Categorie: Oscar

You Can See Everything, il documentario su Elizabeth Holmes che punta agli Oscar

C’è un documentario che sta facendo tremare i polsi agli appassionati di cinema e agli analisti degli Oscar, e il suo nome è You Can See Everything. Distribuito da A24 e uscito nelle sale americane e canadesi il weekend del 19 ottobre 2026, il film ha già riscritto alcune delle regole non scritte di un intero genere, incassando oltre 15 milioni di dollari nel solo weekend di debutto — numeri che fanno capire quanto questa storia abbia ancora qualcosa da dire, e quanto il pubblico sia pronto ad ascoltarla.

Un debutto al botteghino che entra nella storia del documentario

Quando si parla di documentari in sala, il parametro di riferimento è rimasto a lungo lo stesso: Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, uscito nel 2004 e capace di record che sembravano destinati a restare imbattibili per decenni. Ebbene, You Can See Everything si è piazzato direttamente alle sue spalle. Deadline lo ha definito senza mezzi termini “easily the second best opening ever for a documentary at the box office after 2004’s Fahrenheit 9/11”. Non è un dettaglio da poco: stiamo parlando di un film non-fiction, quasi tre ore di durata, distribuito su appena 855 schermi tra Stati Uniti e Canada — una diffusione limitata, non una uscita in migliaia di multisala — eppure capace di generare un incasso che mette in imbarazzo molte produzioni di finzione con budget ben più gonfiati.

Il merito va anche alla firma dietro la macchina da presa: You Can See Everything è co-diretto da Nathan Fielder e Lance Oppenheim, una coppia che porta in dote sensibilità molto diverse ma complementari. Fielder, noto per il suo approccio obliquo e quasi performativo alla realtà, e Oppenheim, autore di documentari dall’estetica raffinata e dalla struttura narrativa solida, hanno costruito qualcosa che va ben oltre il classico true crime da piattaforma streaming.

Elizabeth Holmes nel mese prima del carcere: il cuore del documentario

Il soggetto è Elizabeth Holmes, fondatrice di Theranos e condannata per frode — una delle figure più discusse e polarizzanti dell’ultimo decennio nel mondo della Silicon Valley. Ma You Can See Everything non è un semplice riepilogo della vicenda giudiziaria, già raccontata in mille salse tra libri, podcast e serie televisive. Il film sceglie un punto di osservazione preciso e chirurgico: il mese del 2023 che ha preceduto l’inizio della pena detentiva di 11 anni di Holmes. La telecamera entra nella sua casa, la segue nella quotidianità di quel tempo sospeso tra la condanna e il carcere, cercando di capire chi sia davvero questa donna quando le luci dei riflettori mediatici si abbassano e restano solo lei, il tempo e le sue scelte.

→ Leggi anche: You Can See Everything, il documentario di Fielding e Oppenheim su Elizabeth Holmes arriva al cinema

È una scelta regististica coraggiosa, perché rinuncia alla comodità della retrospettiva e si immerge nel presente — o meglio, in un presente che per Holmes era un precipizio imminente. Il risultato, stando alla risposta del pubblico e della critica, è un ritratto che non assolve né condanna in modo semplicistico, ma che obbliga lo spettatore a fare i conti con domande scomode sulla natura della colpa, dell’ambizione e della narrazione pubblica.

La corsa agli Oscar: cosa significherebbe per il genere documentaristico

Il you can see everything documentario è ufficialmente in corsa per un posto di rilievo alla prossima cerimonia degli Academy Awards. Le fonti confermano che il film sta competendo per una posizione di vertice agli Oscar del prossimo anno, e i numeri al botteghino — uniti all’impatto critico — lo rendono un candidato serissimo. Ma la domanda che circola nei corridoi di Hollywood e nelle redazioni specializzate è un’altra, più ambiziosa: potrebbe questo documentario spingersi fino alla categoria di Miglior Film?

Va detto con onestà che nessuna fonte verificata ha ancora confermato una candidatura in quella categoria specifica, e sarebbe sbagliato presentarlo come un fatto acquisito. Ciò che è certo è che il dibattito esiste, è vivo, ed è alimentato proprio da un film come questo. La storia degli Academy Awards è lunga quasi un secolo, e la categoria Miglior Film è sempre stata appannaggio esclusivo della fiction — con rare eccezioni che riguardano film al confine tra i generi, ma mai un documentario puro. Se You Can See Everything riuscisse a varcare quella soglia, sarebbe una rivoluzione culturale prima ancora che cinematografica.

Non è solo una questione di riconoscimento per un singolo film: significherebbe che l’Academy sta ridefinendo il proprio concetto di “cinema”, allargando i confini di cosa possa ambire al premio più ambito. E in un’epoca in cui il documentario ha raggiunto vette narrative e formali che sfidano qualsiasi divisione di genere, un simile gesto avrebbe un peso simbolico enorme.

→ Leggi anche: Oscar 2027: Italia sceglie tra Succederà questa notte, L'estranea e Primavera

A24 e la strategia che trasforma i documentari in eventi

Non si può analizzare il fenomeno You Can See Everything senza parlare di A24, la casa di distribuzione che da anni ha trasformato l’uscita in sala in un atto culturale. La scelta di portare un documentario di quasi tre ore in 855 schermi — non una piattaforma streaming, non un circuito d’essai marginale, ma una distribuzione cinematografica vera — è una dichiarazione di intenti precisa. A24 ci sta dicendo che questo film merita lo stesso trattamento di un lungometraggio di finzione di punta, con tutto ciò che comporta in termini di campagna marketing, posizionamento critico e ambizioni premiali.

Il risultato ha dato ragione alla scommessa. Superare i 15 milioni di dollari nel weekend d’esordio con una distribuzione limitata è un’impresa che molti film di fiction con star di prima grandezza farebbero fatica a replicare nelle stesse condizioni. E il confronto con Fahrenheit 9/11 — che nel 2004 era un evento politico oltre che cinematografico, in piena campagna presidenziale americana — rende ancora più significativo il risultato: You Can See Everything ha ottenuto quel tipo di risposta senza il carburante di un momento elettorale esplosivo, ma grazie alla sola forza di una storia e di uno sguardo.

Quasi tre ore senza mai annoiare: la sfida della durata

Un’ultima considerazione merita la durata del film. Quasi tre ore sono un impegno notevole per qualsiasi spettatore, e per un documentario — genere che spesso fatica a trattenere il pubblico generalista oltre i novanta minuti — rappresentano una sfida ulteriore. Eppure il botteghino dimostra che la gente è entrata in sala e, evidentemente, non si è pentita della scelta. Questo dice qualcosa di importante non solo su You Can See Everything come opera specifica, ma sulla maturità raggiunta dal formato documentaristico: quando la storia è giusta e il cinema è all’altezza, il pubblico è disposto a concedere il proprio tempo senza guardare l’orologio.

Fielder e Oppenheim hanno costruito qualcosa che funziona come un thriller, come un saggio, come un ritratto psicologico — tutto insieme, per quasi centottanta minuti. Che gli Oscar decidano di premiarlo nella categoria più importante o meno, You Can See Everything ha già vinto la sua battaglia più difficile: quella di convincere il grande pubblico che il documentario non è un ripiego, ma una forma d’arte a tutti gli effetti. Il resto della storia si scriverà nei prossimi mesi, con le nomination che si avvicineranno e il dibattito che promette di farsi ancora più acceso.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Condividi
Redazione Velvet

Recenti

  • BoxOffice

Je so’ pazzo ancora: il biopic di Pino Daniele domina il box office

C'è qualcosa di profondamente napoletano nel modo in cui Je so' pazzo si è preso…

27 Ottobre 2026
  • Romacinemafest

La stanza degli altri: quando la convivenza diventa un esperimento documentale con Enrico Maisto

Enrico Maisto documenta la convivenza tra un'ex giudice e una coppia senegalese in La stanza…

26 Ottobre 2026
  • Anteprime

Se domani non torno: il film che racconta la storia di Giulia Cecchettin

C'è un momento in cui una storia privata smette di appartenerti soltanto e diventa patrimonio…

26 Ottobre 2026
  • Coming Soon

Se domani non torno: Paola Randi racconta la storia di Giulia Cecchettin

Se domani non torno è il film di Paola Randi sulla storia di Giulia Cecchettin,…

26 Ottobre 2026
  • Bomba

Addio al cinema di Kips Bay: Manhattan perde un’altra sala storica il 3 gennaio 2027

L'AMC Kips Bay 15 di Manhattan chiuderà il 3 gennaio 2027. Il CEO Adam Aron…

26 Ottobre 2026
  • Coming Soon

Libri proibiti – The Librarians: al cinema dal 28 settembre 2026

Libri proibiti - The Librarians è il documentario di Kim A. Snyder sulla censura libraria…

26 Ottobre 2026