C’è un uomo che vende libri usati in una piazza di Roma, e che a un certo punto smette di guardare dall’altra parte. Sembra una premessa semplice, quasi quotidiana, eppure Gianni Amelio ci costruisce intorno uno dei film italiani più attesi dell’autunno 2026: Nessun dolore, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 83 (2–12 settembre 2026) e in sala dal 24 settembre 2026. Con Alessandro Borghi e Valeria Golino protagonisti, il nessun dolore film venezia di quest’anno che più ha fatto parlare di sé è anche quello che, forse, fa più male — nel senso migliore del termine.
Per capire il peso specifico di Nessun dolore, bisogna partire da chi l’ha fatto. Gianni Amelio è uno di quei registi italiani che non si accontentano mai di raccontare storie: vogliono capire cosa succede quando una storia ti tocca davvero, quando non puoi più fingere di non aver visto. Lo ha fatto con Lamerica, con Il ladro di bambini, con Così ridevano — film che hanno lasciato un segno profondo nella storia del cinema italiano e che tornano in mente, inevitabilmente, guardando il suo nuovo lavoro.
Amelio appartiene a quella generazione di autori cresciuta con l’idea che il cinema abbia una responsabilità civile, che la macchina da presa non sia solo uno strumento narrativo ma anche uno strumento morale. Non è un moralista nel senso deteriore del termine — non punta il dito, non distribuisce patenti di buona coscienza — ma è un regista che si ostina a mettere lo spettatore in una posizione scomoda, a togliergli le scuse. E Nessun dolore, già dal titolo, sembra voler fare esattamente questo: prometterti che non farà male, e poi farti capire che il dolore era già lì, nascosto sotto l’indifferenza.
Il fatto che il film sia stato presentato fuori concorso a Venezia 83 non deve trarre in inganno. La sezione fuori concorso della Mostra non è un ripiego: è spesso lo spazio in cui i grandi autori presentano opere che non hanno bisogno di competere per affermarsi, perché parlano già da sole. Amelio ha scelto — o ha accettato — questa collocazione, e il risultato è che Nessun dolore ha potuto respirare a Venezia senza la pressione del Leone, godendosi l’attenzione della critica e del pubblico in modo più libero.
Il protagonista del film si chiama Davide, ed è interpretato da Alessandro Borghi. Vende libri usati in una piazza di Roma — uno di quei mestieri che sembrano fuori dal tempo, anacronistici, quasi romantici. Ma Amelio non usa questo dettaglio per costruire un personaggio pittoresco: lo usa per costruire un personaggio che ha trovato il suo modo di stare nel mondo senza troppi attriti, una specie di equilibrio fragile fatto di routine e distanza emotiva.
Poi qualcosa cambia. Davide comincia a entrare in contatto con i migranti che popolano quella stessa piazza, quello stesso spazio urbano che lui frequenta ogni giorno senza davvero vedere. E gradualmente, quasi senza che lui se ne accorga, li accoglie. Non è un gesto eroico, non è una scelta ideologica dichiarata: è qualcosa di più sottile e più difficile da raccontare, che ha a che fare con il momento preciso in cui l’indifferenza smette di essere sostenibile.
Il tema dell’immigrazione nel cinema italiano ha una storia lunga e spesso controversa. Troppo spesso i migranti sono stati raccontati come simboli, come masse, come problemi da risolvere o da compiangere, raramente come individui con una storia propria. Amelio conosce questo rischio meglio di chiunque altro — lo ha già navigato in passato — e la scelta di mettere al centro del racconto non il migrante ma chi lo guarda, chi deve decidere se continuare a non vedere, è una mossa narrativa intelligente e onesta. Nessun dolore non pretende di raccontare l’esperienza della migrazione dall’interno: racconta l’esperienza di chi sta fuori e deve fare i conti con se stesso.
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Parlare di Nessun dolore film venezia senza soffermarsi sul cast sarebbe un errore. Alessandro Borghi è oggi uno degli attori italiani più interessanti della sua generazione, capace di muoversi con disinvoltura tra cinema d’autore e produzioni di grande visibilità senza perdere mai una certa intensità di fondo. Il suo Davide, così come è stato descritto, sembra costruito su quella capacità che Borghi ha di trasmettere il conflitto interiore senza esplicitarlo, di far sentire allo spettatore il peso di una decisione anche quando il personaggio non la sta ancora prendendo consapevolmente.
È un attore che lavora molto sul silenzio, sulle pause, su quello che non viene detto — e questo lo rende perfetto per un personaggio come Davide, che per gran parte del film probabilmente non sa ancora cosa sta facendo o perché lo sta facendo. L’indifferenza che si sgretola non fa rumore: è un processo lento, quasi impercettibile, e Borghi è il tipo di attore che sa rendere visibile l’invisibile.
Al suo fianco c’è Valeria Golino, co-protagonista di un film che con lei guadagna immediatamente un altro livello di profondità. Golino è una delle poche attrici italiane capaci di portare sullo schermo una complessità autentica senza mai scivolare nella caricatura, senza mai fare della propria bravura uno spettacolo fine a se stesso. La sua presenza in Nessun dolore è una garanzia di qualità, ma anche un segnale preciso: Amelio non voleva un film a una voce sola, voleva un dialogo, una tensione, un confronto tra punti di vista diversi sulla stessa realtà.
Nel cast figura anche Valerio Mastandrea, attore romano che negli ultimi anni ha saputo costruirsi un profilo autoriale sempre più riconoscibile, capace di scegliere i progetti con una cura quasi maniacale. La sua presenza aggiunge un ulteriore elemento di interesse a un ensemble già notevole, e fa pensare che il film di Amelio abbia una struttura narrativa più articolata di quanto la premessa di base possa suggerire.
Il cuore tematico di Nessun dolore è l’indifferenza — non come vizio privato ma come postura collettiva, come modo di stare nel mondo contemporaneo che ci protegge dal dolore altrui a costo di renderci progressivamente meno umani. È un tema che Amelio affronta in un momento storico in cui la questione migratoria è al centro del dibattito pubblico europeo e italiano, ma lo fa — almeno a giudicare da quanto emerge dalla sua presentazione a Venezia — senza la retorica che spesso accompagna questi argomenti.
Il titolo stesso è una dichiarazione d’intenti. Nessun dolore: come se il film volesse partire dalla promessa impossibile che si fa a se stessi quando si decide di non guardare, di non sentire, di non lasciarsi toccare. Ma il dolore c’è, eccome. È il dolore di chi non riesce più a ignorare quello che vede. È il dolore di chi capisce che l’indifferenza ha un costo, e che quel costo si paga nel tempo, lentamente, in modi che non si vedono subito ma che si sentono.
Amelio ha sempre avuto la capacità di trasformare le grandi questioni in storie personali, di trovare il punto di contatto tra il macro e il micro, tra la storia collettiva e l’esperienza individuale. In Nessun dolore, quella storia individuale è quella di Davide: un uomo qualunque, né eroe né villain, che si trova a dover scegliere — o che si trova, più esattamente, a non poter più non scegliere.
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La scelta di ambientare il film a Roma, in una piazza dove un uomo vende libri usati, non è casuale. Roma è una città che porta i segni di tutte le sue storie, una città dove il passato e il presente convivono in modo spesso caotico, dove le contraddizioni dell’Italia contemporanea si manifestano con una chiarezza quasi brutale. È anche una città che ha vissuto in modo diretto le trasformazioni legate ai flussi migratori degli ultimi decenni, una città dove le piazze sono spesso luoghi di incontro e di scontro tra mondi diversi.
Scegliere una piazza romana come spazio narrativo principale significa scegliere un luogo che è già di per sé un campo di forze, un posto dove le dinamiche sociali si rendono visibili in modo immediato. E il fatto che il protagonista venda libri usati — oggetti che portano con sé le tracce di chi li ha posseduti prima, storie dentro le storie — aggiunge un ulteriore strato di significato a un film che sembra costruito su rimandi e risonanze.
Il cinema italiano ha una tradizione lunga e gloriosa di film ambientati per strada, di storie che nascono dal contatto diretto con la realtà urbana. Amelio si inserisce in questa tradizione con consapevolezza, ma la aggiorna, la porta nel presente, la misura con le domande che il presente pone.
La presenza di Nessun dolore alla Mostra del Cinema di Venezia 83 è anche un segnale importante per il cinema italiano in generale. In un momento in cui il cinema d’autore nazionale fatica a trovare spazio e visibilità, un film come questo — firmato da un regista della statura di Amelio, con un cast di primo piano, su temi di stretta attualità — dimostra che c’è ancora una vitalità, una capacità di fare cinema che conta, che non si limita a intrattenere ma che prova a capire.
La Mostra di Venezia rimane il festival più importante per il cinema italiano, il luogo in cui le opere nazionali vengono misurate con il meglio della produzione internazionale e in cui si costruisce buona parte della reputazione critica di un film prima della sua uscita in sala. Per Nessun dolore, la presentazione fuori concorso a Venezia 83 è stata il trampolino verso il grande pubblico: il film esce nelle sale il 24 settembre 2026, a pochi giorni dalla chiusura del festival, in una finestra temporale che punta a capitalizzare l’attenzione generata dalla Mostra.
Per chi volesse approfondire il contesto della Mostra e il programma completo di Venezia 83, il riferimento ufficiale resta il sito della Biennale di Venezia, che raccoglie tutte le informazioni sulle sezioni, i film e gli eventi collaterali.
C’è un tipo di film che non ti lascia in pace dopo che l’hai visto, che continua a lavorare sottotraccia, a farti tornare in mente certi fotogrammi, certe facce, certi silenzi. Nessun dolore ha tutti i presupposti per essere uno di questi film. Non perché sia un film facile — non lo è, e probabilmente non vuole esserlo — ma perché affronta con onestà e con coraggio un tema che ci riguarda tutti, che riguarda il modo in cui scegliamo di stare nel mondo.
Amelio, Borghi, Golino, Mastandrea: sono nomi che da soli basterebbero a giustificare una visita in sala. Ma il vero motivo per andare a vedere Nessun dolore è più semplice e più urgente: perché parla di noi, di quello che vediamo ogni giorno e di quello che scegliamo di non vedere. E perché, come suggerisce il titolo con la sua ironia amara, il dolore — quello vero, quello che viene dall’indifferenza — è già lì, che aspetta di essere riconosciuto. Il nessun dolore film venezia di Gianni Amelio arriva in sala il 24 settembre: mettetevi comodi, ma non troppo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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