C’è un luogo comune che circola da anni nei dibattiti sul futuro del cinema, nei convegni di settore, nelle pagine culturali dei quotidiani: i giovani non vanno più al cinema, preferiscono lo smartphone, le serie brevi, i reel da trenta secondi. Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha deciso di rispondere a questo racconto con l’unica arma davvero efficace contro i luoghi comuni — i dati. E i dati, nel caso della 83ª Mostra del Cinema di Venezia, parlano chiaro e forte.
Un record che cambia la narrativa
La 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, svoltasi nel settembre 2026, si è chiusa con un risultato che ha sorpreso anche i più ottimisti: 117.656 biglietti venduti, un record storico assoluto per la manifestazione. Non si tratta di una crescita marginale, di quelle che si celebrano con un comunicato stampa di routine: rispetto all’edizione 2025 l’incremento è stato del 14%, una cifra che nel mondo degli eventi culturali — dove già un +3% viene considerato un segnale positivo — suona quasi come un’anomalia, nel senso migliore del termine.
Barbera non ha nascosto la soddisfazione, ma soprattutto ha usato questo dato come punto di partenza per smontare una vulgata che, a suo avviso, non corrisponde affatto alla realtà. In più occasioni pubbliche, il direttore artistico ha dichiarato senza mezzi termini che «basta col dire che ai giovani non interessa il cinema: è falso». Una presa di posizione netta, quasi polemica, che però poggia su numeri concreti e su quindici anni di osservazione diretta del pubblico del Lido.
Quello che emerge dalla sua analisi è un quadro radicalmente diverso rispetto alla narrativa della crisi generazionale del grande schermo. Non solo il pubblico cresce in termini assoluti, ma cresce soprattutto in termini di composizione anagrafica: tra i frequentatori della mostra cinema venezia si registra una presenza significativa e in aumento di ragazzi e ragazze tra i 16 e i 25 anni, una fascia d’età che l’industria cinematografica tradizionale ha spesso dato per persa, considerandola irrecuperabile alle sale e ormai definitivamente consegnata alle piattaforme di streaming.
Chi sono i giovani che scelgono Venezia
Parlare di “giovani” in modo generico rischia di essere tanto fuorviante quanto il luogo comune che Barbera vuole smontare. Vale quindi la pena soffermarsi su chi sono, concretamente, questi ragazzi che scelgono di trascorrere giorni al Lido di Venezia, in fila davanti alle sale del Palazzo del Cinema o della Sala Darsena, per vedere film spesso senza stelle del cinema hollywoodiano, spesso in lingue che non conoscono, spesso privi di sottotitoli nella loro lingua madre.
Barbera ha descritto un pubblico caratterizzato da passione e curiosità autentiche per il cinema come forma d’arte e come linguaggio. Non si tratta di spettatori passivi attratti dal glamour del red carpet — quello è un altro pubblico, legittimo ma diverso — bensì di cinefili in formazione, studenti di cinema, appassionati che hanno scoperto la settima arte attraverso canali ibridi: le piattaforme, certo, ma anche i festival, le rassegne universitarie, i cineforum, i canali YouTube dedicati alla critica cinematografica. Sono ragazzi che hanno imparato a guardare un film con occhi educati e curiosi, e che nella mostra cinema venezia trovano un’occasione irripetibile di vedere in anteprima mondiale opere che altrimenti non arriverebbero mai nelle sale della loro città.
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È un fenomeno che racconta qualcosa di importante sulla trasformazione del rapporto tra le nuove generazioni e il cinema. La tesi secondo cui i giovani vogliono solo contenuti brevi e frammentati, consumati verticalmente su uno schermo da sei pollici, si scontra con l’evidenza di migliaia di under 25 disposti a svegliarsi all’alba per accaparrarsi un biglietto per una proiezione delle otto di mattina. Il cinema non è in crisi tra i giovani: è in crisi in certi formati e in certi contesti distributivi, ma la fame di storie ben raccontate, di immagini potenti, di emozioni condivise in sala al buio, è tutt’altro che estinta.
Quindici anni di trasformazione del pubblico veneziano
Il punto di vista di Barbera non è quello di chi osserva il fenomeno da fuori o lo interpreta sulla base di sondaggi e ricerche di mercato. È quello di chi, negli ultimi quindici anni, ha seguito personalmente l’evoluzione del pubblico della Mostra, edizione dopo edizione, con la continuità che solo una lunga direzione artistica può garantire. E il cambiamento che descrive è profondo, strutturale, non riducibile a un’annata fortunata o a un programma particolarmente azzeccato.
Nel corso di questo lungo arco temporale, Barbera ha osservato come la composizione del pubblico si sia progressivamente ringiovanita, come siano aumentate le presenze di studenti e giovani professionisti del settore, come la mostra cinema venezia sia diventata un appuntamento irrinunciabile non solo per i critici e gli addetti ai lavori ma anche per una generazione di spettatori che considera il festival un’esperienza culturale totale, quasi un rito di passaggio. Non una gita scolastica, ma una scelta consapevole e spesso costosa — i biglietti, il viaggio, l’alloggio a Venezia in settembre non sono economici — che dice molto sulla qualità dell’interesse e sulla profondità del coinvolgimento.
Questo dato qualitativo si intreccia con quello quantitativo del record di 117.656 biglietti venduti nel 2026, con un incremento del 14% rispetto all’edizione precedente. Numeri che, nel contesto di un dibattito culturale spesso dominato dal pessimismo, acquistano un valore quasi simbolico: dimostrano che un festival cinematografico di altissimo profilo, selettivo, esigente, lontano dai compromessi del cinema commerciale, può non solo sopravvivere ma crescere in modo significativo proprio mentre si teorizza la morte del cinema come esperienza collettiva.
Il festival come laboratorio culturale per le nuove generazioni
C’è un aspetto della questione che va oltre la semplice contabilità dei biglietti venduti, e che riguarda il ruolo che un evento come la mostra cinema venezia svolge nella formazione del gusto e della sensibilità cinematografica delle nuove generazioni. Un festival internazionale di questa portata non è solo un mercato, non è solo una vetrina per i distributori, non è solo una macchina per produrre premi e classifiche: è un luogo di educazione informale al cinema, un contesto in cui si impara a guardare, a confrontarsi, a discutere.
I giovani che frequentano Venezia tornano a casa con un bagaglio di immagini, di idee, di conversazioni che difficilmente si può acquisire attraverso lo streaming individuale. Vedono film che non avrebbero mai scelto da soli su una piattaforma, film che li sorprendono e a volte li destabilizzano, film che aprono finestre su cinematografie nazionali sconosciute — quella rumena, quella filippina, quella kazaka, quella brasiliana — che raramente trovano spazio nella distribuzione ordinaria. È un’esperienza che allarga l’orizzonte e che, spesso, trasforma uno spettatore occasionale in un cinefilo convinto.
Barbera ha costruito negli anni una programmazione capace di tenere insieme la qualità artistica più alta e una certa accessibilità, evitando sia il populismo dei grandi blockbuster sia l’ermetismo autoreferenziale che allontana il pubblico non specializzato. Questa capacità di calibrare il programma — scegliendo film impegnativi ma non ostici, sperimentali ma non incomprensibili — è probabilmente uno dei fattori che ha contribuito ad attrarre un pubblico giovane e curioso, non ancora irrigidito in gusti precostituiti e quindi più aperto alla scoperta.
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La risposta ai profeti della crisi
Il dibattito sulla crisi del cinema è reale e non va liquidato con un’alzata di spalle. Le sale cinematografiche tradizionali faticano in molti mercati, la pandemia ha accelerato cambiamenti strutturali nelle abitudini di consumo, le piattaforme di streaming hanno ridisegnato il paesaggio dell’intrattenimento audiovisivo in modo permanente. Nessuno di questi fenomeni è immaginario, e sarebbe ingenuo ignorarli.
Ma Barbera invita a distinguere tra la crisi del cinema come industria distributiva tradizionale e la vitalità del cinema come forma d’arte e come esperienza culturale. Sono due piani diversi, che spesso vengono confusi in modo fuorviante. Il fatto che molte sale di provincia abbiano chiuso non significa che i giovani abbiano smesso di amare il cinema: significa che il sistema distributivo non riesce più a raggiungerli in modo efficace. Il fatto che le piattaforme dominino il consumo quotidiano di contenuti audiovisivi non significa che il grande schermo sia diventato irrilevante: significa che occupa uno spazio diverso, più selettivo, più legato all’evento e all’esperienza condivisa.
Ed è esattamente in questo spazio che la mostra cinema venezia si colloca, con crescente successo. Non compete con Netflix sul terreno della quantità e della comodità — una battaglia persa in partenza — ma offre qualcosa che nessuna piattaforma può replicare: la presenza fisica, l’attesa, la sala buia condivisa con centinaia di altri spettatori, il regista in carne e ossa che risponde alle domande dopo la proiezione, l’adrenalina di vedere un film in anteprima mondiale. Sono elementi esperienziali che i giovani, contrariamente al luogo comune, apprezzano e cercano attivamente.
Un modello replicabile?
La domanda che sorge spontanea, di fronte a questi dati, è se il successo di Venezia possa insegnare qualcosa al sistema cinematografico più in generale. Se un festival riesce ad attrarre in modo crescente un pubblico giovane e appassionato, cosa può imparare da questo esempio la distribuzione ordinaria, la gestione delle sale, la programmazione dei cinema di quartiere?
La risposta non è semplice, perché un festival come la 83ª Mostra del Cinema di Venezia gode di condizioni uniche — il prestigio storico, la location straordinaria, la copertura mediatica internazionale, la capacità di attrarre i film più attesi della stagione — che non sono replicabili in un cinema multisala di provincia. Ma alcuni principi sembrano trasferibili: la cura della programmazione, la creazione di eventi attorno alla proiezione, il coinvolgimento della comunità locale, la costruzione di un’identità riconoscibile e di una proposta culturale coerente.
Quello che i dati di Venezia 83 suggeriscono, in ultima analisi, è che il problema non è la mancanza di interesse dei giovani per il cinema. Il problema, semmai, è la mancanza di occasioni e di contesti in cui quel interesse possa esprimersi e crescere. Quando le occasioni ci sono — quando il cinema diventa evento, esperienza, rito collettivo — i giovani rispondono. Lo dimostrano i 117.656 biglietti venduti al Lido di Venezia nel settembre 2026, con un incremento del 14% sull’anno precedente. Lo dimostrano le file di ragazzi tra i 16 e i 25 anni davanti alle sale del Palazzo del Cinema all’alba di una mattina di settembre.
Barbera non ha bisogno di teorie per sostenere la sua tesi: ha i numeri. E i numeri, in questo caso, raccontano una storia molto più ottimista — e molto più vera — di quella che siamo abituati a sentire sul futuro del cinema e delle generazioni che lo erediteranno. La dichiarazione integrale di Barbera merita di essere letta per intero, perché dietro la polemica c’è una riflessione lucida e appassionata su cosa significa ancora oggi fare cultura cinematografica, e perché vale la pena continuare a farlo con ambizione e senza sconti.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








