Ci sono ritorni che si misurano in anni e ritorni che si misurano in peso specifico. Quello di Lee Chang-dong alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia appartiene decisamente alla seconda categoria: ventiquattro anni di assenza, un solo film nel mezzo — il magnifico Burning — e ora Possible Love in concorso alla 83ª edizione del festival lagunare, con una première il 6 settembre 2026 che si è conclusa con sei minuti di standing ovation. Per chi segue il cinema asiatico con passione, l’evento legato a Lee Chang-dong Venezia 2026 è stato probabilmente il momento più atteso dell’intera stagione festivaliera.
Per capire il peso di questo ritorno bisogna tornare al 2002, quando Lee Chang-dong presentò al Lido Oasis, il film che racconta la storia d’amore impossibile tra un giovane uscito di prigione e una donna con paralisi cerebrale. Fu un film spiazzante, coraggioso, capace di ribaltare ogni aspettativa narrativa con una brutalità emotiva che lasciò il pubblico veneziano senza fiato. Oasis non passò inosservato: vinse il Premio Speciale della Giuria e il Premio per la Miglior Regia nella sezione Orizzonti, confermando Lee Chang-dong come una delle voci più originali del panorama cinematografico mondiale.
Poi, il silenzio. O meglio, un’attività che non si è mai fermata del tutto — il regista ha continuato a lavorare, anche come Ministro della Cultura in Corea del Sud — ma che sul fronte della regia ha prodotto pochi, densissimi titoli. Dopo Oasis è arrivato Secret Sunshine nel 2007, poi Poetry nel 2010, e infine Burning nel 2018: quattro film in sedici anni, ognuno dei quali ha lasciato un segno profondo nella storia del cinema contemporaneo. Otto anni separano Burning da Possible Love, un lasso di tempo che per qualsiasi altro regista potrebbe sembrare preoccupante, ma che per Lee Chang-dong è semplicemente il ritmo con cui lavora, il tempo che si prende per avere qualcosa di necessario da dire.
Il fatto che abbia scelto Venezia per presentare il suo nuovo lavoro non è casuale. La Mostra è il festival cinematografico più antico del mondo, ha una tradizione di attenzione al cinema d’autore asiatico che risale a decenni fa, e rappresenta per Lee Chang-dong un luogo di riconoscimento che ha un valore quasi sentimentale. Tornare qui, dopo ventiquattro anni, con un film in concorso, è un gesto che dice molto sulla fiducia che il regista ripone in questo lavoro.
Una delle caratteristiche più immediatamente visibili di Possible Love — titolo originale coreano Ga-neung-han sa-rang — è la straordinaria concentrazione di talento nel suo cast. Sul Kyung-gu, Jeon Do-yeon, Cho Yeo-jeong e Zo In-sung: quattro nomi che, presi singolarmente, basterebbero ciascuno a garantire attenzione critica a qualsiasi progetto.
Sul Kyung-gu è uno degli attori più rispettati del cinema coreano, capace di interpretare ruoli di una complessità morale straordinaria con una naturalezza disarmante. Jeon Do-yeon è la vincitrice della Palma d’Oro a Cannes per Secret Sunshine — proprio il film di Lee Chang-dong del 2007 — e il fatto che torni a lavorare con lui a distanza di quasi vent’anni è già di per sé una notizia. Cho Yeo-jeong è conosciuta a livello internazionale per il suo ruolo in Parasite di Bong Joon-ho, il film che nel 2019 ha vinto la Palma d’Oro e l’Oscar come Miglior Film, aprendo le porte del cinema coreano a un pubblico globale che prima ne aveva solo una conoscenza parziale. Zo In-sung, infine, è uno degli attori più versatili della sua generazione, capace di muoversi tra commedia, melodramma e thriller con una disinvoltura rara.
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Riunire questi quattro interpreti in un unico film è già un’operazione di per sé significativa, che riflette la capacità di Lee Chang-dong di attrarre i migliori talenti disponibili. La standing ovation di sei minuti registrata alla première del 6 settembre 2026 al Lido ha confermato che il risultato sullo schermo è all’altezza delle aspettative generate da un simile ensemble.
La 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in corso dal 2 al 12 settembre 2026, ha nel ritorno di Lee Chang-dong uno dei suoi momenti più carichi di significato. Il festival lagunare ha da sempre una vocazione particolare per il cinema che non si accontenta di raccontare storie, ma vuole interrogarsi sulla condizione umana con strumenti che solo il grande schermo sa offrire. È precisamente in questo solco che si inserisce il lavoro del regista coreano.
Seguire la carriera di Lee Chang-dong significa abituarsi a film che non concedono nulla alla facilità, che scelgono i loro protagonisti tra le persone che la società tende a ignorare o a giudicare, e che costruiscono le loro storie con una pazienza narrativa che in un’epoca dominata dalla velocità dello streaming sembra quasi rivoluzionaria. Secret Sunshine raccontava il dolore di una madre e la complessità ambigua della fede religiosa. Poetry seguiva una donna anziana che scopre la scrittura mentre la sua memoria inizia a sfaldarsi. Burning — forse il suo film più discusso degli ultimi anni, presentato a Cannes 2018 dove ricevette il punteggio più alto nella storia del sistema di votazione della critica della rivista Screen International — costruiva una tensione quasi insostenibile attorno a tre personaggi e a un mistero che non si risolve mai del tutto.
Con Possible Love, Lee Chang-dong torna a Venezia dopo ventiquattro anni portando un titolo che già nella sua formulazione contiene una domanda. Ga-neung-han sa-rang: amore possibile. Non amore certo, non amore realizzato, ma amore nella sua dimensione di possibilità, di potenziale, di qualcosa che potrebbe essere o non essere. È un titolo che suggerisce riflessione piuttosto che affermazione, e che si inserisce perfettamente nella tradizione di un cinema che non offre risposte ma pone domande con una precisione chirurgica.
Tra Burning e Possible Love sono passati otto anni. Per chiunque segua il cinema d’autore, questa non è una sorpresa: Lee Chang-dong ha sempre lavorato con tempi lunghi, prendendosi lo spazio necessario per sviluppare i suoi progetti con la profondità che richiedono. Tra Poetry (2010) e Burning (2018) erano passati altrettanti anni. Tra Secret Sunshine (2007) e Poetry ne erano trascorsi tre. Il suo è un cinema che si nutre di meditazione, di elaborazione lenta, di un rapporto con la materia narrativa che non si lascia accelerare dalle pressioni del mercato.
Questo approccio ha un costo in termini di quantità — la filmografia di Lee Chang-dong è volutamente esigua — ma produce una densità e una coerenza stilistica che pochi registi contemporanei possono vantare. Ogni suo film è pensato come un’opera compiuta, non come un episodio di una carriera in corso. Ogni scelta, dal cast alla sceneggiatura, dalla fotografia al montaggio, porta il segno di una riflessione che va ben oltre la contingenza produttiva.
Il fatto che Possible Love arrivi dopo otto anni di silenzio registico rende la sua presenza in concorso a Venezia ancora più significativa. Non è un film che si è fatto per mantenere una visibilità o per rispettare un contratto: è un film che esiste perché il suo autore aveva qualcosa da dire e ha aspettato di essere pronto per dirlo nel modo giusto. In un panorama cinematografico sempre più dominato dalla logica della serialità e della produzione continua, questo tipo di rigore è raro e prezioso.
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Tra tutti gli elementi del cast di Possible Love, la presenza di Jeon Do-yeon merita una riflessione particolare. L’attrice coreana è una delle più premiate della sua generazione: la Palma d’Oro vinta a Cannes nel 2007 per la sua interpretazione in Secret Sunshine — diretta proprio da Lee Chang-dong — rimane uno dei riconoscimenti più importanti mai ottenuti da un’attrice asiatica al festival francese.
Il fatto che Jeon Do-yeon torni a lavorare con il regista che le ha dato il ruolo della vita, a quasi vent’anni di distanza, crea una circolarità narrativa che va oltre il semplice dato biografico. È la conferma di un rapporto artistico che evidentemente non si è mai esaurito, che ha continuato a maturare nel tempo e che ora trova una nuova espressione in Possible Love. Per il pubblico veneziano che ha assistito alla première del 6 settembre 2026, vedere Jeon Do-yeon di nuovo sotto la direzione di Lee Chang-dong deve essere stato un momento di cinema nel senso più pieno del termine.
Accanto a lei, Cho Yeo-jeong porta in dote la sua esperienza internazionale maturata dopo Parasite, mentre Sul Kyung-gu e Zo In-sung completano un quartetto che copre generazioni diverse del cinema coreano, dai veterani ai protagonisti della scena contemporanea. È un cast che racconta, nella sua composizione, la storia stessa del cinema coreano degli ultimi trent’anni.
Sei minuti. Tanto è durata la standing ovation che ha accolto Possible Love alla sua première veneziana. Non è un dettaglio marginale: le ovazioni al Lido sono un termometro sensibile della risposta del pubblico e della critica, e sei minuti di applausi per un film in concorso rappresentano un segnale inequivocabile. Il pubblico della Mostra — fatto di critici, giornalisti, professionisti del settore e cinefili appassionati — non è un pubblico che si entusiasma facilmente, e la lunghezza di un’ovazione dice spesso più di mille recensioni.
Per Lee Chang-dong, questo ritorno a Venezia 2026 ha il sapore di una conferma e di un nuovo inizio allo stesso tempo. Conferma perché dimostra che il suo cinema, con i suoi ritmi lenti e la sua esigenza morale, trova ancora un pubblico capace di riconoscerne il valore. Nuovo inizio perché Possible Love — con il suo cast inedito, con i suoi otto anni di gestazione — è chiaramente un film che guarda avanti, che cerca nuove forme per raccontare qualcosa di essenziale sulla condizione umana contemporanea.
Il resoconto della première pubblicato da Variety ha documentato la risposta del Lido con la precisione che ci si aspetta da una delle testate cinematografiche più autorevoli al mondo, confermando che Possible Love è uno dei titoli più discussi di questa edizione della Mostra.
Ventiquattro anni sono un tempo lungo, abbastanza lungo da trasformare un grande regista in un maestro. Lee Chang-dong è tornato al Lido non come un veterano che ripercorre i suoi fasti, ma come un autore ancora pienamente in gioco, capace di sorprendere con un film che porta quattro dei migliori attori coreani in vita davanti alla sua macchina da presa e li fa incontrare con la stessa intensità che ha sempre caratterizzato il suo sguardo sul mondo. Possible Love è già, a tutti gli effetti, uno degli eventi cinematografici del 2026.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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