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Mostri, dei e tempeste: gli elementi fantastici dell’Odissea spiegati

Mostri, dei e tempeste: gli elementi fantastici dell'Odissea spiegati

L’Odissea nella mitologia: mostri, dei e magie che ancora ci ossessionano

Uscito il 16 luglio 2026, il film di Christopher Nolan dedicato all’Odissea ha riportato in sala uno dei poemi fondativi della cultura occidentale con una forza visiva raramente vista. Ma prima ancora di ragionare su come il cinema — da Nolan in poi — abbia tradotto in immagini le creature e le forze soprannaturali del poema, vale la pena fermarsi un momento sull’originale: sull’odissea mitologia, cioè sul sistema di mostri, divinità, incantesimi e meraviglie che Omero ha costruito nel corso di ventiquattro canti, e che ancora oggi costituisce il serbatoio inesauribile a cui attinge ogni adattamento. Perché alcune di queste creature erano già “vere” nel pantheon greco, altre sono invenzioni di Omero, e distinguerle è il primo passo per capire davvero cosa stiamo guardando quando Ulisse naviga verso casa.

Il sistema divino: chi comanda davvero sul destino di Ulisse

L’Odissea non è un racconto in cui l’eroe affronta il mondo da solo: è un racconto in cui gli dèi litigano tra loro usando gli uomini come pedine. Poseidone odia Ulisse perché l’eroe ha accecato suo figlio Polifemo; Atena lo ama e lo protegge; Zeus media, spesso obtorto collo. Questo schema — la rivalità olimpica che si riversa sulla vita mortale — non è un’invenzione omerica, ma è il cuore stesso della religione greca arcaica.

Poseidone, dio del mare e dei terremoti, era una delle divinità più antiche e temute del Mediterraneo. Il suo potere sulle acque non è una metafora poetica: per i Greci antichi rappresentava la forza letterale e imprevedibile dell’oceano, la stessa che poteva distruggere flotte intere. La sua vendetta contro Ulisse — le tempeste, i naufragi, i ritardi — riflette la percezione reale che i marinai greci avevano del mare: un elemento ostile, animato da una volontà capricciosa e potente.

Atena, al contrario, è la divinità della saggezza, dell’astuzia e dell’arte della guerra strategica. Il suo legame con Ulisse — l’uomo più scaltro del mondo antico — è perfettamente coerente con la sua natura. Nel poema, Atena si traveste, inganna, suggerisce, ispira: è quasi una co-protagonista. Questa presenza attiva degli dèi nelle vicende umane è una caratteristica strutturale della religione greca, non un artificio narrativo.

Ciò che invece Omero costruisce con grande originalità è la voce di questi dèi: il loro umorismo, i loro litigi, la loro parzialità quasi umana. Gli dèi dell’Odissea non sono figure remote e maestose; sono personalità vivide, con preferenze, rancori e momenti di debolezza. Questo è il contributo letterario di Omero al materiale mitico preesistente.

Polifemo e i Ciclopi: mito antico o invenzione poetica?

I Ciclopi esistevano nella mitologia greca ben prima dell’Odissea. Nella tradizione esiodea — quella di Esiodo, contemporaneo o quasi di Omero — i Ciclopi sono tre fratelli, figli di Urano e Gaia, fabbri divini che forgiano i fulmini di Zeus. Sono creature potenti e divine, non selvagge: sono artigiani cosmici.

Omero prende questo materiale e lo reinventa radicalmente. Il suo Polifemo è figlio di Poseidone, ma è un pastore isolato, senza legge, senza rispetto per gli dèi ospitali, senza interesse per il mondo degli uomini. È una creatura che mangia i compagni di Ulisse senza alcun senso di colpa o di sacralità. Questa versione del Ciclope — l’essere mostruoso che ignora le regole della civiltà — è una creazione letteraria di straordinaria potenza narrativa. Omero usa il mito preesistente come punto di partenza, ma costruisce qualcosa di nuovo: un mostro che incarna il suo contrario rispetto a Ulisse, l’uomo della ragione e dell’astuzia.

Il trucco del nome — “Nessuno” — con cui Ulisse inganna Polifemo è uno dei momenti più celebri della letteratura mondiale. Non è un elemento mitologico preesistente: è pura invenzione narrativa, un gioco linguistico di raffinatissima ironia. Quando Polifemo urla ai suoi vicini che “Nessuno” lo ha accecato, i vicini non intervengono. La lingua stessa diventa arma.

Circe, Calipso e le donne divine: magia, seduzione e prigionia

Due delle figure femminili più potenti dell’Odissea sono Circe e Calipso, e il loro ruolo nel poema merita un’analisi attenta perché mescolano elementi mitologici consolidati con invenzioni omeriche.

Circe è una maga, figlia del Sole e dell’oceanina Perse. La sua capacità di trasformare gli uomini in animali — i compagni di Ulisse diventano porci — appartiene a una tradizione di figure femminili magiche che attraversa molte culture del Mediterraneo antico. La trasformazione come punizione o come espressione di potere è un tema mitologico diffuso. Quello che Omero aggiunge è la complessità del rapporto tra Circe e Ulisse: la maga diventa amante, alleata, consigliera. Non è solo una minaccia da superare, ma una figura che aiuta l’eroe a prepararsi per la parte più difficile del viaggio — la discesa agli Inferi.

Calipso, ninfa dell’isola di Ogigia, è diversa: non è una maga nel senso tecnico, ma una divinità minore che tiene Ulisse prigioniero per anni, offrendogli l’immortalità in cambio della rinuncia al ritorno. Il suo nome in greco significa “colei che nasconde”. Questa figura — la donna divina che trattiene l’eroe lontano dalla sua missione — è un archetipo narrativo potentissimo, e Omero la usa per esplorare una domanda filosofica genuina: cosa vale di più, l’immortalità o la vita mortale con le sue perdite e i suoi amori? Ulisse sceglie Itaca. Sceglie la morte.

Scilla e Cariddi: i mostri dello stretto

Scilla e Cariddi sono forse la coppia di mostri più famosa dell’intera odissea mitologia, e la loro collocazione geografica — uno stretto di mare pericoloso, identificato tradizionalmente con lo Stretto di Messina — suggerisce che abbiano radici in una percezione reale del pericolo nautico.

Scilla, nella versione omerica, è un mostro a sei teste che vive in una grotta sulla roccia: sei bocche che afferrano sei marinai per volta. Cariddi è un vortice devastante, un gorgo che inghiotte e risputerà l’acqua tre volte al giorno. La mitologia greca aveva già figure mostruose femminili — le Gorgoni, le Arpie, le Erinni — ma Scilla e Cariddi nella forma in cui le conosciamo sono essenzialmente omeriche. Esistono tradizioni mitologiche precedenti che parlano di Scilla come di una ninfa trasformata in mostro (per gelosia di Circe o di Anfitrite, a seconda della versione), ma la scena dello stretto, con la scelta impossibile tra due pericoli egualmente letali, è una costruzione narrativa di Omero.

Il dilemma di Scilla e Cariddi è diventato un’espressione proverbiale in molte lingue europee proprio perché cattura qualcosa di universalmente riconoscibile: la situazione in cui qualsiasi scelta comporta una perdita. Ulisse sceglie Scilla — perderà sei uomini, ma non la nave — e questa decisione fredda e razionale è uno dei momenti più moralmente complessi del poema.

Le Sirene: il canto che uccide

Le Sirene dell’Odissea non assomigliano affatto alle sirene della tradizione medievale e rinascimentale — quelle metà pesce e metà donna che abitano le fontane e i mari romantici. Le Sirene di Omero sono creature metà donna e metà uccello, e il loro potere non è erotico ma intellettuale: cantano di tutto ciò che è accaduto sotto il sole di Troia, promettono conoscenza totale. Il loro canto è una trappola per chi vuole sapere tutto, non per chi vuole piacere.

Questa versione delle Sirene — creature del sapere pericoloso, non della seduzione carnale — è fondamentale per capire l’odissea mitologia nella sua profondità. Ulisse le vuole ascoltare: si fa legare all’albero maestro e ordina ai compagni di non liberarlo qualunque cosa accada. È l’unico uomo che le ha ascoltate e sopravvissuto. Anche questo è un gesto di hybris controllata: Ulisse vuole tutto, ma sa che deve proteggersi da se stesso.

Per approfondire le radici storiche e culturali di queste creature, la voce dedicata all’Odissea sull’Enciclopedia Treccani offre un punto di partenza autorevole e accessibile.

Gli Inferi e Tiresia: quando il viaggio tocca la morte

La Nekyia — il canto undicesimo dell’Odissea, in cui Ulisse scende agli Inferi per consultare l’anima del profeta Tiresia — è uno dei passaggi più studiati e ammirati dell’intera letteratura greca. La discesa agli Inferi come prova dell’eroe è un tema mitico universale, presente in culture lontanissime tra loro, ma la versione omerica ha caratteristiche specifiche che la distinguono.

L’Ade omerico non è un luogo di punizione o di ricompensa: è una zona d’ombra in cui i morti esistono come ombre prive di forza, incapaci di pensiero coerente finché non bevono il sangue degli animali sacrificati da Ulisse. Solo dopo il sangue le anime recuperano la voce e la memoria. Questa visione dell’aldilà — grigia, priva di giudizio morale, quasi burocratica — è molto diversa dalla concezione dell’Ade che si svilupperà nella tradizione successiva, con Minosse giudice e i campi elisi per i giusti.

Tiresia, il profeta cieco di Tebe, è una figura mitologica preesistente all’Odissea — compare anche nelle tragedie tebane, nella storia di Edipo, nella tradizione di Dioniso. Omero lo inserisce nella Nekyia come autorità suprema: l’unico morto che conserva la sua mente intatta anche nell’Ade. La sua profezia a Ulisse è ambigua, come tutte le profezie greche, e apre la strada a interpretazioni molteplici.

Nolan e il problema degli effetti speciali: come si traduce il soprannaturale

Quando Christopher Nolan ha adattato l’Odissea per il grande schermo, uscendo nelle sale il 16 luglio 2026, ha dovuto affrontare esattamente questa domanda: come si rendono visibili creature e forze che esistono in un registro mitico, non realistico? La risposta del regista, come documentato da Il Post, è stata quella di privilegiare gli effetti pratici rispetto alla CGI — una scelta che riflette una precisa poetica: il soprannaturale deve avere peso fisico, deve occupare spazio reale nell’inquadratura per risultare credibile.

Il film, come riportato da Il Post, non si limita all’Odissea di Omero ma incorpora elementi dall’Eneide e dall’Orestea, oltre a invenzioni originali di Nolan stesso — un approccio che ricorda, per certi versi, quello di Omero, che a sua volta aveva lavorato su materiale mitico preesistente plasmandolo secondo la propria visione. Il film include anche la Telemachia, la storia del figlio di Ulisse, raramente raccontata negli adattamenti cinematografici: una scelta che restituisce al poema la sua dimensione di epopea familiare, non solo di avventura solitaria. Matt Damon fa parte del cast, in un ruolo che il film ha tenuto a lungo riservato.

Perché l’Odissea continua a parlare

Quello che rende l’odissea mitologia inesauribile — per i lettori, per i registi, per chiunque si avvicini al poema — non è la spettacolarità delle creature o la potenza degli dèi. È la struttura profonda del racconto: un uomo che vuole tornare a casa, che viene continuamente deviato, che affronta ogni ostacolo con la sola arma dell’intelligenza, e che alla fine deve ancora guadagnarsi il diritto di stare nel posto che chiama suo. I mostri sono reali e inventati insieme, come lo sono i mostri di ogni viaggio umano. Omero lo sapeva tremila anni fa. Nolan, evidentemente, lo sa ancora.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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