Quando un romanzo diventa film, il rischio più grande non è tradire la pagina scritta: è tradire le persone reali che ci stanno dentro. La città dei vivi — il film diretto da Edoardo Gabbriellini, tratto dal capolavoro letterario di Nicola Lagioia e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 nella sezione Orizzonti — si trova esattamente in quel territorio scomodo, minato, dove la narrativa deve rispondere alla realtà . Il caso è quello dell’omicidio di Luca Varani, ucciso a Roma nel marzo del 2016 a soli 23 anni: una vicenda che scosse l’Italia, finì su tutti i giornali, e che Lagioia trasformò in qualcosa di molto più complesso di un semplice resoconto di cronaca nera. Ora la città dei vivi film arriva sullo schermo, portando con sé tutto il peso specifico di quella storia — e qualche attesa controversia.
Il romanzo di Lagioia: un’opera che sfida il genere
Per capire il film bisogna partire dal libro, perché Nicola Lagioia ha scritto qualcosa che difficilmente si lascia etichettare. Pubblicato nel 2020 e premiato con il Premio Strega, La città dei vivi è un’opera che usa il fatto di cronaca — l’omicidio di Luca Varani per mano di Manuel Foffo e Marco Prato — come punto di partenza per un’indagine ben più ampia. Lagioia non si limita a ricostruire la notte del delitto. Entra nelle vite dei protagonisti, esplora Roma come organismo urbano malato, interroga le strutture sociali e psicologiche che rendono possibile una violenza del genere.
Il risultato è un libro che mescola il reportage narrativo con la riflessione morale, il romanzo con il saggio, la cronaca con la letteratura. È un testo che si rifiuta di ridurre Luca Varani a una semplice vittima — a un nome su un fascicolo giudiziario — e che cerca invece di restituirgli una dimensione umana, una storia, una vita che esisteva prima e indipendentemente dal momento in cui è stata spezzata. Questa è la sfida che Lagioia ha lanciato sulla pagina. La domanda, ora, è se il cinema sa raccoglierla.
Edoardo Gabbriellini alla regia: una scelta controcorrente
Edoardo Gabbriellini non è un nome che rimanda immediatamente alla regia. Conosciuto soprattutto come attore — lo si ricorda in film come Mare dentro di Alejandro Amenábar e in varie produzioni italiane di rilievo — ha costruito negli anni una carriera che lo ha portato sempre più verso la macchina da presa. Sceglierlo per un progetto di questa portata è una scommessa precisa: affidarsi a qualcuno che conosce il cinema dall’interno, che sa cosa significa stare davanti a un obiettivo e che porta quella consapevolezza nel modo in cui dirige gli altri.
La sua regia di La città dei vivi si confronta con un materiale che non ammette semplificazioni. Raccontare la storia di Luca Varani significa camminare su un filo sottilissimo: da un lato il rischio di scivolare nel sensazionalismo, nell’estetizzazione della violenza, nel voyeurismo che caratterizza il peggior true crime; dall’altro il rischio opposto di essere così cauti da svuotare la storia di ogni forza emotiva. Gabbriellini ha scelto di lavorare con la sceneggiatura dei Fratelli D’Innocenzo, una coppia creativa che negli ultimi anni ha ridefinito i confini del cinema italiano con opere come Favolacce e America Latina. Una scelta che prometteva scintille — e che, come vedremo, qualche scintilla l’ha effettivamente prodotta.
I Fratelli D’Innocenzo e la controversia sulla sceneggiatura
Uno degli elementi che ha fatto più parlare attorno alla presentazione del film a Venezia riguarda proprio il rapporto tra i Fratelli D’Innocenzo e la produzione. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i due sceneggiatori hanno avuto una disputa significativa riguardo a modifiche apportate alla loro sceneggiatura, arrivando a minacciare di ritirare la propria firma dal film. È una notizia che merita attenzione, perché dice qualcosa di importante non solo sulle dinamiche produttive del cinema italiano, ma anche sulla natura particolarmente delicata di questo progetto specifico.
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Damiano e Fabio D’Innocenzo sono autori con una voce fortissima e riconoscibile. I loro film hanno uno stile preciso, una visione del mondo che non si presta a compromessi facili. Quando due autori del loro calibro esprimono riserve su come è stato trattato il loro lavoro, non si tratta di capricci creativi: è il segnale che qualcosa nel processo di adattamento ha creato tensioni reali. Cosa esattamente sia cambiato nella sceneggiatura rispetto alla loro versione originale non è ancora del tutto chiaro nei dettagli, ma la polemica in sé è già un dato significativo che accompagna il film alla sua presentazione veneziana.
Questa tensione creativa, peraltro, non è insolita nella storia del cinema. Numerosi adattamenti di opere letterarie importanti hanno visto conflitti tra sceneggiatori, registi e produttori su come trattare il materiale originale. Ciò che rende il caso di La città dei vivi particolarmente spinoso è la natura del soggetto: quando si parla di persone reali, di una vittima reale, di una famiglia che esiste e che ha vissuto un lutto devastante, ogni scelta narrativa acquista un peso etico che va ben oltre le questioni puramente artistiche.
Valerio Mastandrea e un cast all’altezza della storia
Nel cast del film figura Valerio Mastandrea, uno degli attori italiani più rispettati della sua generazione. La sua presenza è già di per sé una garanzia di un certo tipo di cinema: Mastandrea non sceglie i progetti a caso, e la sua partecipazione a La città dei vivi segnala che il film ambisce a qualcosa di più di un semplice prodotto commerciale. Nel corso della sua carriera ha dimostrato una capacità rara di abitare personaggi complessi, moralmente ambigui, senza mai cercare la simpatia facile dello spettatore — una qualità che in un film come questo diventa essenziale.
Il tipo di storia che La città dei vivi racconta richiede attori capaci di sostenere lunghe sequenze di tensione psicologica, di trasmettere stati interiori senza affidarsi a esplosioni melodrammatiche. La vicenda di Luca Varani, di Manuel Foffo e di Marco Prato è una storia di degrado progressivo, di solitudine, di derive esistenziali che si intersecano in modo fatale. Portare tutto questo sullo schermo in modo credibile richiede una recitazione capace di lavorare per sottrazione, per accumulo di piccoli dettagli, per silenzi eloquenti. È esattamente il tipo di lavoro in cui Mastandrea eccelle.
La sezione Orizzonti di Venezia: il contesto giusto per un film coraggioso
La scelta di presentare La città dei vivi nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia non è casuale. Orizzonti è la sezione dedicata alle opere che esplorano nuove tendenze estetiche e linguistiche nel cinema mondiale: è uno spazio pensato per film che non si adattano facilmente alle categorie preconfezionate, che cercano strade nuove, che prendono rischi. In questo senso, è la collocazione ideale per un’opera come questa, che si trova a cavallo tra il cinema di genere e la riflessione letteraria, tra il documento e la finzione, tra la cronaca e la poesia.
Venezia 83 — la 83ª edizione della Mostra del Cinema — si conferma ancora una volta come il festival europeo più attento al cinema italiano di ricerca, quello che non ha paura di mettere in vetrina opere scomode o difficilmente classificabili. Presentare La città dei vivi in questa sede significa inserirlo in un dialogo con il cinema internazionale più avanzato, misurarlo su un palcoscenico dove le ambizioni contano quanto i risultati. È una scommessa che il film, con il suo pedigree letterario e il suo team creativo, sembra in grado di reggere.
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Vale la pena ricordare che la sezione Orizzonti ha lanciato nel corso degli anni film che sono poi diventati punti di riferimento del cinema contemporaneo. Essere selezionati non è un riconoscimento automatico di qualità — è piuttosto un invito a confrontarsi con un pubblico esigente e con una critica internazionale preparata. Per un film come La città dei vivi, che porta con sé aspettative altissime legate sia al romanzo di Lagioia sia alle firme coinvolte, questo confronto è allo stesso tempo una sfida e un’opportunità .
Luca Varani: restituire un nome, non solo un caso
Al centro di tutto c’è lui: Luca Varani, 23 anni, ucciso a Roma nel marzo del 2016. La sua morte per mano di Manuel Foffo e Marco Prato divenne rapidamente uno di quei casi di cronaca nera che saturano i media per settimane, trasformando una persona in un simbolo, in un’icona del crimine, in un’astrazione utile per discutere di degrado morale, di droghe, di violenza. Quello che si perde in questo processo è la persona concreta: il ragazzo di 23 anni con la sua storia, i suoi affetti, le sue speranze e le sue fragilità .
Nicola Lagioia aveva capito questo rischio meglio di chiunque altro, e nel suo romanzo aveva lavorato proprio contro questa tendenza all’astrazione. Il cinema, con la sua capacità di mostrare i volti, di far sentire le voci, di rendere fisicamente presente ciò che nella pagina scritta resta inevitabilmente mediato dalle parole, ha gli strumenti per andare ancora più lontano in questa direzione. O, al contrario, per tradirla completamente — perché il cinema può anche essere il mezzo più efficace per trasformare una persona reale in uno spettacolo.
La domanda che la città dei vivi film porta con sé, e che solo la visione completa dell’opera potrà rispondere, è esattamente questa: da che parte si colloca? Riesce a tenere fede alla promessa del romanzo di Lagioia, quella di guardare alla vicenda con onestà e rispetto per tutte le persone coinvolte? O cede alle tentazioni del genere, alla logica dello shock e della spettacolarizzazione che il true crime porta sempre con sé come ombra?
Il true crime e i suoi limiti: perché questo film è diverso
Il true crime come genere ha conosciuto negli ultimi anni una popolarità straordinaria, alimentata da podcast, documentari Netflix e serie televisive che hanno portato nelle case di milioni di spettatori storie di omicidi, serial killer e misteri irrisolti. Il successo del genere è comprensibile: risponde a una curiosità umana profonda, quella per il male, per il limite estremo delle possibilità umane. Ma ha anche un lato oscuro ben documentato: tende a trasformare le vittime in oggetti narrativi, a mettere i carnefici al centro dell’attenzione, a soddisfare una forma di voyeurismo che spesso va a scapito della dignità delle persone reali coinvolte.
La città dei vivi, sia nel romanzo di Lagioia sia nel film di Gabbriellini, sembra voler prendere le distanze da questa logica. Non si tratta di ricostruire il crimine passo dopo passo, di svelare dettagli morbosi, di costruire suspense intorno a domande del tipo “chi l’ha fatto” o “come l’ha fatto” — perché quelle risposte le conosciamo già . Si tratta invece di chiedersi qualcosa di più difficile e più importante: come si arriva a quel punto? Cosa racconta di noi, della nostra città , della nostra epoca? E soprattutto: chi era davvero Luca Varani, al di là del ruolo che il destino gli ha assegnato in questa storia?
Sono domande che il cinema può porre meglio di quasi qualsiasi altro mezzo espressivo, quando è all’altezza del compito. E la combinazione di Gabbriellini alla regia, i Fratelli D’Innocenzo alla sceneggiatura, Mastandrea nel cast, e il romanzo di Lagioia come bussola narrativa, suggerisce che La città dei vivi abbia almeno le credenziali per provarci. La controversia sulla sceneggiatura, la selezione a Venezia nella sezione Orizzonti, l’attesa che si è creata intorno al progetto: tutto indica un film che non lascia indifferenti, che prende posizioni, che non ha paura di essere scomodo. Che sia poi riuscito nell’impresa di trasformare quella scomodità in arte — questa è la vera notizia che il festival veneziano ci consegna, e che aspettiamo di verificare con i nostri occhi.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








