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Wim Wenders torna alla 3D con From Inside Out: il documentario su Peter Zumthor

Wim Wenders torna alla 3D con From Inside Out: il documentario su Peter Zumthor

C’è qualcosa di quasi paradossale — e meravigliosamente coerente — nel fatto che Wim Wenders, uno dei registi più sensibili alla dimensione dello spazio nel cinema europeo, abbia scelto il formato tridimensionale per raccontare l’uomo che forse più di ogni altro al mondo ha fatto dello spazio una forma d’arte assoluta. From Inside Out: The Architecture of Peter Zumthor è esattamente questo: un documentario architettura 3D che non si accontenta di mostrare edifici, ma vuole farti sentire il peso del cemento, la temperatura della luce, il silenzio che certi muri sanno produrre. La prima mondiale al Festival di Venezia il 6 settembre 2026 ha confermato che questo progetto, gestato per ben 14 anni, non è un film che si guarda: è un film che si abita.

Un sodalizio lungo quattordici anni

Quattordici anni. Pensateci un momento. Mentre il cinema mondiale cambiava pelle più volte — dall’esplosione dello streaming alla rinascita delle sale, dal dominio dei franchise all’affermazione dei documentari autoriali — Wim Wenders e Peter Zumthor lavoravano in silenzio a qualcosa che non aveva fretta di esistere. E questa lentezza, questo rifiuto del ritmo frenetico della produzione contemporanea, è già di per sé un manifesto estetico che accomuna i due artisti.

Zumthor è architetto di rarissima produzione: non costruisce in serie, non firma grattacieli speculativi, non si presta a commissioni che non sente proprie. Ogni suo progetto è il risultato di anni di riflessione, di rapporto con il luogo, con i materiali, con la luce. Vincitore del Pritzker Prize — il massimo riconoscimento nel campo dell’architettura, spesso definito il Nobel della disciplina — Zumthor ha costruito una reputazione fondata sulla qualità assoluta e sulla rarità delle opere. Non a caso, Wenders ci ha impiegato quasi tre lustri per trovare il modo giusto di raccontarlo: perché un soggetto del genere non si può affrettare.

La collaborazione tra i due, stando alle fonti, è stata un dialogo continuo, un processo in cui il regista si è lasciato educare dall’architetto e l’architetto ha imparato a vedere i suoi spazi attraverso l’occhio di una cinepresa. Il risultato è un film della durata di 114 minuti, prodotto da Road Movies e DCM, girato in tedesco, svizzero tedesco e inglese: tre lingue che già da sole raccontano la complessità culturale di un artista radicato nell’Europa alpina ma capace di dialogare con il mondo intero.

Il 3D come strumento di architettura cinematografica

Non è la prima volta che Wenders si affida al formato tridimensionale per un documentario. Chi ricorda Pina — il ritratto della coreografa Pina Bausch, candidato all’Oscar — sa già come il regista tedesco usi il 3D in modo radicalmente diverso rispetto al cinema commerciale. Lì non si tratta di effetti speciali o di oggetti che volano verso lo spettatore: si tratta di profondità, di spessore, di dare alla dimensione spaziale una presenza fisica che lo schermo piatto semplicemente non può restituire.

In un documentario architettura 3D dedicato a Zumthor, questa scelta tecnica diventa quasi filosofica. L’architettura di Zumthor è fatta di esperienze corporee: le sue terme di Vals, i suoi padiglioni, le sue cappelle non si capiscono dalle fotografie, non si capiscono dai disegni tecnici. Si capiscono standoci dentro, sentendo come il corpo reagisce allo spazio, come la luce cambia nel corso della giornata, come certi materiali — il legno, la pietra, il metallo ossidato — dialogano con la pelle e con gli occhi. Il 3D di Wenders è il tentativo più ambizioso mai fatto di trasferire questa esperienza corporea all’interno di una sala cinematografica.

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La sfida tecnica è enorme. Filmare spazi architettonici in tridimensionale richiede una padronanza della profondità di campo e della geometria dell’inquadratura che va ben oltre le competenze standard di una troupe documentaristica. Wenders, con la sua lunga esperienza nel formato, ha costruito un linguaggio visivo che rispetta la logica degli spazi di Zumthor senza mai sovrapporvi una retorica esterna. Le camere non cercano l’effetto: cercano la verità spaziale.

Le opere al centro del film: da Los Angeles alla Norvegia

Uno dei punti di forza di From Inside Out è la varietà geografica e tipologica delle opere di Zumthor che il film attraversa. Non si tratta di una rassegna antologica, ma di un percorso che segue una logica emotiva e concettuale precisa, costruita da Wenders nel corso di anni di frequentazione delle opere dell’architetto.

Tra i progetti documentati c’è il cantiere dei David Geffen Galleries del Los Angeles County Museum of Art — uno dei progetti più attesi nel panorama museale americano degli ultimi anni, affidato a Zumthor dopo una lunga gestazione. Il fatto che Wenders abbia scelto di includere questa commissione americana è significativo: dimostra come Zumthor, pur profondamente radicato nella tradizione costruttiva europea, sappia portare la sua sensibilità in contesti urbani radicalmente diversi, in dialogo con una città come Los Angeles che ha un rapporto tutto particolare con la luce, con il paesaggio e con la cultura dell’immagine.

Ma il momento forse più potente del film — almeno stando alle descrizioni emerse dalla première veneziana — è la sequenza dedicata allo Steilneset Memorial nel nord della Norvegia. Qui è la scrittrice e intellettuale Siri Hustvedt a guidare lo spettatore attraverso questo luogo straordinario e perturbante: un memoriale costruito da Zumthor per commemorare 91 persone bruciate sul rogo come presunte streghe nel corso del Seicento. La struttura, lunga e sospesa nel paesaggio artico, è una delle opere più emozionalmente cariche di tutto il catalogo di Zumthor — e il fatto che Wenders abbia scelto di affidarla allo sguardo di Hustvedt, scrittrice nota per la sua capacità di intrecciare corpo, memoria e narrazione, è una scelta registica di grande intelligenza.

In quella sequenza il documentario architettura 3D raggiunge probabilmente la sua vetta espressiva: lo spazio fisico del memoriale, con la sua luce fioca e il paesaggio selvaggio che lo circonda, diventa contenitore di una memoria collettiva dolorosa, e il 3D trasforma lo spettatore da osservatore esterno a presenza corporea all’interno di quella storia. Non si guarda il memoriale: ci si entra, anche solo attraverso lo schermo.

Wenders e i documentari musicali e artistici: una tradizione consolidata

Per capire fino in fondo l’ambizione di From Inside Out, vale la pena inquadrarlo nella traiettoria documentaristica di Wim Wenders, che è tutt’altro che occasionale. Il regista tedesco, candidato all’Oscar per film come Buena Vista Social Club e Pina, ha sviluppato nel corso degli anni una vera e propria poetica del documentario d’artista: un cinema che non si limita a descrivere il lavoro creativo altrui, ma cerca di trovare un equivalente cinematografico di quel lavoro.

Con Buena Vista Social Club aveva fatto rivivere una musica e una cultura attraverso i volti e i corpi di chi quella musica la portava dentro da decenni. Con Pina aveva trovato nel 3D il modo di restituire la fisicità della danza di Pina Bausch, la presenza nello spazio dei corpi dei danzatori. Con From Inside Out compie un passo ulteriore: il soggetto non è più la musica o la danza, ma lo spazio stesso — qualcosa che per definizione non si può ridurre a immagine piatta senza perdere la sua essenza.

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In questo senso, il film su Zumthor rappresenta forse il punto più coerente e ambizioso dell’intera carriera documentaristica di Wenders. È il film che solo lui poteva fare, con il soggetto che solo lui poteva scegliere, nel momento in cui la sua padronanza del formato 3D era abbastanza matura da essere messa al servizio di un’idea così radicale.

Venezia 2026 e il contesto della première

La scelta di presentare From Inside Out alla Mostra del Cinema di Venezia — nella sezione fuori concorso — è coerente con il profilo del film. Venezia ha sempre avuto un rapporto speciale con il cinema d’autore europeo, e la Mostra del 2026 si conferma come uno dei palcoscenici più adatti per un’opera di questa natura: un documentario che non cerca il grande pubblico generalista, ma vuole dialogare con spettatori disposti a mettersi in ascolto.

La première del 6 settembre 2026 ha portato il film davanti a una platea internazionale per la prima volta, e le reazioni emerse dai circuiti della critica specializzata confermano che Wenders ha realizzato qualcosa di raro: un’opera capace di parlare sia agli appassionati di cinema che agli appassionati di architettura, senza fare concessioni né agli uni né agli altri. Non è un film divulgativo sull’architettura di Zumthor, così come non è un saggio teorico sul 3D: è un’esperienza cinematografica autonoma, con una sua grammatica e una sua logica interna.

Prodotto da Road Movies — la casa di produzione storicamente legata a Wenders — e da DCM, il film porta con sé il marchio di una produzione attenta e rigorosa, lontana dalla logica del contenuto veloce e usa-e-getta. I 114 minuti di durata sono un impegno dichiarato verso la profondità: quasi due ore in cui lo spettatore è invitato a rallentare, a guardare davvero, a lasciarsi abitare dagli spazi che scorrono sullo schermo.

Perché questo film conta, adesso

In un momento in cui il cinema documentario è spesso schiacciato tra le logiche dello streaming — che premia la serialità, la velocità, la facilità di fruizione — e le aspettative di un pubblico abituato a contenuti sempre più frammentati, From Inside Out: The Architecture of Peter Zumthor si posiziona come un atto di resistenza culturale. Un documentario architettura 3D che chiede allo spettatore di essere presente, di portare il proprio corpo e la propria attenzione davanti allo schermo, esattamente come farebbe davanti a un edificio di Zumthor.

Il parallelo non è casuale: Zumthor ha sempre sostenuto che la sua architettura non si capisce dalle riviste o dai libri, ma solo attraverso l’esperienza diretta. Wenders ha preso questa convinzione sul serio e ha cercato di costruire un cinema che ne fosse all’altezza. Se ci sia riuscito, lo deciderà ogni singolo spettatore che si siederà in sala con gli occhiali 3D sul naso — ma già il fatto che qualcuno abbia avuto il coraggio di provarci, dopo 14 anni di lavoro paziente, dice qualcosa di importante su cosa può ancora essere il cinema quando lo si prende davvero sul serio. Per aggiornamenti sulla distribuzione internazionale del film, il riferimento ufficiale resta il sito della Biennale di Venezia, dove il progetto è presentato nella sua completezza.

Quello che è certo, dopo Venezia, è che From Inside Out non è un film che si dimentica facilmente. E forse è questo il miglior complimento che si possa fare a un’opera che parla di spazi costruiti per durare nel tempo, raccontati da un regista che ha sempre saputo che le immagini migliori sono quelle che continuano a vivere anche quando lo schermo si spegne.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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