Luca Miniero: “I miei personaggi? Un po’ mi assomigliano”

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L’ingresso è avvolto nella penombra, la luce – forte – proviene soltanto da una parte. Per terra, un groviglio di fili e cavi. Tavoli e sedie dislocati senza un ordine (almeno apparente), in un angolo i costumi di scena, fari spenti e fari accesi, macchine da presa, bottiglie d’acqua. E gente, tanta gente. Tutti con un compito ben preciso, tutti ordinati nel caos. Luca Miniero è davanti al monitor, le riprese del suo nuovo film Un boss in salotto (titolo provvisorio) procedono nel segno del fermento. Luca Argentero, arruffato e con addosso un pigiama (esigenze di copione…), è in pausa. Sul set ci sono gli altri due protagonisti, Rocco Papaleo e Paola Cortellesi. Il primo deve fare un gestaccio, e quel gestaccio viene ripetuto più volte perché dev’essere perfetto. La Cortellesi si avvicina al regista, vuole rivedersi, esprime il suo parere. Poi ritorna sotto i riflettori e ciak, si gira di nuovo.

Fa effetto vedere quanto lavoro ci sia dietro questa breve scena: alla fine saranno quindici secondi, forse venti. Ecco il cinema: un affascinante mondo parallelo costruito con fatica e dedizione. Dopo Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord, entrambi record d’incassi, Miniero torna con una vicenda che unisce più tematiche con la – consueta e certa – risata. Del cast fanno parte anche Ale e Franz e Angela Finocchiaro. La Cortellesi interpreta una napoletana trapiantata a Bolzano, coniugata con il borghese settentrionale signor Coso (Argentero), che ha rimosso la sue umili origini e intrapreso la scalata sociale. Un giorno ricompare nella sua vita Ciro (Papaleo), fratello che non vede da quindici anni: agli arresti domiciliari per reati di mafia, deve scontarli proprio nella sua casa. Lì per lì è crisi, gli equilibri saltano, l’umore si fa nero; ma al destino, si sa, piace dispensare sorprese…

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Luca, grazie a te è stato realizzato il live streaming da un set cinematografico e i video sono stati poi caricati su Youtube: non era mai successo con una produzione italiana…
E’ una sorta di attenzione alla comunicazione. Mi piace che il set sia aperto e venga mostrato al pubblico: credo che in questo modo l’attenzione possa focalizzarsi su tante cose che altrimenti rischiano di passare in secondo piano. Erano stati già caricati dei brevi filmati tramite Twitter, poi è arrivata questa proposta: la Cattleya e la Warner Bros hanno dimostrato immediata disponibilità e così il progetto è diventato realtà. E’ ancora poco, però… Si può fare molto di più procedendo lungo questa strada.

Ma non temi che spalancare queste porte, mostrare tutto possa togliere magia ai film?
No, al contrario ritengo che sia giusto togliere sacralità al set. Ormai le telecamere arrivano dappertutto, la Rete è un ottimo strumento di diffusione: perché lasciare il cinema indietro rispetto ai tempi? La sacralità resti soltanto per gli attori, ma non per i registi e tutti gli altri addetti ai lavori…

Tu sei presente sui social network? Li usi solo come strumento di lavoro?
Ho un profilo su Facebook… No, lo uso anche per svagarmi un po’.

In questo film torna il contrasto fra la gente del Sud e quella del Nord.
In realtà non è esattamente così. Quel contrasto è piuttosto la tematica di fondo dei miei film, ma gli argomenti trattati sono diversi di volta in volta. Questa è una storia emotiva basata sul rapporto di due fratelli che, in apparenza, sono agli antipodi. Lei è ormai una donna borghese che ha scelto di cancellare le proprie origini… Lui arriva come un ciclone e sconvolge gli equilibri.

Tu hai scritto anche la sceneggiatura: com’è nata l’idea?
E’ stato un processo graduale. Ho cominciato nel 2010, poi interrotto, poi ripreso. Una volta finita, ho aspettato di avere il cast giusto: preferisco gli attori versatili, che sappiano passare agevolmente da un genere all’altro con gli stessi risultati. E poi Paola era in maternità, quindi è passato altro tempo.

Hai mai pensato di girare un film drammatico?
Finora i miei film sono sempre stati quasi comici e ho evitato la deriva della commedia sentimentale. Non escludo di girare un film drammatico, lo farò se un giorno la storia da raccontare lo richiederà. Però vedi, sono convinto che la vita reale abbia sempre un risvolto comico… La risata, alla fine, arriva. E funziona.

I tuoi personaggi ti assomigliano?
Sì, un po’ sì. Anche a me piace ridere, anche io sono simpatico… Ma anche un po’ ansioso (sorride, ndr).

Cosa manca al cinema italiano?
Manca un sistema distributivo forte, manca la capacità di pubblicizzarli in modo adeguato e imporli sul mercato estero. Manca la gente che va al cinema… E mancano le sale o, se ci sono, hanno un aspetto tutt’altro che moderno. Dunque allontanano.

Per un decennio hai lavorato con Paolo Genovese: com’è stato, poi, intraprendere un percorso individuale?
Ci sono vantaggi nel lavorare con un’altra persona, sono stati anni positivi. Poi, però, può capitare di avere obiettivi diversi che si traducono anche in stili differenti: è stata una necessità più che naturale.

Ti aspettavi il grande successo di Benvenuti al Sud?
No, non me lo aspettavo affatto. O meglio: mi aspettavo che potesse piacere al Sud, ma non al Nord… Non se l’aspettava nessuno, a dir la verità. Anche perché è uscito l’1 ottobre, che non è sicuramente la data ideale.

Che tipo di vita conduci nei periodi di riprese?
Sono totalmente assorbito. Cerco di fare una vita il più regolare possibile, esco poco e non vado a letto tardi!

Ti piace questo film?
Di solito non è facile dare un giudizio prima di vederlo finito; però stavolta mi piace già. Mi piace molto il cast: Paola è un genio della recitazione e sono certo che diventerà ancora più brava, Rocco è anche un grande regista e Luca è bravissimo. Ha grandissime potenzialità. E’ molto più bravo che bello.

La senti l’ansia del risultato?
Certo, come sempre. E’ normale se fai questo mestiere: vorresti che tutti vedessero il tuo film. Certo, se andasse male non ne farei un dramma. Ma è come a scuola: cerchi di prendere il voto più alto…

Foto by Kikapress