Alessandro Sperduti: “Il set continua ad essere la mia scuola”

Angelo è un ragazzo difficile che non riesce a trovare la sua strada: sta vivendo il passaggio da ragazzo a uomo, ci prova, ma non gli viene affatto facile. Anche perché fa parte di una famiglia numerosa, vede i fratelli che in questo sono più ‘bravi’ e forse nutre pure qualche complesso nei loro confronti. Sia pur non esplicito. Io lo capisco. C’è chi affronta bene certe fasi della vita, chi invece naviga nel buio. Angelo fa parte del secondo gruppo, anche a causa del suo animo tormentato, del suo carattere introverso. Ed è anche per questo che sviluppa una certa aggressività“: Alessandro Sperduti parla con trasporto e affetto del suo personaggio. Angelo, appunto. Uno fra i protagonisti de Un matrimonio, la fiction diretta da Pupi Avati e trasmessa in prima serata su Raiuno che è stata accolta dagli italiani con interesse e consenso. Domenica 19 gennaio andrà in onda la penultima puntata e Alessandro non nasconde di certo la sua soddisfazione per i risultati ottenuti.

Angelo è il primogenito della coppia interpretata da Flavio Parenti e Micaela Ramazzotti.
Sì, è il più grande ma anche il più irrisolto. Ma non cattivo, assolutamente. Molto irrequieto, piuttosto. Ha un rapporto conflittuale col padre e un profondo senso di protezione nei confronti della madre.

Un matrimonio rappresenta senza dubbio un’esperienza molto importante per la tua carriera di attore.
Sì, decisamente. Importante e meravigliosa. Quando ho saputo di aver superato il provino con Avati mi sono sentito felicissimo e al contempo agitatissimo: lavorare con lui non capita certo tutti i giorni ed è un’irripetibile occasione di crescita, e lo stesso vale per gli attori che compongono il cast. Veri professionisti da cui c’è tanto da imparare. E’ una grande produzione per una grande storia, basata su cose semplici che vengono trattate con poesia. Che poi le cose semplici, a cominciare dall’amore, sono sempre le più belle…

Che tipo di regista è Avati?
Molto sensibile. Ti dà la giusta direzione, sì, ma sempre con garbo. Ti sta vicino, ti capisce, e con dolcezza ti tira fuori ciò che vuole. E’ un vero direttore.

Adesso sei al lavoro su un altro set.
Sto girando una nuova fiction, La narcotici, per la regia di Michele Soavi. Del cast fanno parte anche Raffaella Rea e Giorgio Caputo.

Il tuo personaggio?
Sono un ragazzo problematico, coinvolto spesso in situazioni molto più grandi di lui. Traffici di droga, tanto per cominciare. Un ragazzo cresciuto in un contesto tutt’altro che sereno; abbandonato dalla madre quand’era piccolo. L’amicizia col protagonista diventerà molto importante per lui.

Alessandro, a questo punto la domanda sorge spontanea? Perché ti affidano spesso personaggi così complessi? Ne I liceali, per fare un altro esempio, interpretavi un ragazzo alle prese con la propria omosessualità…
E’ vero (ride, ndr!). Sarà perché a me i ruoli particolari piacciono. La complessità mi stimola e m’intriga, anche perché rende più ardua la sfida… Però non è stato sempre così: nel film di Fausto Brizzi (Com’è bello far l’amore, ndr) interpreto un ragazzo ‘normale’ e spensierato!

Come ti prepari per un ruolo?
Dipende dal ruolo. Per quanto riguarda gli aspetti concreti del personaggio faccio una preparazione mirata e metodica: per vestire i panni di Angelo, ad esempio, ho davvero imparato a suonare la batteria. Per quanto riguarda le passioni e il sentire… Beh, mi affido all’istinto e anche al mio vissuto, cercando qualche similitudine.

Hai lavorato per il cinema e recitato in molte fiction: quali sono le parti che più hai amato?
Non saprei scegliere, davvero. Tutte hanno rappresentato una crescita professionale e personale, anche quelle più piccole. Però, ecco: potrei dire che sono stati fondamentali i ruoli interpretati quando ormai stavo crescendo. Perché acquisivo maggiore consapevolezza: all’inizio era più che altro un gioco.

Hai sempre desiderato fare l’attore?
Il cinema è una passione che mi è stata trasmessa dalla mia famiglia. Andare al cinema, per me, era sempre bellissimo. Una festa. E quando i miei volevano farmi stare zitto, mi piazzavano davanti a una videocassetta (sorride, ndr). Ho sempre amato soprattutto le pellicole un po’ surreali, quelle di Tim Burton su tutte. Poi mi sono iscritto a un’agenzia di spettacolo e ho cominciato a fare i primi provini. Nel ’97 mi hanno preso per la serie tv Il tesoro di Damasco e da lì è cominciato tutto…

Ti consideri un bravo attore?
Faccio fatica a ricordare quello che ho fatto, può sembrare strano ma è così. Certo, poi mi rivedo sempre; alcune volte mi sento soddisfatto, altre volte meno. Ma, alla fine dei conti, c’è sempre qualcosa da migliorare.

Possiamo definirti un autodidatta?
Non ci sono dubbi: il set è stato ed è ancora la mia scuola. Sul set impari i tempi, capisci come una scena dev’essere girata e come seguire le indicazioni del regista; capisci anche come interagire al meglio col resto del cast. Di recente, però, ho avuto un’altra splendida occasione: grazie al premio N.i.c.e. ho ricevuto una borsa di studio presso la scuola Susan Batson Studio a New York. Non me l’aspettavo, è stata una gioia grandissima e un’esperienza a dir poco preziosa. Spero di tornare presto.

La tua ambizione più grande?
Sono diverse. Ovviamente ho tanti sogni legati al cinema: vorrei girare un film proprio con Burton, per esempio. O con alcuni registi italiani a cominciare da Sorrentino. E poi… E poi vorrei ottenere molti, molti ruoli complessi. Per cambiare e mettermi sempre alla prova. Vorrei che durasse tutta la vita. E vorrei, un giorno, riuscire a comporre la colonna sonora di un film.

Un matrimonio sta per finire. Quando ti rivedremo in tv?
Presto: sono nel cast di A testa alta – I martiri di Fiesole, film tv diretto da Maurizio Zaccaro.

Foto by Ufficio stampa

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