C’è qualcosa di raro, quasi anacronistico nel bene più bello, nell’idea di un film italiano da tre ore esatte che arriva nelle sale nazionali il 29 ottobre 2026 distribuito da Viacolvento, dopo aver già conquistato la Sardegna una settimana prima e il palcoscenico internazionale di Locarno prima ancora. Quel film è Alberi erranti, opera drammatica diretta da Salvatore Mereu, e il solo fatto che esista — con quella durata, quella ambizione, quel coraggio distributivo — è già una notizia che merita attenzione.
Un regista sardo con una visione precisa del mondo
Per capire perché l’alberi erranti film stia generando attesa tra i cinefili più attenti, bisogna partire da chi c’è dietro la macchina da presa. Salvatore Mereu è uno dei nomi più rispettati del cinema italiano d’autore, un regista che ha sempre fatto della Sardegna non semplice sfondo pittoresco ma territorio dell’anima, paesaggio interiore prima ancora che geografico. La sua filmografia è costruita con la pazienza di chi sa che le storie vere hanno bisogno di tempo per respirare, e Alberi erranti non fa eccezione: 180 minuti sono una dichiarazione d’intenti, un patto con lo spettatore che chiede disponibilità in cambio di profondità.
La sceneggiatura porta la firma di Alberto Capitta, collaboratore di lungo corso capace di costruire dialoghi e situazioni che restano fedeli alla specificità culturale sarda senza mai scadere nel folklore. La coppia Mereu-Capitta lavora su materiale umano denso, su personaggi che non si lasciano riassumere in una battuta e su conflitti che affondano le radici in dinamiche sociali concrete. È cinema che richiede concentrazione, ma che ripaga ogni minuto investito.
La storia: due uomini, una cascina, e la resistenza silenziosa
Al centro dell’alberi erranti film ci sono Piero e suo figlio Giuliano, che vivono in una cascina isolata dove si prendono cura di animali feriti. Non è un idillio bucolico, però: attorno a loro si muovono le Nonne, i notabili locali che vogliono cacciarli via. Il conflitto è antico quanto il mondo — da un lato chi abita la terra con cura e lentezza, dall’altro chi esercita il potere attraverso la pressione sociale e l’esclusione — ma Mereu lo racconta senza schematismi, senza eroi immacolati né villain monodimensionali.
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Il titolo stesso è una metafora potente: gli alberi, per definizione, non errano. Sono radicati, fermi, ancorati al suolo. Eppure il film sembra suggerire che anche ciò che appare immobile può essere costretto a un’erranza interiore, a uno sradicamento che non è fisico ma esistenziale. Piero e Giuliano sono alberi che qualcuno vuole strappare dalla propria terra, e la loro resistenza — silenziosa, quotidiana, fatta di gesti e cure verso gli animali — diventa una forma di narrazione politica senza slogan.
Gli animali feriti che i due protagonisti accudiscono non sono dettaglio decorativo: in un film di questa durata e di questa ambizione, ogni elemento narrativo porta peso simbolico. Prendersi cura di chi è vulnerabile, di chi è stato colpito, è l’atto etico fondamentale che il film sembra voler mettere al centro, contrapposto alla logica del potere che invece seleziona, esclude, allontana.
Locarno 2026: il battesimo internazionale
Prima di arrivare nelle sale italiane, Alberi erranti ha avuto la sua prima mondiale al Festival di Locarno 2026, in concorso internazionale. Non si tratta di un dettaglio marginale: il Festival del Film Locarno è una delle vetrine più prestigiose del cinema d’autore europeo e mondiale, e la selezione in competizione ufficiale è un segnale forte della statura del progetto. Locarno ha storicamente premiato un cinema che non si accontenta di raccontare storie ma vuole interrogarsi sul come e sul perché, e Alberi erranti sembra rispondere esattamente a quella vocazione.
Il passaggio da Locarno alla distribuzione italiana è un percorso che Viacolvento — distributore specializzato in cinema d’autore di qualità — ha gestito con la sensibilità giusta, scegliendo di dare al film prima un’uscita in Sardegna il 22 ottobre 2026, quasi a restituire il film alla sua terra d’origine prima di condividerlo con il resto del paese. È un gesto che ha un suo valore simbolico e pratico insieme: il pubblico sardo ha potuto vedere per primo un’opera che parla, almeno in parte, del suo territorio e della sua cultura.
Tre ore al cinema: un’esperienza sempre più rara
Nel panorama contemporaneo, dove anche le serie televisive si frammentano in episodi sempre più brevi per assecondare l’attenzione liquida del pubblico digitale, un film da 180 minuti in sala è quasi un atto di resistenza culturale. Non è una questione di snobismo: è che certi tipi di storie — quelle che vogliono mostrare il trascorrere del tempo, l’accumulo lento delle tensioni, la sedimentazione dei rapporti umani — hanno bisogno di spazio per esistere davvero.
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Mereu non è il solo a credere in questo formato: da Lav Diaz a Jacques Rivette, da Béla Tarr a certe opere di Nanni Moretti, il cinema che dura è spesso il cinema che rimane. Tre ore in sala con Alberi erranti non sono un sacrificio da sopportare ma un’immersione da cercare: il tipo di esperienza che poi si porta a casa e si continua a elaborare per giorni, che cambia il modo in cui si guardano certi paesaggi o certi silenzi.
Vale la pena ricordare che la durata è una scelta narrativa, non un eccesso. In un racconto che mette al centro la resistenza quotidiana di due persone contro la pressione di un potere locale, la lentezza è contenuto: mostra quanto costa restare, quanto si deve sopportare, quanto tempo passa tra una minaccia e l’altra. Non si può raccontare quella storia in novanta minuti senza tradirla.
Perché vale la pena andare al cinema il 29 ottobre
L’uscita nazionale del 29 ottobre 2026 arriva in un momento in cui il cinema italiano d’autore ha bisogno di segnali forti. Non di polemiche, non di dichiarazioni, ma di film che dimostrino — con la loro sola esistenza in sala — che è ancora possibile fare un cinema ambizioso, radicato, coraggioso, senza piegarsi alle logiche del mercato più corto e rumoroso.
L’alberi erranti film distribuito da Viacolvento è esattamente questo tipo di segnale. Un’opera che ha già attraversato Locarno, che ha parlato prima alla sua terra sarda, e che ora si presenta al pubblico nazionale con tutta la sua durata e tutta la sua complessità, senza chiedere scusa per nessuna delle due cose. È il tipo di cinema che fa bene alla salute della sala, che giustifica l’uscita di casa, che ricorda perché il grande schermo esiste.
Che si vada in sala già conoscendo il lavoro di Salvatore Mereu o che Alberi erranti sia il primo contatto con il suo universo, l’appuntamento del 29 ottobre merita di essere segnato in agenda. Portate acqua, portate pazienza, e lasciatevi portare via da una storia che — come gli alberi che non dovrebbero errare — ha radici profonde e rami che arrivano lontano.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








