Romacinemafest

Se domani non torno: il film su Giulia Cecchettin debutta a Roma

Se domani non torno: il film su Giulia Cecchettin debutta a Roma

C’è un momento in cui il cinema smette di essere intrattenimento e diventa necessità civile. Se domani non torno — il film diretto da Paola Radonli e prodotto da Notorious Pictures — appartiene esattamente a quella categoria rara di opere che non puoi semplicemente guardare e dimenticare. Presentato il 23 ottobre 2026 alla 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma, il film racconta la storia di Giulia Cecchettin, la studentessa di ingegneria biomedica di 22 anni il cui femminicidio ha scosso l’Italia intera nel 2023, e lo fa con la consapevolezza di chi sa che certi racconti, per quanto dolorosi, devono essere detti ad alta voce.

Un titolo che viene da lontano, da una poesia e da una ferita collettiva

Prima ancora di entrare in sala, vale la pena soffermarsi sul titolo. Se domani non torno non è una frase inventata dagli sceneggiatori: è un verso tratto da una poesia di Cristina Torres Cáceres, scrittrice peruviana la cui opera è diventata nel tempo un simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Quelle parole — cariche di presagio, di paura e di una dignità che non si arrende — hanno attraversato piazze, cartelli di protesta e social media, risuonando con una forza che nessuno slogan costruito a tavolino avrebbe mai potuto eguagliare.

Scegliere quel verso come titolo del film è già di per sé una dichiarazione di intenti. Paola Radonli e la co-sceneggiatrice Lisa Nur Sultan non stanno raccontando solo la storia di una ragazza e del suo assassino: stanno inserendo quella storia in un filo rosso che unisce donne di culture e continenti diversi, accomunate dalla stessa vulnerabilità e dallo stesso grido di resistenza. È un gesto autoriale preciso, che posiziona il film se domani non torno in un orizzonte più ampio di quello della cronaca nera.

La fonte letteraria: «Cara Giulia» di Gino Cecchettin e Marco Franzoso

Il film non nasce dal nulla né da una sceneggiatura originale costruita su articoli di giornale. La sua radice è letteraria, e questo conta. Se domani non torno è basato sul libro Cara Giulia, scritto da Gino Cecchettin — il padre di Giulia — insieme al giornalista e scrittore Marco Franzoso. Un testo che ha fatto molto discutere al momento della sua pubblicazione, perché non si limita al lutto privato ma si apre a una riflessione pubblica sul tipo di cultura che produce certi uomini e certe tragedie.

👉 Leggi anche: Paola Cortellesi torna sul set con Finché dura — Dopo C'è ancora domani, il nuovo progetto a Cinecittà

Partire da quel libro significa partire da una prospettiva interna alla famiglia, da una voce che ha il diritto morale di raccontare prima di chiunque altro. Significa anche assumersi una responsabilità narrativa enorme: come si trasforma il dolore di un padre in drammaturgia cinematografica senza ridurlo a melodramma, senza trasformarlo in spettacolo? È la sfida che Radonli e Sultan hanno accettato, e che il pubblico della Festa del Cinema di Roma ha avuto modo di valutare in anteprima assoluta il 23 ottobre.

Le riprese in Veneto: filmare i luoghi della storia

Una delle scelte produttive più significative riguarda la geografia del film. Le riprese di Se domani non torno sono cominciate a Padova nel febbraio 2026 e si sono concluse in Veneto all’inizio di aprile 2026: l’intera lavorazione si è svolta nella regione dove Giulia viveva, studiava e dove è stata uccisa. Non è una scelta banale.

Girare nei luoghi reali — o comunque nei luoghi che appartengono geograficamente e culturalmente alla storia — aggiunge uno strato di verità che nessuna ricostruzione in studio potrebbe replicare. Le strade di Padova, i paesaggi del Veneto, l’atmosfera di una provincia italiana che da fuori sembra quieta e ordinata: tutto questo diventa parte integrante del racconto. Filippo Turetta, il giovane di 22 anni originario di Torreglia — comune proprio in provincia di Padova — condannato per il femminicidio di Giulia, era parte dello stesso mondo, della stessa comunità. Il film, girando in quei luoghi, non può ignorare questa prossimità geografica e umana, e probabilmente non vuole farlo.

La produzione affidata a Notorious Pictures — casa di distribuzione e produzione italiana con un catalogo che spazia dal cinema d’autore al blockbuster — garantisce al progetto una solidità industriale che spesso manca alle opere più coraggiose sul piano dei contenuti. Avere una struttura produttiva robusta alle spalle significa poter affrontare un soggetto così delicato senza compromessi dettati da budget risicati.

Dalla Festa del Cinema di Roma alle sale: il percorso di un’opera attesa

La premiere alla Festa del Cinema di Roma nella sua 21ª edizione non è un dettaglio di calendario: è una scelta strategica e simbolica. La Festa del Cinema è da anni uno degli appuntamenti più attesi del panorama festivaliero italiano, capace di attirare attenzione mediatica e critica in misura significativa. Presentare Se domani non torno in quella cornice significa voler aprire un dibattito, invitare la critica e il pubblico a confrontarsi con un’opera che non cerca la comodità dello spettatore ma la sua partecipazione attiva.

👉 Leggi anche: 'La città dei vivi': da Nicola Lagioia a Edoardo Gabbriellini, il delitto di Luca Varani oltre il true crime

Dopo il passaggio romano, il film arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 5 novembre 2026. Una finestra temporale di poco più di due settimane tra la premiere festivaliera e l’uscita commerciale: un ritmo serrato, che suggerisce la volontà di capitalizzare sull’attenzione generata dal festival e di portare il film al pubblico più ampio possibile prima che l’eco mediatica si spenga. È una strategia che funziona quando il film ha qualcosa da dire — e in questo caso le premesse ci sono tutte.

Perché un film così, perché adesso

Qualcuno potrebbe chiedersi se fosse necessario fare un film su Giulia Cecchettin, se non bastassero i libri, le inchieste giornalistiche, i dibattiti televisivi. La risposta che il cinema dà — e che Se domani non torno sembra incarnare — è che ogni linguaggio raggiunge un pubblico diverso e lavora su piani emotivi e cognitivi differenti. Un film non sostituisce un’inchiesta né un saggio sociologico: fa qualcosa di diverso. Mette un volto, una voce, un corpo al centro dello schermo e chiede allo spettatore di stare lì, di non voltarsi dall’altra parte.

Giulia Cecchettin aveva 22 anni e studiava ingegneria biomedica: stava per laurearsi, aveva una vita davanti. Quella vita è stata tolta da Filippo Turetta, che aveva la sua stessa età e frequentava il suo stesso mondo. La banalità di questa vicinanza — stessa generazione, stesso contesto universitario, stessa provincia — è forse la cosa più difficile da elaborare. Non si tratta di un mostro venuto da lontano: si tratta di qualcuno che avrebbe potuto essere un compagno di corso, un vicino di casa. Il cinema, più di qualsiasi altro medium, ha la capacità di rendere questa banalità visibile e insopportabile nel modo giusto.

Il merito di Paola Radonli e Lisa Nur Sultan — se confermato da ciò che il film mostrerà nelle sale — sarà di aver trovato un linguaggio che non si rifugia nell’agiografia né scivola nel voyeurismo. Partire da Cara Giulia, il libro di Gino Cecchettin e Marco Franzoso, e trasformarlo in cinema significa aver scelto la strada più difficile: quella della responsabilità narrativa verso una persona reale, verso una famiglia reale, verso un dolore che non appartiene alla finzione.

Il 5 novembre, quando le luci delle sale si spegneranno e Se domani non torno comincerà a scorrere sullo schermo, sarà il momento della verità. Ma già adesso, prima ancora di vedere una singola scena, c’è qualcosa in questo progetto che merita attenzione: la serietà con cui è stato concepito, i materiali su cui si fonda, i luoghi in cui è stato girato. A volte il cinema arriva dove le parole da sole non riescono. Questa potrebbe essere una di quelle volte.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.