternativa, un modo di pensare e di vivere che partisse dall’esperienza delle donne come punto di vista privilegiato, non marginale. La sua idea di autocoscienza — la pratica collettiva di riflettere sulla propria esperienza soggettiva come atto politico — divenne uno degli strumenti fondamentali del femminismo italiano.
Lonzi morì il 2 agosto 1982, lasciando un corpus di scritti che per decenni è rimasto ai margini del canone ufficiale, studiato da chi sapeva cercarlo ma raramente inserito nei programmi universitari, raramente discusso nei grandi media. Il cinema, con la sua capacità di raggiungere pubblici diversi e di restituire la complessità di una vita attraverso immagini e suoni, era forse lo strumento più adatto per riportarla al centro del dibattito culturale.
Francesca Archibugi e un legame che va oltre la regia
Che sia Francesca Archibugi a firmare questo documentario non è una coincidenza né una scelta puramente professionale. Archibugi, una delle registe italiane più rispettate della sua generazione, ha con Carla Lonzi un legame che è insieme personale e intellettuale: Lonzi era la suocera di Archibugi. Questo dato cambia profondamente la natura del film, o almeno la prospettiva da cui guardarlo.
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Fare un documentario sul pensiero e la vita di qualcuno che hai conosciuto — o di cui hai ereditato la presenza attraverso chi ami — significa navigare in acque particolarmente delicate. C’è il rischio dell’agiografia, della celebrazione che leviga le contraddizioni. C’è il rischio opposto, quello di voler dimostrare a tutti i costi una distanza critica che suona falsa. Archibugi, da regista di lungo corso, conosce questi pericoli meglio di chiunque altro. La sua carriera è costruita su film che sanno guardare i personaggi con affetto e lucidità insieme — da Mignon è partita a Verso sera, passando per Il grande cocomero — e questa capacità di tenere insieme il calore e lo sguardo critico è probabilmente la qualità più preziosa che potesse portare a un progetto come questo.
Il fatto che il film sia stato selezionato come evento speciale alle Giornate degli Autori — la sezione autonoma e indipendente della Mostra del Cinema di Venezia, storicamente attenta alle voci fuori dal coro e al cinema di ricerca — dice molto sulle aspettative che il progetto ha generato nel mondo del cinema. Le Giornate degli Autori non selezionano per compiacere: selezionano perché credono che un film abbia qualcosa di necessario da dire.
Un carla lonzi documentario tra arte e politica
Ricostruire la vita e il pensiero di Lonzi attraverso il cinema significa affrontare una sfida precisa: come si traduce in immagini un pensiero così radicalmente verbale, così legato alla scrittura e alla parola? Lonzi era una scrittrice, prima di tutto. I suoi testi sono densi, a tratti volutamente difficili, costruiti su una logica che rifiuta le semplificazioni. Un documentario su di lei non può permettersi di banalizzare, di ridurre la complessità a slogan o a citazioni staccate dal contesto.
Allo stesso tempo, il cinema ha strumenti che la scrittura non ha: può mostrare i luoghi, recuperare materiali d’archivio, far parlare chi l’ha conosciuta, ricostruire il clima culturale e politico in cui Lonzi si mosse. Il femminismo italiano degli anni Settanta fu un movimento straordinariamente ricco e composito, con tensioni interne, dibattiti accesi, personalità fortissime che spesso si scontravano. Lonzi era al centro di queste tensioni, non come figura di mediazione ma come voce che sapeva prendere posizioni nette, anche scomode.
Il suo rapporto con il mondo dell’arte — che aveva frequentato da vicino, collaborando con artisti e galleristi — è un altro nodo fondamentale. Lonzi non abbandonò mai del tutto quella dimensione, ma la rilesse attraverso la lente del femminismo, chiedendosi quali artiste fossero state sistematicamente escluse, quali linguaggi fossero stati soffocati, quali possibilità creative fossero rimaste inespresse per ragioni che non avevano nulla a che fare con il talento e tutto a che fare con il genere. Queste domande, che negli anni Settanta sembravano provocatorie, oggi appaiono come il punto di partenza di qualsiasi discorso serio sulla storia dell’arte.
La co-produzione tra Luce Cinecittà e Fandango garantisce al film una solidità produttiva che si traduce, solitamente, in una cura nella ricerca dei materiali d’archivio e nella qualità complessiva della realizzazione. Luce Cinecittà , in particolare, è l’istituzione che custodisce buona parte della memoria audiovisiva italiana: avere il loro coinvolgimento in un progetto dedicato a Lonzi significa potenzialmente avere accesso a materiali rari, a immagini che raccontano l’Italia di quegli anni con una precisione documentaria insostituibile.
Il femminismo italiano al cinema: un racconto ancora da scrivere
Il documentario su Lonzi si inserisce in un momento in cui il cinema italiano sta riscoprendo, con un ritardo che fa riflettere, le figure femminili che hanno plasmato la cultura del Novecento. Non è solo una questione di giustizia storica — anche se lo è — ma di comprensione di noi stessi come società . Il femminismo italiano degli anni Settanta fu un laboratorio di idee straordinario, capace di produrre teorie e pratiche che hanno influenzato movimenti in tutto il mondo. Eppure, nella memoria collettiva mainstream, questo periodo è spesso ridotto a slogan o a immagini stereotipate.
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Lonzi, in particolare, è una figura che resiste alla semplificazione. Non era una militante nel senso tradizionale del termine: non cercava il compromesso, non costruiva alleanze strategiche, non si preoccupava di essere popolare. La sua radicalità era intellettuale prima che politica, e questo l’ha resa difficile da assimilare sia per il mainstream culturale sia, a tratti, per i movimenti stessi. È questa difficoltà che la rende ancora così interessante, così necessaria da rileggere.
Il cinema documentario, quando è fatto bene, ha la capacità di aprire porte che la saggistica fatica ad aprire. Può portare Lonzi in sale cinematografiche, in festival, su piattaforme, raggiungendo persone che non avrebbero mai cercato i suoi testi in libreria. Può creare quella curiosità che poi porta a leggere, a approfondire, a discutere. In questo senso, Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo non è solo un film su una figura del passato: è un atto culturale nel presente, un tentativo di rimettere in circolazione un pensiero che ha ancora moltissimo da dire.
Per chi volesse approfondire il pensiero e l’opera di Lonzi prima o dopo la visione del documentario, il pezzo di Annalisa Camilli su Internazionale offre un punto di partenza prezioso e ben documentato.
Venezia 83 come palcoscenico: perché le Giornate degli Autori
La scelta di presentare il film alle Giornate degli Autori piuttosto che in concorso o in altre sezioni della Mostra non è un dettaglio secondario. Le Giornate degli Autori — Venice Days nella denominazione internazionale — nascono nel 2004 come sezione indipendente, gestita dai sindacati dei registi italiani ed europei, con una vocazione esplicita verso il cinema d’autore e verso opere che sfidano le logiche commerciali più ovvie. Negli anni, hanno ospitato film che poi sono diventati punti di riferimento del cinema mondiale, spesso prima che il mercato se ne accorgesse.
Presentare Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo come evento speciale in questa sezione significa collocarlo in un contesto che valorizza il coraggio intellettuale e la necessità culturale di un progetto. È un segnale che il film non è pensato come prodotto di nicchia per addetti ai lavori, ma come opera capace di parlare a un pubblico ampio, curioso, desideroso di cinema che lasci qualcosa oltre le due ore di proiezione.
Venezia 83 si conferma così non solo vetrina del cinema di intrattenimento ma anche luogo in cui la memoria culturale italiana viene interrogata, rimessa in discussione, celebrata con gli strumenti del linguaggio cinematografico. E in questo panorama, un documentario dedicato a Carla Lonzi — critica d’arte, filosofa, teorica del femminismo, voce che ha detto cose scomode e necessarie — trova la sua collocazione naturale.
Quello che rimane, dopo aver ripercorso la storia di questo progetto, è la sensazione che Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo sia uno di quei film che arrivano al momento giusto: quando la cultura ha bisogno di guardarsi allo specchio, di fare i conti con le voci che ha ignorato, di capire che il passato non è mai davvero passato se non è stato ancora pienamente ascoltato. Francesca Archibugi ha preso in mano una storia che conosce dall’interno e l’ha trasformata in cinema — e questo, da solo, è già un motivo più che sufficiente per mettersi comodi e aspettare di vederlo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








