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Good Fortune: Keanu Reeves e lo spirito di Capra nell’opera prima di Aziz Ansari

Good Fortune: Keanu Reeves e lo spirito di Capra nell'opera prima di Aziz Ansari

C’è qualcosa di irresistibile nell’idea di Keanu Reeves nei panni di un angelo goffo e pasticcione che tenta — con scarso successo — di migliorare la vita di un fattorino alle prese con la Los Angeles della gig economy. È esattamente questa l’immagine che Good Fortune, il good fortune film di cui si è parlato per tutto il 2025 e che continua a far discutere, mette al centro della sua storia: una commedia fantastica con un cuore umanissimo, firmata da un esordiente d’eccezione come Aziz Ansari, comico, attore e showrunner che per la prima volta si siede sulla sedia del regista per un lungometraggio cinematografico. Il risultato è uno di quei film che sanno essere leggeri senza essere vuoti, divertenti senza smettere di dire qualcosa di vero sul mondo in cui viviamo.

Un esordio dietro la macchina da presa che arriva al momento giusto

Aziz Ansari è noto al grande pubblico soprattutto per Master of None, la serie Netflix che ha scritto, diretto (in parte) e interpretato raccogliendo elogi unanimi per la sua capacità di mescolare commedia e malinconia, leggerezza e profondità. Ma un conto è dirigere episodi televisivi — anche di altissimo livello — un altro è affrontare il formato del lungometraggio con una storia originale, un cast stellare e la pressione di un debutto che tutti guarderanno con la lente d’ingrandimento. Good Fortune è ufficialmente il primo lungometraggio da regista di Ansari, e il film ha fatto il suo debutto mondiale al Toronto International Film Festival nel settembre del 2025, prima di arrivare nelle sale americane nell’ottobre del 2025.

La scelta di portare il film a Toronto non è casuale: il TIFF è da anni uno dei festival più attenti alle commedie ambiziose, a quei film che non si accontentano di far ridere ma vogliono lasciare qualcosa. E Good Fortune si è presentato esattamente con quell’ambizione: una storia che parla di angeli e di miracoli, ma anche di contratti a chiamata, di affitti impossibili, di un’America in cui la mobilità sociale è diventata una promessa sempre più difficile da mantenere.

Keanu Reeves nei panni di Gabriel: l’angelo imperfetto che non ti aspetti

Parliamo del casting, perché è probabilmente la prima cosa che colpisce chiunque senta parlare di questo good fortune film: Keanu Reeves interpreta Gabriel, un angelo custode benevolo ma decisamente inetto. Non stiamo parlando di un essere soprannaturale onnipotente e sereno: Gabriel è un angelo che vuole fare del bene ma che combina guai, che ha buone intenzioni ma non sempre i mezzi per realizzarle, che si trova a fare i conti con una realtà terrena molto più complicata di quanto le sue mansioni celesti sembrino prevedere.

La scelta di Reeves per questo ruolo è, a pensarci bene, un colpo di genio. Keanu Reeves ha costruito la sua carriera su personaggi che oscillano tra la fredda efficienza (Neo in Matrix, John Wick nell’omonima saga) e una certa qualità eterea, quasi aliena, che lo rende perfetto per interpretare qualcuno che non appartiene del tutto a questo mondo. Gabriel non è un eroe d’azione: è qualcuno che deve imparare a stare tra gli esseri umani, a capirne le fragilità, a fare i conti con i limiti — i propri e quelli altrui. È un personaggio che richiede calore, ironia e una certa dose di goffaggine credibile, e Reeves, stando alle recensioni del film, riesce a trovare quella combinazione in modo sorprendentemente naturale.

Di fronte a lui c’è Aziz Ansari stesso nei panni di Arj, un lavoratore della gig economy che cerca di sbarcare il lunario a Los Angeles. Arj è il tipo di personaggio che Ansari conosce bene: qualcuno che lavora sodo, che non si lamenta, che cerca di andare avanti in un sistema che sembra costruito apposta per tenerlo fermo. Il rapporto tra Gabriel e Arj è il motore narrativo del film, e la dinamica tra i due — l’angelo impacciato e il lavoratore esasperato — è la fonte principale sia della comicità sia dell’emozione.

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Un cast da far girare la testa: Seth Rogen, Keke Palmer e Sandra Oh

Ma Good Fortune non si accontenta di due protagonisti di lusso. Il film schiera un cast di supporto che, da solo, basterebbe a giustificare un biglietto del cinema: Seth Rogen, Keke Palmer e Sandra Oh completano il quadro, ognuno con un ruolo che contribuisce a costruire l’affresco sociale e umano che Ansari ha in mente.

Seth Rogen è uno dei comici più versatili della sua generazione, capace di passare dalla commedia più sguaiata a ruoli con una vera complessità emotiva — basti pensare a Funny People o a The Disaster Artist. La sua presenza in un film come questo suggerisce che Ansari non cercava soltanto battute, ma personaggi con spessore. Keke Palmer, reduce da anni di lavori che ne hanno confermato il talento sia nella commedia che nel dramma, porta al film quella energia viva e diretta che la contraddistingue. E poi c’è Sandra Oh, attrice di rango assoluto che con Killing Eve ha dimostrato di poter portare sulle spalle intere stagioni televisive con una presenza scenica straordinaria.

Avere questi tre nomi insieme ad Ansari e Reeves non è soltanto una questione di star power: è un segnale preciso del tipo di film che Good Fortune vuole essere. Non una commediola mordi-e-fuggi, ma qualcosa che punta a durare, a essere ricordato, a costruire personaggi che rimangono in testa anche dopo i titoli di coda.

Il good fortune film e lo spirito capraiano: umanesimo pop per l’America di oggi

Una delle chiavi di lettura più interessanti che diversi critici hanno applicato a questo good fortune film è il paragone con la sensibilità di Frank Capra. È un accostamento che dice molto, perché Capra è stato il regista americano per eccellenza dell’umanesimo ottimista: da Mr. Smith Goes to Washington a La vita è meravigliosa, i suoi film raccontavano storie di persone comuni che si trovano a fare i conti con sistemi più grandi di loro — la politica, la finanza, la burocrazia — e che alla fine riescono a trovare un barlume di speranza non grazie a un sistema che funziona, ma grazie alla solidarietà umana, alla gentilezza, all’intervento di qualcuno che ci crede ancora.

Il parallelo con Good Fortune è evidente: un lavoratore della gig economy che lotta contro un sistema economico che lo schiaccia, un angelo che cerca di aiutarlo, una storia che affronta i divari di classe nell’America contemporanea senza perdere il sorriso. Ansari non ha mai nascosto il suo interesse per le dinamiche sociali — tutta la sua carriera, da Master of None ai suoi speciali di stand-up, è attraversata da una curiosità acuta per il modo in cui le strutture economiche e culturali plasmano le vite delle persone. Con Good Fortune, quella sensibilità trova una forma cinematografica nuova: non il realismo televisivo di Master of None, ma la metafisica pop di una commedia con gli angeli, un formato che permette di dire cose serie in modo accessibile, persino gioioso.

Il tema della gig economy è, del resto, uno dei più urgenti del nostro tempo. Milioni di lavoratori in tutto il mondo — e in particolare negli Stati Uniti — si trovano in una condizione di precarietà strutturale: nessun contratto stabile, nessun welfare, nessuna rete di sicurezza, solo la promessa di guadagnare qualcosa consegnando pacchi o trasportando persone. Ansari conosce bene questo mondo, lo ha esplorato in varie forme nel corso della sua carriera, e scegliere di metterlo al centro di una commedia fantastica è una mossa intelligente: il genere permette di alleggerire il peso del tema senza annacquarne la sostanza.

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Dalla stand-up comedy alla regia: il percorso di Ansari verso il grande schermo

Aziz Ansari ha iniziato la sua carriera come comico di stand-up, costruendosi una reputazione come uno degli osservatori più acuti della vita americana contemporanea. La sua serie Master of None, creata insieme a Lev Grossman e poi portata avanti con collaboratori diversi, ha ridefinito cosa può fare una commedia televisiva: episodi che sembrano cortometraggi d’autore, storie d’amore raccontate con una delicatezza quasi letteraria, riflessioni sull’identità e sull’appartenenza che non scadono mai nel predicatorio.

Il salto al lungometraggio era, in un certo senso, inevitabile. Non perché la televisione non bastasse — anzi, Master of None ha dimostrato che la serialità può essere un formato altissimo — ma perché c’è qualcosa nel cinema che la televisione non può dare: la concentrazione, l’unità di esperienza, il fatto che tutto deve funzionare in novanta o cento minuti senza la possibilità di rimandare a puntate successive. È una sfida diversa, più esposta, più definitiva. E Ansari l’ha raccolta con un progetto che non è una scommessa sicura: una commedia fantastica con un cast stellare è ambiziosa, costosa, e richiede che tutti gli elementi — la sceneggiatura, la regia, le interpretazioni, il ritmo — funzionino in modo coordinato.

Il fatto che il film abbia debuttato al TIFF e sia poi uscito nelle sale americane in ottobre 2025 suggerisce che Lionsgate — la casa di distribuzione — ci credesse davvero, e che il film avesse qualcosa da offrire non solo al pubblico dei fan di Ansari ma a una platea più ampia. Potete trovare ulteriori informazioni sul film sulla pagina ufficiale di Lionsgate.

Perché vale la pena (ri)scoprire Good Fortune adesso

A quasi un anno dalla sua uscita nelle sale americane, Good Fortune continua a circolare, a essere discusso, a trovare nuovi spettatori. È il tipo di film che funziona bene anche in un secondo momento, lontano dall’hype del debutto: quando non devi più decidere se vale il biglietto del cinema e puoi semplicemente goderti la storia.

Il good fortune film di Ansari è, in fondo, una storia su cosa significa sperare in qualcosa di meglio quando il sistema non ti dà molte ragioni per farlo. Gabriel, l’angelo impacciato di Keanu Reeves, non è un salvatore onnipotente: è qualcuno che ci prova, che sbaglia, che impara. Arj, il lavoratore precario di Ansari, non è una vittima: è qualcuno che resiste, che non si arrende, che trova dignità anche nei margini. È una storia semplice, nel senso migliore del termine: chiara nei valori, generosa nell’umorismo, onesta nel guardare il mondo per quello che è senza rinunciare a immaginare che possa essere un po’ migliore.

In un panorama cinematografico spesso dominato da franchise e sequel, un film così — originale, personale, con qualcosa da dire — è una boccata d’aria fresca. E il fatto che venga da un esordiente alla regia cinematografica, per di più con un cast del calibro di Reeves, Rogen, Palmer e Oh, lo rende ancora più degno di attenzione. Good Fortune non è solo un buon film: è la prova che le commedie ambiziose hanno ancora un posto nel cinema di oggi, e che certi registi sanno esattamente cosa vogliono raccontare e come farlo ridere il pubblico mentre lo fanno pensare.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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