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Artificial di Luca Guadagnino: Andrew Garfield e la storia di Sam Altman

Artificial di Luca Guadagnino: Andrew Garfield e la storia di Sam Altman

C’è un momento in cui il cinema e la cronaca si fondono in qualcosa di difficile da ignorare: Artificial, il nuovo film di Luca Guadagnino, è esattamente quella cosa. Presentato in anteprima mondiale il 5 ottobre 2026 alla 64ª edizione del New York Film Festival, il film racconta la nascita e l’ascesa di OpenAI, con Andrew Garfield nei panni di Sam Altman, e ha già fatto parlare di sé come uno degli eventi cinematografici più attesi e discussi dell’anno. Mettetevi comodi, perché questa storia merita di essere raccontata per bene.

Un regista inaspettato per una storia necessaria

Quando si pensa a Luca Guadagnino, la mente corre a paesaggi sensuali, a corpi in movimento, a emozioni che traboccano dai fotogrammi: Chiamami col tuo nome, Suspiria, Bones and All, Challengers. Un cinema fatto di pelle e di desiderio, di tensioni che si accumulano fino a esplodere. L’idea di affidare a lui la storia di una delle aziende tecnologiche più influenti — e controverse — del nostro tempo potrebbe sembrare, a prima vista, un abbinamento strano. E invece, a guardare bene, ha una sua logica ferrea.

OpenAI non è soltanto una storia di codice e algoritmi: è una storia di ambizione, di tradimenti, di visioni che si scontrano, di potere che cambia mani. Esattamente il tipo di materia umana in cui Guadagnino sa infilarsi con precisione chirurgica. Artificial — il titolo è già un programma — affronta la genesi di questa organizzazione con lo sguardo di chi non ha paura di stare vicino ai volti, di indugiare sulle contraddizioni, di mostrare il lato oscuro di chi si convince di stare salvando il mondo.

Il risultato, stando alle reazioni della critica internazionale che ha assistito alla proiezione al NYFF64, è un film che ha ottenuto un’accoglienza molto positiva: un’opera che dimostra come il regista siciliano continui a reinventarsi senza mai perdere il filo del suo cinema.

Andrew Garfield e il peso di interpretare Sam Altman

Il cuore pulsante di Artificial — e dell’intera conversazione sull’artificial film Sam Altman che si è accesa dopo la premiere — è ovviamente la performance di Andrew Garfield. L’attore britannico-americano, già premiato per il suo lavoro in tick, tick… BOOM! e celebrato per la sua capacità di portare fragilità e intensità sullo schermo in egual misura, qui si confronta con un personaggio reale e ancora vivissimo nell’immaginario collettivo.

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Interpretare Sam Altman non è un esercizio neutro. È calarsi nei panni di un uomo che, nel giro di pochi anni, è diventato uno dei volti più riconoscibili — e divisivi — della rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Un personaggio che ha attraversato momenti di trionfo e crisi clamorose, che parla di futuro dell’umanità con la stessa disinvoltura con cui altri discutono del weekend. Garfield, stando a quanto riportato dalle prime recensioni, riesce a restituire questa complessità senza scadere nella caricatura, costruendo un ritratto che inquieta proprio perché risulta credibile.

È il tipo di ruolo che può ridefinire una carriera — o confermarla definitivamente ai vertici. E il fatto che Guadagnino abbia scelto proprio lui dice molto su come il regista abbia immaginato questo personaggio: non un villain da fumetto, non un eroe senza macchia, ma qualcosa di molto più sfumato e, per questo, molto più interessante.

Un cast corale per un mondo complesso

Attorno a Garfield, Artificial costruisce un ensemble di grande spessore. Mark Rylance, uno degli attori più versatili della sua generazione, è presente nel film in un ruolo che la critica ha già segnalato come uno dei punti di forza dell’opera. Rylance ha dimostrato più volte — da Il ponte delle spie a Don’t Look Up — di saper incarnare figure ambigue con una naturalezza disarmante: la sua presenza in Artificial è tutto fuorché casuale.

Accanto a lui troviamo Yura Borisov, l’attore russo rivelazione di Compartment No. 6 e già collaboratore di Guadagnino, che porta nel film una presenza fisica e emotiva difficile da ignorare. Monica Barbaro, reduce dal successo di A Complete Unknown in cui ha interpretato Joan Baez, continua a costruire una filmografia di scelte coraggiose e non banali. E poi c’è Ike Barinholtz, che completa un cast pensato evidentemente per coprire registri molto diversi tra loro.

Questa varietà non è decorativa: in un film che racconta la nascita di un ecosistema complesso come quello di OpenAI, fatto di personalità forti, alleanze fragili e visioni spesso incompatibili, avere attori capaci di occupare lo spazio in modo distinto è una scelta narrativa precisa. Guadagnino lo sa bene: i suoi film vivono di dinamiche di gruppo, di tensioni tra corpi e idee, e Artificial non fa eccezione.

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Perché questo film arriva nel momento giusto

Parlare di intelligenza artificiale al cinema nel 2026 non è più un esercizio di fantascienza. È cronaca. L’artificial film Sam Altman di Guadagnino si inserisce in un contesto culturale in cui le domande sollevate dall’ascesa di OpenAI — sull’etica, sul potere, sul futuro del lavoro e della creatività — sono più urgenti che mai. Il cinema ha sempre avuto la capacità di aiutarci a elaborare le grandi trasformazioni del presente, e Artificial sembra voler fare esattamente questo: non spiegare, ma mostrare; non giudicare, ma interrogare.

Il fatto che il film sia stato scelto per aprire o comunque figurare in posizione di rilievo alla 64ª edizione del New York Film Festival — una delle vetrine più selettive e autorevoli del panorama cinematografico mondiale — dice già molto sulle ambizioni e sulla qualità percepita dell’opera. Il Film at Lincoln Center, che organizza il NYFF, non è certo noto per le scelte di comodo.

C’è poi una questione di tempismo narrativo che rende Artificial particolarmente intrigante: raccontare la origin story di OpenAI significa inevitabilmente fare i conti con un momento storico ancora in pieno svolgimento. Non è come girare un biopic su Edison o su Jobs: i protagonisti di questa storia sono ancora in campo, le conseguenze delle loro scelte si dispiegano ogni giorno davanti ai nostri occhi. Questo dà al film una carica di attualità che pochi altri titoli del 2026 possono vantare.

Cosa aspettarsi dopo il New York Film Festival

Dopo l’anteprima al NYFF, gli occhi della critica e del pubblico sono puntati sui prossimi passi di Artificial. Il percorso festivaliero di un film di questo calibro — firmato da un regista del profilo di Guadagnino, con un cast del genere, su un argomento così centrale nel dibattito contemporaneo — porta quasi inevitabilmente verso una stagione dei premi che si preannuncia competitiva. Le prime reazioni entusiaste suggeriscono che il film abbia tutte le carte in regola per essere protagonista delle conversazioni che contano nei prossimi mesi.

Per chi segue il cinema con passione, Artificial rappresenta uno di quei casi in cui il mezzo cinematografico dimostra di saper guardare al presente con uno sguardo che va oltre la superficie. Luca Guadagnino ha preso una storia che sembrava destinata a un documentario o a una serie TV e ne ha fatto qualcosa di più ambizioso: un film che usa la vicenda di Sam Altman e di OpenAI come specchio per riflettere su chi siamo e su dove stiamo andando. Con Andrew Garfield a guidarci in questo viaggio, vale decisamente la pena di salire a bordo.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.