C’è un viaggio che non finisce mai davvero, che continua a risuonare nelle immagini, nelle voci, nel silenzio di una promessa fatta a tremila metri di quota. Kasia Smutniak lo sa bene, e con Mustang ha deciso di raccontarlo: il documentario Mustang di Kasia Smutniak è arrivato alla Festa del Cinema di Roma 2026 — la ventunesima edizione — come uno di quei film che spiazzano, che escono dai confini del genere e ti prendono per mano verso qualcosa di più grande di una semplice storia personale.
Un’opera seconda che cambia le regole del gioco
Quando si pensa a Kasia Smutniak, la mente corre subito all’attrice: il volto di decine di produzioni italiane e internazionali, una carriera costruita con determinazione e talento davanti alla macchina da presa. Ma da qualche anno Smutniak ha scelto anche di stare dall’altra parte dell’obiettivo, e lo ha fatto con una serietà che non ammette improvvisazione. Mustang è il suo secondo lavoro da regista, dopo l’esordio con MUR, e già questo dovrebbe dirci qualcosa: non si tratta di un capriccio creativo, ma di un percorso consapevole, di una voce che si sta affinando con precisione.
Il salto di qualità rispetto all’esordio è evidente già nella struttura del progetto. Mustang mescola il registro intimo del diario personale con quello più ampio e rigoroso del reportage documentaristico, costruendo un’opera che documenta il rapporto profondo e stratificato di Smutniak con il Nepal e con la regione del Mustang, una delle zone più remote e affascinanti dell’intero continente asiatico. Il risultato è un film che si muove su più piani temporali e emotivi, senza mai perdere il filo di una narrazione che ha radici lontane e ramificazioni inaspettate.
Il 2003, Pietro Taricone e una promessa che dura più di vent’anni
Tutto comincia nel 2003, con un primo viaggio nella regione del Mustang insieme a Pietro Taricone. Una spedizione che non era solo turismo o avventura, ma qualcosa di più: un incontro con un territorio e con una comunità che avrebbe lasciato un segno indelebile. Da quel viaggio nasce una promessa — costruire una scuola per i bambini della regione — e da quella promessa nasce il film.
Il documentario abbraccia un arco narrativo di più di vent’anni, un lasso di tempo che contiene trasformazioni profonde: del paesaggio, delle persone, di chi racconta. Pietro Taricone è presente nel film attraverso il materiale d’archivio di quel primo viaggio, e la sua figura attraversa l’opera come una presenza silenziosa ma costante, capace di dare peso e significato a ogni scelta visiva e narrativa. Non è un film sul lutto, ma è un film che non ha paura di guardare in faccia la perdita, di tenerla accanto senza trasformarla in monumento.
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A dare voce a questa dimensione è una scelta registica che colpisce per la sua delicatezza: è Sophie Taricone, figlia di Pietro, a narrare il film. La sua voce diventa il ponte tra passato e presente, tra le immagini di quel primo viaggio del 2003 e il ritorno di Smutniak in Nepal per mantenere fede alla promessa fatta. È una decisione che trasforma il documentario in qualcosa di intergenerazionale, capace di parlare di continuità laddove ci sarebbe solo assenza.
Il documentario Mustang di Kasia Smutniak alla Festa di Roma: la sezione Progressive Cinema
Presentato in concorso nella sezione Progressive Cinema della ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Mustang si inserisce in un contesto che premia il cinema capace di guardare oltre i confini tradizionali del racconto, di sperimentare nuove forme senza perdere di vista la sostanza. Ed è esattamente quello che fa Smutniak: non si accontenta di documentare, vuole costruire qualcosa che rimanga, che abbia una funzione.
La sezione Progressive Cinema è da anni uno degli spazi più interessanti della Festa di Roma, quello in cui il documentario d’autore trova il suo habitat naturale, dove le opere che mescolano linguaggi e approcci vengono valorizzate per la loro capacità di innovare. Vedere Mustang in questa sezione è una conferma: il film non è un prodotto di nicchia, ma un’opera che ha ambizioni precise e gli strumenti per perseguirle.
La presenza alla Festa di Roma rappresenta anche un momento di visibilità fondamentale per un documentario che altrimenti rischierebbe di rimanere confinato a un pubblico ristretto. La vetrina del festival — uno dei più importanti d’Europa — garantisce attenzione critica, dibattito, e soprattutto la possibilità di raggiungere spettatori che non cercano necessariamente il documentario ma che, vedendolo, potrebbero restarne sorpresi.
Il Nepal come soggetto e come specchio
La regione del Mustang, nel nord del Nepal, è un territorio che ha qualcosa di onirico: un altopiano desertico incorniciato dall’Himalaya, con villaggi di pietra e una cultura che ha saputo resistere a secoli di isolamento. Non è un caso che Smutniak vi sia tornata, che quel primo viaggio del 2003 non si sia mai davvero concluso nella sua memoria e nella sua immaginazione.
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Nel documentario, il Nepal non è solo sfondo: è soggetto attivo, è il luogo in cui la promessa deve prendere forma concreta. La scuola da costruire non è una metafora, è un progetto reale, con i bambini reali che la abiteranno. Questa concretezza è uno degli elementi più potenti del film: Smutniak non si ferma alla dimensione contemplativa, non si limita a guardare e a ricordare. Vuole fare, vuole lasciare qualcosa di tangibile in un posto che le ha dato molto.
Il paesaggio nepalese diventa così specchio e interlocutore allo stesso tempo. Le immagini del Mustang — la luce radente sulle rocce rosse, i bambini che corrono nei cortili di terra battuta, i monaci nei monasteri — dialogano con le immagini d’archivio del 2003 in un montaggio che non è cronologico ma emotivo, che segue la logica della memoria più che quella del calendario. È un approccio che richiede fiducia nello spettatore, e che viene ripagato con una visione stratificata e ricca.
In sala dal 23 novembre 2026: perché vale la pena vederlo
Dopo il debutto alla Festa di Roma, Mustang arriverà nelle sale italiane il 23 novembre 2026. Una data che arriva in un periodo — l’autunno cinematografico — tradizionalmente ricco di uscite importanti, e che richiede al film di ritagliarsi uno spazio preciso in un panorama affollato. Ma Mustang ha dalla sua una storia che non assomiglia a nessun’altra, e un punto di vista che non si trova altrove.
Per chi vuole approfondire il contesto del film e il lavoro documentaristico di Smutniak, il trailer ufficiale disponibile su Sky TG24 offre già un assaggio potente di quello che il film ha da offrire: immagini di grande bellezza visiva, la voce narrante di Sophie Taricone, e la sensazione netta che si stia guardando qualcosa di necessario.
Il documentario Mustang di Kasia Smutniak è, in fondo, un film sulla fedeltà: alla memoria, a una persona amata, a una comunità lontana, a se stessi. In un cinema spesso distratto e frenetico, questa fedeltà ha il sapore raro di qualcosa che conta davvero. Il 23 novembre, mettetevi comodi: ci sono vent’anni di storia da guardare, e una promessa finalmente mantenuta da vedere.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








