Joie de vivre: il documentario guadagnino bertolucci venezia che riscrive le regole del cinema non-fiction
Mettetevi comodi, perché questa è una di quelle notizie che fanno venire voglia di prenotare un treno per il Lido ancora prima di aver finito di leggere. Alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre 2026, arriva Joie de vivre: un documentario diretto da Luca Guadagnino dedicato a Bernardo Bertolucci, uno dei giganti assoluti del cinema italiano e mondiale. Il film è presentato nella sezione Venice Open – Fuori Concorso e porta con sé almeno due primati che, da soli, basterebbero a farne un evento imprescindibile della stagione cinematografica. Il primo: una durata superiore alle sette ore. Il secondo, ancora più dirompente: si tratta del primo documentario italiano interamente realizzato con l’intelligenza artificiale. Parliamo, insomma, di un’opera che è già storia ancora prima di essere vista dal grande pubblico.
Luca Guadagnino: un autore che non smette di sorprendere
Per capire il peso specifico di Joie de vivre, bisogna partire da chi lo ha firmato. Luca Guadagnino è oggi uno dei registi italiani più seguiti e discussi a livello internazionale, capace di muoversi con disinvoltura tra generi diversissimi — dal melodramma sensoriale di Chiamami col tuo nome al body horror di Bones and All, fino al tennis-movie Challengers — senza mai perdere una voce autoriale riconoscibilissima. Il suo cinema è fatto di corpi, desideri, superfici che nascondono abissi, e di una cura maniacale per l’estetica che non scade mai nel decorativismo fine a se stesso.
Eppure, fino ad oggi, Guadagnino non si era mai cimentato in modo così frontale con il documentario puro, e tantomeno con un omaggio di questa portata a un altro regista. Scegliere Bernardo Bertolucci come soggetto non è una mossa casuale: è una dichiarazione d’amore cinematografica, una scelta che rivela quanto profondamente il cinema di Bertolucci abbia segnato la sua formazione e la sua visione del mondo. Joie de vivre nasce, in questo senso, come un atto di riconoscenza e di esplorazione, un tentativo di capire — e far capire agli spettatori — cosa significhi l’eredità di un maestro nel cinema contemporaneo.
Portare questo progetto alla Mostra di Venezia, nel contesto del Venice Open – Fuori Concorso, è la scelta giusta: una sezione che accoglie opere che per natura, formato o ambizione sfuggono alle categorie competitive tradizionali, e che spesso ospita i lavori più audaci e meno classificabili del festival.
Bernardo Bertolucci: il maestro che meritava questo omaggio
Prima di addentrarci nelle peculiarità del documentario, vale la pena ricordare chi era Bernardo Bertolucci e perché un’opera di sette ore su di lui non è affatto eccessiva — anzi, si potrebbe sostenere che sette ore siano appena sufficienti. Regista bolognese, figlio del poeta Attilio Bertolucci, Bernardo ha costruito nel corso di decenni una filmografia che ha attraversato e spesso anticipato i grandi tornanti della storia del cinema mondiale.
Dagli esordi folgoranti con La commare secca (1962) e Prima della rivoluzione (1964), passando per lo scandalo globale di Ultimo tango a Parigi (1972) con Marlon Brando, fino all’epica di Novecento (1976) e alla consacrazione internazionale con L’ultimo imperatore (1987) — nove premi Oscar, incluso quello per il miglior film e la miglior regia — Bertolucci ha dimostrato di saper essere al tempo stesso profondamente italiano e universalmente riconoscibile. Il suo cinema parla di potere, di corpo, di storia, di rivoluzione e di resa: temi che non invecchiano mai.
La sua influenza su intere generazioni di cineasti è documentata e concreta. Non è un caso che Guadagnino, cresciuto con quella tradizione visiva alle spalle, senta il bisogno di tornare su quella figura con uno sguardo lungo, meditato, capace di fare il punto su un’eredità artistica ancora viva e pulsante. Il documentario guadagnino bertolucci venezia rappresenta, in questo senso, anche un modo per il cinema italiano di fare i conti con se stesso, con la propria storia e con i propri punti di riferimento.
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Joie de vivre: sette ore di cinema, zero compromessi
Il titolo scelto da Guadagnino è già un programma: Joie de vivre, “gioia di vivere” in francese, è un’espressione che rimanda immediatamente all’esuberanza vitale, alla pienezza dell’esperienza, a quell’appetito per il mondo che caratterizzava profondamente il cinema di Bertolucci. Non è un titolo elegiaco, non è un titolo da necrologio cinematografico: è un invito a celebrare, a guardare avanti, a trovare nel lavoro di un maestro non la nostalgia ma l’energia.
La durata — oltre sette ore — è il dato che più ha fatto discutere fin dall’annuncio. In un’epoca in cui anche i lungometraggi tradizionali faticano a superare le due ore senza che qualcuno si lamenti, un documentario di questa lunghezza è quasi un atto di resistenza culturale. Ma chi conosce la filmografia di Bertolucci sa che certi suoi film — Novecento, nella sua versione integrale, supera le cinque ore — non potrebbero essere quello che sono se fossero stati compressi. La durata è parte del significato. È un modo per dire: questo argomento merita tempo, merita attenzione, merita che lo spettatore si fermi e stia.
Non è la prima volta che il cinema documentario abbraccia il formato lungo per restituire la complessità di un soggetto. Basti pensare ad opere come Shoah di Claude Lanzmann (nove ore e mezza) o al ciclo Histoire(s) du cinéma di Jean-Luc Godard: lavori che hanno ridefinito cosa può fare il documentario quando si libera dai vincoli della distribuzione commerciale standard. Joie de vivre si inserisce in questa tradizione ambiziosa, rivendicando il diritto del cinema non-fiction a occupare lo spazio che il soggetto richiede.
Il primo documentario italiano realizzato interamente con l’intelligenza artificiale
Ma è il secondo primato di Joie de vivre a rendere questo progetto davvero unico nel panorama cinematografico attuale. Secondo quanto confermato dalle fonti ufficiali, il documentario è il primo documentario italiano interamente realizzato con l’intelligenza artificiale. Una dichiarazione che apre immediatamente una serie di domande: cosa significa concretamente? Come si manifesta l’AI in un’opera di questo tipo? E soprattutto: cosa cambia, per lo spettatore e per la critica, sapere che il film che si sta guardando è stato costruito con strumenti di intelligenza artificiale?
Il dibattito sull’uso dell’AI nel cinema è uno dei più accesi e polarizzanti degli ultimi anni. Da un lato, c’è chi vede nell’intelligenza artificiale una minaccia all’autorialità , alla manualità , al lavoro creativo umano. Dall’altro, c’è chi — e Guadagnino sembra posizionarsi con decisione in questo campo — considera l’AI uno strumento come un altro, capace di aprire possibilità espressive che prima non esistevano. Un documentario su Bertolucci realizzato con l’AI potrebbe, per esempio, permettere di ricostruire immagini, ambienti o momenti storici che non esistono in archivio, di creare continuità visiva tra materiali eterogenei, o di dare forma visiva a concetti e ricordi che altrimenti resterebbero solo parole.
Quello che è certo è che Guadagnino non usa l’AI come trovata pubblicitaria. Il suo approccio al cinema è sempre stato quello di un artigiano curioso, disposto a sperimentare ma mai a sacrificare la sostanza alla forma. Se ha scelto di fare di Joie de vivre un’opera interamente costruita con l’intelligenza artificiale, è perché ha ritenuto che questo strumento fosse il più adatto a raccontare Bertolucci nel 2026. È una scommessa coraggiosa, e il Lido è il posto giusto per vedere se è vinta.
Venezia 83: il contesto di un festival che guarda avanti
La scelta di presentare Joie de vivre alla 83ª Mostra di Venezia, nella sezione Venice Open – Fuori Concorso, dice molto sia sull’opera che sul festival. Venezia, con la sua storia ultracentenaria e la sua vocazione a ospitare il cinema d’autore più ambizioso, è tradizionalmente il luogo dove i grandi registi portano i loro progetti più personali, quelli che non cercano la competizione ma il dialogo con il pubblico e con la critica.
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Il Fuori Concorso, in particolare, è una sezione che negli anni ha ospitato alcune delle opere più significative e discusse della storia recente del festival: documentari, film-saggio, opere ibride che sfidano le categorie. Presentare qui Joie de vivre significa collocarlo in una tradizione precisa, quella del cinema che si prende il tempo e lo spazio di cui ha bisogno senza dover rispondere alle logiche competitive del concorso principale.
Per i cinefili, la Mostra di Venezia 2026 si preannuncia come un’edizione particolarmente ricca, e la presenza di un’opera come quella di Guadagnino su Bertolucci ne è uno dei segnali più chiari. Il documentario guadagnino bertolucci venezia è già , prima ancora della sua proiezione, uno degli appuntamenti imprescindibili della stagione cinematografica autunnale. Per approfondire il programma completo della sezione, è possibile consultare il sito ufficiale della Biennale di Venezia.
Un’opera che interroga il futuro del documentario italiano
Al di là della specifica occasione festivaliera, Joie de vivre pone domande che riguardano il futuro del documentario italiano nel suo complesso. Il cinema non-fiction italiano ha una tradizione ricchissima — da Joris Ivens a Gianfranco Rosi, passando per Vittorio De Seta — ma fatica spesso a trovare spazio e visibilità nel circuito internazionale. Un’opera firmata da un regista del calibro di Guadagnino, presentata a Venezia e costruita con tecnologie all’avanguardia, potrebbe contribuire a ridefinire la percezione del documentario italiano nel mondo.
C’è poi la questione del soggetto: Bertolucci è un autore che merita di essere riscoperto dalle nuove generazioni di spettatori, spesso ignare della portata della sua opera. Un documentario di sette ore, realizzato da un regista contemporaneo di grande popolarità internazionale, potrebbe essere il veicolo perfetto per avvicinare al cinema di Bertolucci un pubblico che non lo ha vissuto in prima persona. In questo senso, Joie de vivre è anche un atto di trasmissione culturale: un modo per tenere viva una fiamma e passarla alle mani di chi verrà dopo.
Cosa aspettarsi dalla proiezione al Lido
La logistica di un documentario di oltre sette ore pone ovviamente questioni pratiche: come verrà presentato al festival? In un’unica proiezione maratona? Diviso in parti? Con pause programmate? Queste sono domande a cui solo il programma dettagliato della Mostra potrà rispondere, ma fanno già parte dell’esperienza che Joie de vivre promette di offrire. Assistere a un’opera del genere al Lido è già di per sé un’avventura, un’immersione totale che richiede disponibilità e predisposizione — esattamente come certi film di Bertolucci richiedevano, e richiedono ancora oggi, uno spettatore disposto a farsi trasportare senza resistere.
Per chi non potrà essere fisicamente a Venezia, resta da capire quale sarà il percorso distributivo del film: se e quando arriverà nelle sale, su piattaforme streaming, o se resterà un’opera da festival destinata a circolare nel circuito dei cinema d’essai e delle rassegne specializzate. Sono domande legittime, a cui per ora non ci sono risposte definitive, ma che testimoniano quanto Joie de vivre sia già un oggetto cinematografico capace di generare attesa e discussione.
Un incontro tra due visioni del cinema
In ultima analisi, il documentario guadagnino bertolucci venezia è molto più di un omaggio: è un dialogo tra due modi di intendere il cinema, due sensibilità che si incontrano attraverso il tempo e lo spazio di un’opera audace. Guadagnino porta al Lido un film che è al tempo stesso un atto d’amore verso un maestro, una sperimentazione tecnologica senza precedenti nel panorama italiano, e una riflessione sul senso stesso del fare cinema oggi. Sette ore per raccontare Bertolucci, per la prima volta in Italia con l’intelligenza artificiale, alla Mostra di Venezia 2026: ci sono poche combinazioni più elettrizzanti di questa nell’intero panorama cinematografico dell’anno. Il Lido aspetta, e noi con lui.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








