C’è un momento, guardando certi documentari, in cui smetti di essere spettatore e diventi qualcos’altro — testimone, forse, o complice di uno sguardo che non ti appartiene ma che riconosci come necessario. Holy Wood Dust, il nuovo lavoro di Victor Kossakovsky presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Venice Open – Out of Competition, punta esattamente a quel momento di sospensione: un documentario sensoriale sulle piante che non si accontenta di mostrarci gli alberi, ma ambisce a farci sentire il mondo come loro lo sentono. Mettetevi comodi, perché questa è una di quelle opere che lasciano il segno.
Un regista che non si ferma mai alla superficie
Victor Kossakovsky è uno di quei cineasti che ogni volta che torna con un nuovo film ti ricorda perché il documentario può essere la forma d’arte più radicale che esista. Regista russo di formazione, due volte nella shortlist degli Oscar, Kossakovsky ha costruito una carriera su un principio semplice e insieme devastante: il cinema deve farti guardare ciò che hai sempre ignorato, e deve farlo con una forza visiva e sonora capace di riscrivere la tua percezione del reale. Lo aveva fatto con Aquarela, il suo poema visivo sull’acqua girato a velocità di frame straordinarie, dove il ghiaccio che si spezza diventava una sinfonia apocalittica. Lo aveva fatto con Gunda, il film in bianco e nero che seguiva una scrofa e i suoi cuccioli con una pazienza e una vicinanza capaci di ribaltare il modo in cui guardiamo agli animali da allevamento.
Con Holy Wood Dust, Kossakovsky compie un passo ulteriore: questa volta il soggetto è il regno vegetale, e la sfida è ancora più ardua. Gli alberi non si muovono come l’acqua, non hanno occhi come i maiali. Eppure il regista trova il modo di renderli protagonisti assoluti, portando sullo schermo la loro vita interiore — o almeno, la nostra migliore approssimazione cinematografica di essa.
Cosa racconta Holy Wood Dust: foreste, tempeste e vita nascosta
Il film porta lo spettatore nelle Dolomiti, uno degli ecosistemi forestali più straordinari e fragili d’Europa, dove le foreste di abeti rossi hanno subito negli ultimi anni l’assalto combinato di tempeste violente e insetti parassiti che hanno devastato interi versanti. È in questo paesaggio segnato dalla crisi ecologica che Kossakovsky e il suo team si immergono per esplorare qualcosa che va ben oltre la cronaca ambientale: la capacità degli alberi di percepire, comunicare, apprendere e formare connessioni.
Non si tratta di metafore poetiche o di antropomorfismo ingenuo. Al centro del progetto c’è la collaborazione con Stefano Mancuso, uno dei botanici più autorevoli e visionari del panorama scientifico internazionale, studioso della neurobiologia vegetale e autore di ricerche che hanno rivoluzionato la comprensione della vita delle piante. Mancuso ha dedicato decenni a dimostrare come le piante siano organismi dotati di una forma di intelligenza distribuita, capaci di rispondere agli stimoli ambientali, di comunicare attraverso segnali chimici e fisici, di “ricordare” esperienze passate. Portare questa prospettiva scientifica dentro un documentario sensoriale sulle piante significa costruire un film su due livelli che si parlano continuamente: quello della visione — straordinaria, immersiva — e quello della comprensione intellettuale ed emotiva.
Le Dolomiti non sono uno sfondo decorativo. Sono il teatro in cui questa storia si svolge con tutta la sua urgenza: le foreste di abeti colpite da tempeste violente e dagli attacchi di insetti raccontano una vulnerabilità che è anche la nostra, perché gli ecosistemi forestali sono tra i principali regolatori del clima del pianeta. Kossakovsky non fa didattica, però. Fa cinema.
La fotografia di Gianmarco Donaggio: vedere come non si è mai visto
Ogni film di Kossakovsky è anche una dichiarazione sulla grammatica visiva del cinema documentario, e Holy Wood Dust non fa eccezione. La fotografia è firmata da Gianmarco Donaggio, direttore della fotografia che ha costruito un rapporto di lavoro stretto con il regista e che qui si trova di fronte a una delle sfide più complesse che un operatore possa affrontare: come si fotografa la vita interiore di un albero? Come si traduce in immagini la percezione di un organismo che non ha occhi, che sente il mondo attraverso le radici, le foglie, la corteccia?
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La risposta che Donaggio e Kossakovsky trovano passa attraverso scelte radicali di scala, angolazione e tempo. Il cinema ha sempre avuto il potere di alterare la nostra percezione temporale — il ralenti, il time-lapse — e in un film sulle piante questo strumento diventa essenziale. La vita vegetale si svolge su scale temporali che l’occhio umano non riesce a cogliere: una radice che cresce, una foglia che si orienta verso la luce, una foresta che risponde a un’aggressione parassitaria. Accelerare o rallentare il tempo cinematografico non è un trucco estetico ma una necessità epistemologica: è il solo modo per rendere visibile ciò che esiste ma che normalmente non vediamo.
La produzione del film vede coinvolti Mattia Guerra, Emanuele Nespeca, Alba Sotorra, Mayca Sanz e Frank Muller, con una coproduzione internazionale che unisce Italia, Spagna e Germania. La distribuzione internazionale è affidata a Rai Cinema International Distribution, segno che il film è pensato per circolare ben oltre i confini del circuito festivaliero.
Documentario sensoriale sulle piante: una tradizione che si rinnova
Parlare di documentario sensoriale sulle piante significa inserirsi in una tradizione cinematografica che ha radici profonde ma che negli ultimi anni ha vissuto una vera e propria rinascita. Il cinema del reale ha sempre avuto una vocazione contemplativa — si pensi alle prime riprese naturalistiche del cinema delle origini — ma è con il lavoro di autori come Godfrey Reggio, Werner Herzog e lo stesso Kossakovsky che questa vocazione si è trasformata in un programma estetico e filosofico preciso.
Il documentario sensoriale sulle piante, nella sua forma più ambiziosa, non vuole soltanto informare sulle meraviglie della botanica. Vuole modificare la postura percettiva dello spettatore: rallentare il suo sguardo, allenare la sua attenzione, portarlo a riconoscere forme di vita e di intelligenza che il ritmo frenetico della quotidianità rende invisibili. È un cinema che chiede tempo — e che in cambio offre qualcosa di raro: la sensazione di aver visto davvero qualcosa, non solo di averlo guardato.
In questo senso, Holy Wood Dust si colloca in una posizione di frontiera particolarmente stimolante. Il film non si limita a documentare la bellezza delle foreste dolomitiche o a illustrare le scoperte della neurobiologia vegetale: ambisce a costruire un’esperienza cinematografica in cui la conoscenza scientifica e la percezione estetica si fondono in qualcosa di difficilmente classificabile. Non è divulgazione, non è saggio visivo, non è poema — o forse è tutte e tre le cose insieme.
Venezia 83 e il senso di una selezione fuori concorso
La scelta di presentare Holy Wood Dust nella sezione Venice Open – Out of Competition alla Mostra del Cinema di Venezia del 2026 dice qualcosa di interessante sia sul film che sul festival. La sezione fuori concorso di Venezia ha sempre avuto una funzione specifica: ospitare opere che per ragioni di formato, di approccio o di posizionamento commerciale non si prestano alla competizione diretta, ma che il festival riconosce come contributi significativi al dibattito cinematografico contemporaneo.
Un documentario sensoriale sulle piante firmato da un autore della statura di Kossakovsky rientra perfettamente in questa categoria. Non è un film che si lascia giudicare secondo i parametri abituali della critica festivaliera — non ha una narrativa lineare da valutare, non ha personaggi nel senso convenzionale del termine, non ha un arco drammatico riconoscibile. È un’esperienza, e come tale va vissuta più che giudicata. Venezia, presentandolo fuori concorso, gli offre la vetrina più prestigiosa possibile senza costringerlo in una cornice che non gli appartiene.
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Vale la pena ricordare che la Mostra del Cinema di Venezia è la più antica rassegna cinematografica del mondo, e che la sua sezione Venice Open ha negli anni ospitato opere di grandissimo rilievo che hanno poi trovato una circolazione internazionale importante. Per Holy Wood Dust, la presenza a Venezia rappresenta il punto di partenza di un percorso distributivo che, grazie a Rai Cinema International Distribution, ha tutte le premesse per raggiungere un pubblico ampio e diversificato.
Stefano Mancuso e la scienza che incontra il cinema
Non si può parlare di Holy Wood Dust senza soffermarsi sul contributo di Stefano Mancuso, la cui presenza nel progetto non è quella di un semplice consulente scientifico ma di un co-autore intellettuale del film. Mancuso è il fondatore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze e uno degli scienziati che più ha fatto per portare la ricerca sulla vita delle piante all’attenzione del grande pubblico, attraverso libri, conferenze e collaborazioni interdisciplinari. La sua tesi centrale — che le piante siano organismi intelligenti, capaci di comportamenti complessi e di forme di apprendimento — ha incontrato sia entusiasmo scientifico che scetticismo, ma ha indubbiamente aperto un dibattito fondamentale su cosa intendiamo per “vita” e per “intelligenza”.
Portare questa prospettiva dentro un documentario sensoriale sulle piante significa dare al film una spina dorsale concettuale robusta, che impedisce all’opera di scivolare nel pittoresco o nel sentimentalismo. Le immagini di Donaggio e Kossakovsky non sono belle per caso: sono belle perché mostrano qualcosa di reale, di scientificamente fondato, di ecologicamente urgente. La collaborazione tra un cineasta visionario e uno scienziato di frontiera produce esattamente il tipo di cortocircuito fertile che il miglior cinema documentario sa generare.
Per chi volesse approfondire la ricerca scientifica che fa da sfondo al film, il profilo ufficiale del film sul sito della Biennale di Venezia offre un punto di partenza prezioso per capire il contesto in cui Holy Wood Dust si inserisce.
Perché questo film conta adesso
Viviamo in un momento in cui la crisi ecologica non è più un’ipotesi futura ma una realtà presente, visibile nelle foreste dolomitiche devastate dalle tempeste e dagli insetti proprio come nelle immagini di Holy Wood Dust. In questo contesto, un film che ci invita a cambiare il modo in cui guardiamo agli alberi — a riconoscerli non come sfondo passivo della nostra esistenza ma come organismi attivi, percettivi, relazionali — ha una rilevanza che va ben oltre l’estetica cinematografica.
Il documentario sensoriale sulle piante, nella sua forma più alta, è anche un atto politico: ci chiede di espandere il cerchio della nostra attenzione morale, di includere nel nostro sguardo forme di vita che normalmente ignoriamo perché troppo lente, troppo silenziose, troppo diverse da noi. Holy Wood Dust non fa prediche e non agita bandiere: fa qualcosa di più difficile e più duraturo. Ci mostra le Dolomiti, gli abeti, le tempeste, gli insetti, e ci lascia con la sensazione che il mondo sia molto più vivo, molto più complesso, molto più degno di rispetto di quanto pensassimo quando siamo entrati in sala.
Con Holy Wood Dust, Victor Kossakovsky conferma di essere uno dei pochi cineasti contemporanei capaci di usare il documentario come strumento di trasformazione percettiva autentica — e la sua presenza a Venezia 83, affiancato da un botanico come Mancuso e da un direttore della fotografia come Donaggio, è esattamente il tipo di evento che ricorda perché vale la pena continuare ad andare al cinema, o almeno a seguire i festival con l’attenzione che meritano.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








