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Falling House, Mohsen Gharei a Venezia 83: la violenza patriarcale in una prigione domestica

Falling House, Mohsen Gharei a Venezia 83: la violenza patriarcale in una prigione domestica

C’è un tipo di cinema che non ti lascia scampo, che ti chiude in una stanza e butta via la chiave — e Falling House di Mohsen Gharei è esattamente questo. Presentato in anteprima mondiale alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 83, svoltasi dal 2 al 12 settembre 2026 nella sezione Orizzonti, il film iraniano — noto anche con il titolo originale Moragheb — ha lasciato il segno con la sua ferocia silenziosa, la sua capacità di trasformare quattro mura domestiche in una metafora di oppressione totale. Un’opera che arriva da lontano, geograficamente e culturalmente, ma che parla di qualcosa di universalmente riconoscibile: il patriarcato come gabbia, la casa come prigione.

Dal carcere alla famiglia: la trama di un film senza respiro

Al centro di Falling House c’è Rashid, una guardia carceraria che viene sospesa dal lavoro. È un uomo abituato a sorvegliare, a controllare, a imporre regole attraverso la forza e l’autorità istituzionale. Quando quella struttura esterna crolla — quando il badge, la divisa e il potere che gli venivano dall’istituzione vengono meno — Rashid non sa fare altro che replicare lo stesso schema all’interno delle mura di casa. La sua famiglia diventa il suo nuovo braccio di detenzione. La sua abitazione nella periferia di Teheran, già compressa e asfissiante, si trasforma in qualcosa di ancora più claustrofobico: una prigione senza sbarre visibili, ma con regole altrettanto ferree.

Sua figlia Ensi sogna di diventare modella in Turchia. È un sogno piccolo, nella sua concretezza, eppure enormemente sovversivo nell’universo di Rashid: una donna che vuole uscire, che vuole scegliere, che vuole esistere al di là del perimetro che il padre ha tracciato per lei. Gharei costruisce questa tensione con una precisione quasi chirurgica, lasciando che la violenza emerga non solo nei momenti di esplosione fisica ma soprattutto nel silenzio, nei gesti quotidiani, nell’atmosfera opprimente che pervade ogni singola inquadratura. Il regista non ci risparmia nulla, ma non indugia mai nel compiacimento: ogni scena ha uno scopo, ogni dettaglio porta avanti quella condanna morale che è il vero motore del film.

Il titolo stesso — Falling House, la casa che cade — è già una dichiarazione di poetica. Non si tratta solo di una struttura fisica che vacilla, ma di un intero sistema di valori, di un modello familiare e sociale che il regista osserva implodere su se stesso con occhio implacabile. Gharei non offre vie d’uscita facili, non concede redenzioni consolatorie. Il suo è un cinema dell’anatema, della denuncia senza sconti.

Farhad Aslani e Laleh Marzban: due interpretazioni da manuale

Un film di questo tipo regge o cade sulle spalle dei suoi interpreti, e Falling House può contare su due performance di rara intensità. Farhad Aslani nei panni di Rashid costruisce un ritratto che è allo stesso tempo familiare e mostruoso — il che è, probabilmente, la cosa più inquietante del film. Non è un villain da fumetto, non ha una cattiveria esibita o caricaturale. È un uomo che crede profondamente di avere ragione, che è convinto di proteggere la sua famiglia esercitando su di essa un controllo totale. Aslani riesce a rendere percepibile questa distorsione interiore senza mai renderla simpatica, senza mai cercare la comprensione dello spettatore a buon mercato. È una performance di sottrazione, di tensione trattenuta, che esplode nei momenti giusti con una violenza che lascia senza fiato.

Dall’altra parte c’è Laleh Marzban nei panni di Ensi, e qui il film tocca le sue vette più alte. Marzban costruisce un personaggio che è contemporaneamente fragile e tenace, spaventato e determinato, capace di portare sullo schermo tutta la contraddizione di chi cerca la libertà sapendo già quanto costerà. La sua performance ha convinto la giuria della sezione Orizzonti al punto da assegnarle il premio Orizzonti per la Migliore Interpretazione Femminile — un riconoscimento meritatissimo che ha dato al film una visibilità ulteriore e ha confermato la potenza di una prova attoriale fuori dal comune. La chimica tra i due protagonisti è quella di due forze opposte che si attraggono e si respingono in un equilibrio sempre sul punto di spezzarsi.

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Vale la pena soffermarsi su come Gharei lavori con i suoi attori. Non c’è nulla di artificioso nei movimenti, nei dialoghi, nelle reazioni. La recitazione ha quella qualità ruvida e immediata che si ottiene solo con un lavoro di preparazione profondo e con una fiducia reciproca tra regista e cast. Ogni sguardo conta, ogni pausa è significativa. Il cinema iraniano ha una lunga tradizione di questo tipo di naturalismo recitativo, e Falling House si inserisce in quella tradizione portandola verso territori ancora più oscuri e scomodi.

Mohsen Gharei: un regista da seguire con attenzione

Nato nel 1984, Mohsen Gharei non è un esordiente, ma è ancora un nome che il grande pubblico occidentale sta imparando a conoscere. Il suo film precedente, Blockage del 2017, aveva già fatto capire di che pasta fosse fatto: quell’opera aveva conquistato il premio come miglior film al Festival di Busan, uno dei riconoscimenti più prestigiosi del circuito festivaliero asiatico, portando Gharei all’attenzione della critica internazionale. Quasi dieci anni dopo, con Falling House, il regista compie un salto qualitativo significativo, affinando il suo stile e portando la sua riflessione sulla società iraniana a un livello di maturità e radicalità nuovi.

Ciò che distingue Gharei da molti suoi contemporanei è la capacità di fare del cinema politico senza mai rinunciare alla dimensione umana. Falling House è un film sul patriarcato, sulla violenza di genere, sul controllo che gli uomini esercitano sui corpi e sulle vite delle donne — ma è anche, e prima di tutto, una storia di persone reali, con desideri reali, con dolori reali. Non c’è la fredda distanza del saggio sociologico, né la semplificazione della favola morale. C’è la complessità disordinata e dolorosa della vita, filtrata attraverso una messa in scena di grande rigore formale.

Il fatto che il film sia ambientato nella periferia di Teheran non è un dettaglio accessorio: quella geografia marginale, quella suburbia compressa tra il centro urbano e il nulla, è parte integrante del racconto. È in quei luoghi interstiziali che le contraddizioni della società iraniana contemporanea si manifestano con maggiore brutalità, lontano dai riflettori e dalle narrazioni ufficiali. Gharei conosce quei luoghi, ne comprende le dinamiche, e li trasforma in paesaggio emotivo con una precisione che solo chi ha guardato a lungo e con attenzione può raggiungere.

Il falling house film venezia e il contesto del cinema iraniano contemporaneo

La presenza di Falling House nella sezione Orizzonti di Venezia 83 non è un caso isolato, ma si inserisce in una tradizione consolidata del cinema iraniano nei grandi festival internazionali. L’Iran ha una delle cinematografie più vitali e coraggiose del mondo, una tradizione che ha prodotto maestri come Abbas Kiarostami, Jafar Panahi e Asghar Farhadi, e che continua a generare nuove voci capaci di raccontare la realtà del paese con una franchezza che spesso i registi stessi pagano a caro prezzo. In questo contesto, il falling house film venezia rappresenta uno dei contributi più significativi della stagione festivaliera 2026, sia per la qualità dell’opera in sé sia per il coraggio che richiede realizzarla.

La sezione Orizzonti — dedicata alle nuove tendenze del cinema mondiale — si è confermata ancora una volta il luogo ideale per questo tipo di cinema: opere che non cercano il consenso facile, che non si accomodano nelle aspettative del pubblico, ma che spingono il linguaggio cinematografico e la riflessione sociale in territori inesplorati. Il riconoscimento a Laleh Marzban da parte della giuria segnala che questo approccio è stato non solo compreso ma anche valorizzato, e che il film ha trovato nel contesto veneziano l’accoglienza critica che merita.

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Sul fronte commerciale, Paradise City Sales ha acquisito i diritti di vendita mondiale del film, il che significa che Falling House è destinato a circolare nei prossimi mesi nei mercati internazionali, raggiungendo festival, sale d’essai e probabilmente anche piattaforme di streaming. La produzione è firmata da Milad Khosravi, che con Gharei condivide la visione di un cinema capace di affrontare i temi più scomodi senza compromessi.

La violenza patriarcale come sistema: cosa ci dice davvero il film

Sarebbe riduttivo leggere Falling House come un semplice film di denuncia. Certo, la denuncia c’è, ed è potente e inequivocabile. Ma Gharei fa qualcosa di più sottile e più disturbante: mostra come la violenza patriarcale non sia un’aberrazione individuale, un difetto di un singolo uomo malato, ma un sistema coerente e autoriproduttivo che si perpetua attraverso le generazioni, che trova la sua legittimazione in strutture sociali, culturali e istituzionali. Rashid non è un mostro caduto dal cielo: è il prodotto di un sistema che lo ha formato e che lui, a sua volta, perpetua.

Questa prospettiva sistemica è ciò che rende il film davvero inquietante, e davvero necessario. Non si tratta di condannare un individuo — cosa relativamente facile e rassicurante — ma di interrogare le strutture che producono individui come Rashid. È un cinema che chiede allo spettatore un lavoro attivo, che non si accontenta di suscitare indignazione ma vuole provocare una riflessione più profonda e più scomoda. In questo senso, Moragheb — il titolo originale, che significa letteralmente “sorvegliante” — è una scelta perfetta: Rashid sorveglia, ma chi sorveglia il sorvegliante? Chi controlla il sistema che lo ha creato?

La casa come spazio di reclusione è un’immagine potente che il cinema ha esplorato in molte forme, da Dogtooh di Yorgos Lanthimos a certi film di Michael Haneke, ma Gharei la declina in modo specificamente iraniano, radicata in una realtà sociale e culturale precisa, senza però perdere quella dimensione universale che permette al film di parlare a chiunque abbia mai vissuto — o osservato — le dinamiche del controllo familiare. È quella universalità a rendere il falling house film venezia un’opera che merita di essere vista e discussa ben oltre i confini del circuito festivaliero.

Potete trovare ulteriori dettagli sul film nella recensione di Cinematografo.it, che offre un’analisi approfondita dell’opera nel contesto della cinematografia iraniana contemporanea.

Falling House è il tipo di film che non si dimentica facilmente. Quando le luci si riaccendono e si esce dalla sala, ci si porta dietro qualcosa di pesante, qualcosa che continua a lavorare dentro. È il segno di un cinema vivo, necessario, coraggioso — e di un regista, Mohsen Gharei, che con questo film si conferma una delle voci più importanti del panorama internazionale. Con Laleh Marzban premiata dalla giuria veneziana e i diritti mondiali già venduti, le premesse per una lunga e significativa circolazione internazionale ci sono tutte: non resta che aspettare l’occasione per vederlo.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.