Categorie: BoxOffice

You Can See Everything, il documentario di Fielding e Oppenheim su Elizabeth Holmes arriva al cinema

C’è qualcosa di irresistibile nell’idea di sedersi per tre ore davanti alla donna che ha convinto mezzo mondo di poter rivoluzionare la medicina con una goccia di sangue, salvo poi finire condannata per frode nel 2022. You Can See Everything, il documentary su Elizabeth Holmes firmato da Nathan Fielder e Lance Oppenheim e distribuito da A24, ha debuttato nei cinema statunitensi e canadesi il weekend del 18-20 ottobre 2026 con un risultato che ha lasciato a bocca aperta l’intera industria cinematografica: 15 milioni di dollari in un solo weekend, su appena 855 schermi.

Un debutto da record per un documentario di tre ore

Per capire la portata di questo risultato bisogna mettere i numeri in prospettiva. You Can See Everything è entrato direttamente nella storia come il secondo documentario con il miglior opening weekend di sempre al box office, superato soltanto da Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, uscito nel 2004. Parliamo di un film di tre ore — una durata che nel mondo dei documentari è già di per sé una scommessa — che ha convinto il pubblico a comprare il biglietto in massa, con oltre 2.000 proiezioni esaurite nel solo weekend di apertura.

Va detto, per correttezza, che nel weekend il film ha chiuso al secondo posto della classifica generale, dietro a Street Fighter della Paramount, che ha incassato 31 milioni. Ma piazzarsi secondo con un documentario distribuito su meno di novecento schermi, contro blockbuster pensati per migliaia di sale, è un’impresa che nessuno avrebbe scommesso possibile. A24, da questo punto di vista, ha azzeccato ancora una volta la propria strategia di distribuzione selettiva e ad alto impatto.

Trentaquattro giorni prima del carcere: cosa racconta il film

Il cuore narrativo di You Can See Everything — e il motivo per cui questo documentary su Elizabeth Holmes ha scatenato una curiosità così febbricitante — sta tutto nella sua premessa: le telecamere di Fielder e Oppenheim hanno seguito Holmes per 34 giorni, filmandola a casa sua nel 2023, nel mese che precedeva l’inizio della sua pena detentiva di 11 anni. Un accesso straordinario, quasi spiazzante, a una delle figure più controverse della storia recente della Silicon Valley.

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Elizabeth Holmes è la fondatrice di Theranos, la startup che promise di rivoluzionare la diagnostica medica con test del sangue rapidi ed economici eseguibili con una singola goccia. Per anni ha sedotto investitori, politici e media con una visione che sembrava uscita da un film di fantascienza. Poi è crollato tutto: le tecnologie non funzionavano come dichiarato, i pazienti avevano ricevuto risultati inaffidabili, e l’intera costruzione si è rivelata un castello di bugie. La condanna per frode è arrivata nel 2022.

Fielder e Oppenheim non si sono limitati a riepilogare gli atti giudiziari. Il loro approccio, stando a quanto emerge dalla visione, è più obliquo e disturbante: osservare Holmes nella quotidianità domestica di quei 34 giorni, lasciare che la camera stia addosso a lei senza cercare la confessione o il mea culpa televisivo. È una scelta formale precisa, che richiama certi esperimenti del direct cinema americano, e che evidentemente ha trovato un pubblico enorme, disposto a investire tre ore del proprio tempo per guardare.

Nathan Fielder e Lance Oppenheim: due sguardi fuori dagli schemi

La coppia alla regia è tutt’altro che convenzionale. Nathan Fielder è noto al grande pubblico per il suo lavoro televisivo, in particolare per la serie The Rehearsal su HBO, dove ha spinto all’estremo i confini tra documentario, performance e finzione. Il suo metodo — paziente, meticoloso, capace di creare situazioni di disagio rivelatore — si sposa bene con un soggetto come Holmes, che è essa stessa una performer straordinaria, costruita su una maschera pubblica durissima da scalfire.

Lance Oppenheim, dal canto suo, ha già dimostrato con lavori precedenti una sensibilità rara nel ritratto di persone intrappolate in realtà distorte o artificiali. Insieme, i due formano una coppia che non cerca il documentario d’inchiesta tradizionale — quello lo ha già fatto, e benissimo, la serie The Dropout — ma punta a qualcosa di più viscerale e meno rassicurante. Il risultato è un film che non ti dà le risposte che ti aspetti, e forse è proprio per questo che la gente vuole vederlo.

A24 e la scommessa del documentario in sala

Il successo di You Can See Everything al box office dice qualcosa di importante anche sul momento che stiamo attraversando. A24 ha creduto che un documentario di tre ore su una condannata per frode potesse reggere il confronto con le sale cinematografiche, in un’epoca in cui il dibattito sull’esistenza stessa del cinema come esperienza collettiva non si è ancora sopito. E ha avuto ragione.

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Le 2.000 proiezioni esaurite nel weekend di apertura non sono un dato secondario: significano che il pubblico si è organizzato, ha acquistato i biglietti in anticipo, ha scelto di uscire di casa per vedere questo film insieme ad altri spettatori. C’è qualcosa di quasi paradossale nel fatto che una storia di inganno e solitudine — perché quella di Holmes è anche una storia di solitudine radicale, di una persona che ha vissuto in una bolla di propria costruzione — diventi un evento sociale, un appuntamento collettivo.

Per chi volesse approfondire il caso giudiziario che fa da sfondo al film, la copertura della BBC offre un resoconto preciso sia del debutto in sala che del contesto della storia Holmes.

Perché il pubblico non si stanca di Elizabeth Holmes

La domanda che vale la pena porsi è: perché, dopo podcast, serie tv, articoli e libri, il pubblico vuole ancora sapere di Elizabeth Holmes? La risposta, probabilmente, è che Holmes non è solo una truffatrice. È uno specchio in cui si riflette qualcosa di più grande: il mito della startup, la cultura del “fake it till you make it” che ha dominato la Silicon Valley per un decennio, la tendenza dei media e degli investitori a credere alle narrazioni più che ai dati.

Fielder e Oppenheim sembrano interessati esattamente a questo: non tanto al crimine in sé, quanto alla texture di quella menzogna, al modo in cui Holmes la incarnava, la abitava, la viveva. Filmarla nei 34 giorni prima del carcere significa filmarla in un momento in cui la maschera dovrebbe essere caduta — eppure, a giudicare dall’interesse che il film ha generato, la domanda su cosa ci sia davvero sotto quella maschera rimane aperta, irrisolta, magnetica.

Con 15 milioni di dollari incassati su 855 schermi e migliaia di sale esaurite, You Can See Everything ha già scritto un capitolo nella storia del documentario cinematografico. Ora tocca al pubblico — quello italiano compreso, in attesa di notizie su una distribuzione europea — decidere se è pronto a trascorrere tre ore in compagnia di uno dei personaggi più inquietanti e affascinanti degli ultimi vent’anni.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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Redazione Velvet

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