C’è un momento, ogni estate, in cui il cinema smette di essere uno schermo e diventa cielo. Succede a Locarno, in quella Piazza Grande che con i suoi ottomila posti a sedere all’aperto rappresenta forse la sala cinematografica più emozionante del mondo. E quest’anno, con il Locarno Film Festival 2026 alla sua settantanovesima edizione — in programma dal 5 al 15 agosto — l’appuntamento si rinnova con una selezione che mette già i brividi: 233 film in totale, 17 titoli in concorso internazionale, 8 prime mondiali. Tra i protagonisti più attesi c’è Dario Albertini, regista italiano che porta il suo nuovo lavoro direttamente sotto le stelle svizzere con una world premiere in Piazza Grande.
Prima ancora di parlare di singoli titoli, vale la pena fermarsi un secondo sul peso specifico di questa edizione. Duecentotrentatré film. Non è un numero da poco: è una dichiarazione d’intenti, un festival che non si accontenta di essere una vetrina ma vuole essere un vero e proprio laboratorio del cinema contemporaneo. La selezione ufficiale è stata annunciata il 9 luglio 2026 dalla sede del Luma Westbau di Zurigo, con una cerimonia che ha già fatto capire la direzione artistica di questa edizione: sguardo aperto, coraggio nelle scelte, attenzione costante a quelle voci che altrove faticano a trovare spazio.
I 17 titoli del Concorso Internazionale rappresentano il cuore pulsante del festival, quei film che si contenderanno il Pardo d’Oro davanti alla giuria internazionale. Otto prime mondiali sparse nel programma significano che Locarno non si limita a raccogliere quello che altri festival hanno già consacrato, ma continua a fare scouting, a scommettere, a mettere la propria reputazione su opere che il pubblico non ha ancora visto da nessuna parte. È questa la differenza tra un festival che conta e uno che si limita a esistere.
Per capire meglio la portata dell’evento e la sua storia settantanovennale, vale la pena consultare la scheda completa del festival su Italy Meets Hollywood, che offre un quadro dettagliato della selezione 2026 e del suo contesto internazionale.
Il nome che più ha fatto rumore nell’annuncio della selezione italiana è quello di Dario Albertini. Regista romano, classe 1981, Albertini non è certo un esordiente: il suo percorso nel cinema d’autore italiano è solido, costruito film dopo film con una coerenza stilistica che lo ha portato a essere riconosciuto come una delle voci più personali della sua generazione. Ma una world premiere in Piazza Grande a Locarno è comunque un salto di qualità, una consacrazione di fronte a un pubblico che in quella piazza sa essere tanto generoso quanto esigente.
Il film si intitola Armony e sarà presentato per la prima volta al mondo proprio sullo schermo gigante della Piazza Grande. Non è un dettaglio da poco: la Piazza Grande non è la sezione competitiva principale del festival, ma è il suo cuore emotivo, il luogo dove il cinema si trasforma in evento collettivo, dove migliaia di persone guardano insieme lo stesso film sotto il cielo aperto. Essere selezionati per la Piazza Grande significa che il film ha qualcosa di speciale, una capacità di comunicare con un pubblico vasto senza per questo rinunciare alla propria identità autoriale.
Armony è anche in concorso a Locarno 2026, il che significa che Albertini si gioca il Pardo d’Oro con una storia che evidentemente ha convinto la direzione artistica del festival. La doppia presenza — Piazza Grande e Concorso Internazionale — racconta di un’opera che riesce a stare su più livelli contemporaneamente: capace di emozionare il grande pubblico e al tempo stesso di reggere il confronto con il cinema d’autore internazionale più esigente.
Per chi non ci è mai stato, descrivere la Piazza Grande di Locarno durante il festival è quasi impossibile. Bisogna provarci comunque. Immaginate una piazza medievale svizzera, con i suoi portici, le sue facciate colorate, i suoi caffè che si svuotano man mano che si avvicina l’ora della proiezione. Poi immaginate ottomila sedie che si riempiono lentamente, famiglie con i bambini, cinefili con il programma del festival sgualcito in tasca, turisti capitati lì per caso che non sanno ancora cosa li aspetta. Poi cala il buio, lo schermo gigante si illumina, e per un paio d’ore ottomila persone smettono di essere individui e diventano un pubblico unico.
È questa la magia che il festival riesce a ripetere ogni estate, e che spiega perché una selezione in Piazza Grande sia considerata un onore particolare. Non tutti i grandi film funzionano in quella dimensione: ci vuole qualcosa di speciale, una capacità di dialogare con lo spazio aperto, con il rumore lontano della città, con le stelle vere che ogni tanto si vedono sopra lo schermo. Albertini con Armony ha evidentemente convinto i selezionatori di avere questo qualcosa.
La Piazza Grande ha ospitato nel corso degli anni prime mondiali di film che sono poi diventati punti di riferimento del cinema contemporaneo. È uno di quei luoghi dove la storia del cinema si scrive davvero, non solo si celebra. E ogni anno, quando si annuncia la selezione, c’è una domanda che i cinefili si fanno: chi sarà il film italiano in Piazza Grande? Quest’anno la risposta è Dario Albertini.
Locarno ha un rapporto speciale con il cinema italiano, e non solo per ragioni geografiche — anche se la vicinanza con il confine italiano e la tradizione italofona del Canton Ticino certamente contano. Il festival ha da sempre dimostrato una sensibilità particolare per il cinema della Penisola, non solo per i grandi nomi già affermati ma per quella zona grigia e fertile fatta di opere prime, di registi che cercano ancora la loro voce, di film che non troverebbero spazio nelle programmazioni più commerciali.
Questa vocazione alla scoperta è parte del DNA del festival fin dalle sue origini. Locarno non ha mai voluto essere Cannes o Venezia: ha scelto una strada diversa, più laterale, più disposta al rischio. E in questa scelta c’è una filosofia precisa: il cinema d’autore non si misura solo con i grandi budget o con i nomi già famosi, ma con la capacità di uno sguardo di dire qualcosa di nuovo sul mondo.
Il risultato è che nel corso dei decenni il festival ha lanciato o valorizzato registi italiani che poi sono diventati punti di riferimento della cinematografia nazionale. Essere selezionati a Locarno, specialmente in concorso o in Piazza Grande, è un segnale che arriva forte e chiaro al resto del mondo del cinema: questo regista vale la pena di essere seguito.
Settantanove anni di festival sono tanti. Abbastanza per attraversare la storia del cinema dal dopoguerra fino all’era dello streaming, dai film in bianco e nero alle produzioni digitali, dalla sala come unico luogo possibile per vedere un film alla moltiplicazione delle piattaforme. Locarno ha attraversato tutto questo rimanendo se stesso, il che non è affatto scontato.
La chiave del successo del festival, edizione dopo edizione, sta probabilmente in questa capacità di non inseguire le mode ma di anticiparle, o almeno di non esserne schiavi. Quando il cinema commerciale guardava altrove, Locarno scopriva nuovi autori. Quando il cinema d’autore rischiava di diventare un esercizio accademico, Locarno riportava al centro il piacere del racconto, la gioia della visione collettiva, la magia di quella piazza aperta sul cielo.
La settantanovesima edizione si inserisce in questa tradizione con una selezione che, stando ai numeri, è tra le più ricche di sempre. Duecentotrentatré film sono un programma che nessuno può vedere per intero, nemmeno i critici che seguono il festival dall’inizio alla fine. È un’offerta di abbondanza, quasi una dichiarazione filosofica: il cinema è vivo, il cinema è ovunque, il cinema non smette di sorprenderci.
Per chi volesse seguire il festival anche da lontano, il canale ufficiale del Locarno Film Festival su YouTube ha già pubblicato materiali legati all’annuncio della selezione, con interventi e presentazioni che danno un’idea del clima e delle aspettative di questa edizione.
Mancano ormai pochissimi giorni all’apertura. Il Locarno Film Festival 2026 aprirà i battenti il 5 agosto e chiuderà il 15, con la cerimonia di premiazione che assegnerà il Pardo d’Oro e gli altri riconoscimenti del concorso internazionale. Dieci giorni di cinema intenso, di proiezioni che iniziano la mattina e finiscono a notte fonda, di incontri tra registi e pubblico, di discussioni nei caffè della città che si prolungano fino all’alba.
Per il cinema italiano, la presenza di Dario Albertini con Armony in Piazza Grande e in concorso è certamente il punto di riferimento più visibile di questa edizione. Una world premiere in quella piazza ha un valore simbolico e pratico al tempo stesso: simbolico perché consacra il film davanti a uno dei pubblici più appassionati del mondo, pratico perché Locarno è un trampolino di lancio internazionale che apre porte in tutto il circuito festivaliero mondiale.
I 17 titoli del Concorso Internazionale si sfideranno su un terreno dove contano la visione, la coerenza stilistica, la capacità di dire qualcosa di necessario. Con 8 prime mondiali nel programma complessivo, il festival mantiene la sua scommessa sul cinema che non si è ancora visto, su quelle opere che potrebbero sorprendere, deludere, entusiasmare — ma che in ogni caso hanno qualcosa da dire.
In un panorama cinematografico sempre più dominato dalle piattaforme streaming, dai franchise, dai sequel e dai reboot, un festival come il Locarno Film Festival ha un senso preciso e prezioso. Non è nostalgia, non è resistenza passiva alla modernità: è la dimostrazione che esiste ancora un pubblico — ampio, curioso, internazionale — che vuole vedere film diversi, film che non arriveranno mai nei multiplex, film che raccontano il mondo in modi che le major hollywoodiane non si sogneranno mai di finanziare.
La Piazza Grande con i suoi ottomila posti è la risposta più eloquente a chiunque sostenga che il cinema d’autore sia un genere per pochi eletti. Ottomila persone che scelgono di sedersi all’aperto per vedere un film di un regista italiano — o argentino, o taiwanese, o senegalese — non sono un pubblico di nicchia. Sono la prova che il cinema, quando è buono, non ha bisogno di spiegazioni.
Il Locarno Film Festival 2026 si appresta dunque a scrivere un altro capitolo di questa storia lunga settantanove anni. Con Dario Albertini e Armony come uno dei suoi volti più attesi, con 233 film che aspettano di essere scoperti, con quella piazza che ogni sera si trasformerà nella sala più grande e più bella del mondo. Mettetevi comodi — o meglio, prenotate il volo per la Svizzera.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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