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La stanza degli altri: quando la convivenza diventa un esperimento documentale con Enrico Maisto

C’è un appartamento a Milano, una donna di settant’anni con tutta una vita di aule di tribunale alle spalle, e una coppia senegalese in attesa di un figlio. Tre persone che si ritrovano a condividere uno spazio domestico, con le rispettive abitudini, i silenzi, le aspettative e i malintesi. Enrico Maisto ha posato la sua macchina da presa su questo angolo di mondo e ne ha ricavato La stanza degli altri, un documentario che arriva alla Festa del Cinema di Roma 2026 nella sezione Special Screenings e che già dal trailer promette di essere uno di quei lavori capaci di farci guardare la realtà — quella vera, quotidiana, scomoda — con occhi nuovi. Se cercate un documentario che non si accontenti di fotografare il conflitto ma provi a stare dentro di esso, questo è il film che fa per voi.

Una storia milanese tra muri di casa e distanze culturali

Il punto di partenza di la stanza degli altri documentario è tanto semplice nella premessa quanto denso nelle implicazioni: Mietta, ex giudice minorile in pensione, settantenne, apre le porte del suo appartamento milanese a Ibu e Bousso, una coppia senegalese che aspetta un bambino. Non si tratta di un gesto astratto di solidarietà, di uno slogan politico incarnato in un’azione simbolica. È convivenza vera, con tutto quello che comporta: la cucina condivisa, i rumori notturni, le abitudini che cozzano, i ritmi di vita che non coincidono mai del tutto.

Maisto non sceglie di raccontare questa storia dall’esterno, con la distanza rassicurante del commentatore. La sua regia sta dentro le stanze, segue i personaggi nella loro quotidianità, cattura i momenti di tensione così come quelli di inaspettata tenerezza. È un approccio che richiede fiducia reciproca tra il regista e i suoi soggetti, e quella fiducia si percepisce in ogni inquadratura: le persone davanti alla camera non recitano, vivono.

Il titolo stesso, La stanza degli altri — in inglese The Middle Room — è già un programma. La stanza di mezzo, quella che appartiene a tutti e a nessuno, è lo spazio fisico e metaforico in cui si gioca la partita della coesistenza. Chi la occupa? Chi ha il diritto di definirne le regole? Come si negozia uno spazio comune quando le visioni del mondo sono profondamente diverse?

Mietta: una settantenne che non si arrende alla comodità

Il personaggio di Mietta è il cuore pulsante del documentario. Ex giudice del tribunale dei minori, ha trascorso decenni a occuparsi di vite fragili, di bambini in difficoltà, di famiglie al limite. Non è, insomma, una donna che ha vissuto nella bambagia: conosce il disagio, la complessità umana, le zone grigie della convivenza civile. Eppure, quando si tratta di abitare concretamente con l’altro — non di giudicarlo da un banco, ma di condividere il bagno e la cucina — anche la sua esperienza si mette alla prova in modo del tutto inedito.

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Ciò che rende Mietta un soggetto documentaristico straordinario è la sua non-linearità. Non è la buona samaritana senza ombre, né la vecchia brontolona incapace di aprirsi. È una donna che porta con sé contraddizioni autentiche, che si interroga, che a volte cede alla frustrazione e a volte sorprende se stessa con gesti di apertura che non si aspettava. Maisto ha il merito di non semplificarla, di non trasformarla in un’icona né in un bersaglio: Mietta è semplicemente umana, e questo la rende universale.

C’è qualcosa di molto italiano — e insieme di molto contemporaneo — nel suo profilo: una generazione cresciuta con certi valori progressisti, che si trova a fare i conti con quanto sia difficile applicarli nella vita concreta, nelle piccole cose di ogni giorno. Non è ipocrisia, è la complessità dell’esistenza. Ed è esattamente il tipo di tensione che il grande documentario sa raccontare senza giudicare.

Ibu e Bousso: l’attesa come dimensione del racconto

Dall’altra parte ci sono Ibu e Bousso, la coppia senegalese che abita quella stanza di mezzo. La loro presenza nel film non è quella di semplici comparse o di simboli di un’alterità astratta: sono persone con una storia, con aspettative, con il peso specifico di chi vive in un paese che non è il proprio e deve continuamente negoziare la propria identità con l’ambiente circostante.

L’attesa del figlio aggiunge al racconto una dimensione temporale precisa: c’è un prima e ci sarà un dopo, e in mezzo c’è questo periodo sospeso in cui tutto sembra possibile e tutto sembra fragile. Il bambino che deve nascere diventa quasi un personaggio invisibile, una presenza che aleggia sull’appartamento e che dà urgenza a ogni scambio, a ogni incomprensione, a ogni momento di connessione autentica tra le persone che condividono quello spazio.

Maisto riesce a restituire la dignità di Ibu e Bousso senza cadere nella trappola dello sguardo pietistico, che è uno dei rischi più insidiosi del documentario sociale. Non li trasforma in vittime da compatire né in eroi da celebrare: li mostra nella loro complessità, con i loro desideri, le loro resistenze, i loro momenti di stanchezza e di gioia. È un equilibrio difficile da mantenere, e il fatto che il film ci riesca è già di per sé un risultato notevole.

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Il documentario italiano e la questione della convivenza

Nel panorama del documentario italiano contemporaneo, la stanza degli altri documentario si inserisce in una tradizione di cinema del reale che guarda alle trasformazioni sociali del paese con sguardo diretto e senza rete. Non è un caso che sia una co-produzione Italia/Svizzera, realizzata con Rai Cinema attraverso la label Start: il tema della convivenza tra culture diverse è urgente in entrambi i paesi, e la prospettiva transnazionale arricchisce il progetto di sfumature che un punto di vista puramente nazionale avrebbe faticato a cogliere.

La scelta della sezione Special Screenings alla Festa del Cinema di Roma per la presentazione del film non è casuale. È la vetrina giusta per un documentario che non si lascia incasellare nelle categorie abituali: non è un film di denuncia, non è un saggio sociologico, non è un ritratto sentimentale. È qualcosa di più raro — un’osservazione paziente e rispettosa di una realtà che ci riguarda tutti, condotta con gli strumenti del cinema e con la sensibilità di un autore che sa stare in ascolto.

Vale la pena ricordare che il documentario dura 79 minuti, una misura che si rivela quasi perfetta per il tipo di storia che racconta: abbastanza lunga da permettere allo spettatore di entrare davvero nelle dinamiche della convivenza, abbastanza breve da non disperdere la tensione narrativa. Non c’è un grammo di grasso in quei settantanove minuti, stando a quanto emerge dal trailer disponibile sul canale ufficiale del film su YouTube.

Perché vale la pena vederlo

In un’epoca in cui il dibattito sull’immigrazione e sulla convivenza multiculturale tende a polarizzarsi in posizioni rigide e spesso urlate, La stanza degli altri propone qualcosa di radicalmente diverso: il tempo lento dell’osservazione, la complessità dei legami che si formano al di là del sangue e delle origini, la fatica e la bellezza di abitare lo stesso spazio con chi è diverso da noi. Enrico Maisto non offre risposte facili né soluzioni preconfezionate. Offre qualcosa di più prezioso: la possibilità di guardare, di capire, di riconoscersi anche dove meno ce lo aspettiamo.

Mietta, Ibu e Bousso non sono personaggi di finzione costruiti per illustrare una tesi. Sono persone reali che hanno accettato di aprire la loro vita — e la loro stanza — allo sguardo di una macchina da presa. Questo gesto di fiducia, moltiplicato per la sensibilità del regista che l’ha accolto, è la materia prima di un documentario che merita di essere visto, discusso, e soprattutto sentito. Perché alla fine, la stanza degli altri è anche un po’ la nostra.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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Redazione Velvet

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