C’è un momento, in certi sport antichi, in cui la brutalità fisica si dissolve e lascia spazio a qualcosa di difficile da nominare. Il sumo è forse l’esempio più estremo di questa contraddizione: due corpi enormi che si scontrano in pochi secondi su un cerchio di sabbia, eppure dietro quella collisione c’è un universo di disciplina, sacrificio e sacralità che il grande pubblico occidentale non ha quasi mai avuto modo di vedere davvero. Erik Shirai, regista di origini giapponesi cresciuto a Brooklyn, ha deciso di attraversare quella soglia e il risultato è Sumo: Spirit Weighs Nothing, un sumo documentario che ha fatto il suo ingresso nella sezione Spotlight della Venezia 83, il festival che si è tenuto dal 2 al 12 settembre 2026, e che già si candida a essere uno dei titoli più sorprendenti dell’anno.
Per capire perché Sumo: Spirit Weighs Nothing funziona, bisogna capire chi è Erik Shirai. Nato e cresciuto negli Stati Uniti ma con radici giapponesi profonde, Shirai ha sempre navigato tra due culture, due sistemi di valori, due modi di stare al mondo. Questa doppia appartenenza non è un dettaglio biografico secondario: è la chiave di volta del suo cinema. Quando si avvicina al Giappone, lo fa con gli occhi di chi riconosce qualcosa di familiare ma non lo dà mai per scontato, con la curiosità di chi sa che c’è sempre uno strato più profondo da scoprire.
Il suo percorso nel documentario ha già prodotto almeno un lavoro notevole. The Birth of Sake, uscito nel 2015, era un ritratto intimo e paziente della produzione artigianale del sake in Giappone: un film che seguiva i maestri distillatori nelle loro routine quotidiane, nei loro silenzi, nelle loro fatiche. Quel documentario aveva convinto la critica al punto da ottenere una menzione speciale della giuria al Tribeca Film Festival e il premio come miglior documentario al Palm Springs International Film Festival. Non è poco, per un’opera prima che parlava di fermentazione del riso. Ma Shirai aveva già dimostrato allora la sua capacità di trasformare un mestiere antico in un racconto universale sull’identità, sulla tradizione e sul tempo.
Con Sumo: Spirit Weighs Nothing, alza ulteriormente la posta. Il sumo non è il sake: è uno sport che porta con sé una pressione mediatica, un sistema gerarchico rigidissimo, un immaginario pop spesso distorto. Shirai non si è lasciato intimidire. Anzi, ha scelto di andare proprio là dove la distorsione è più forte, per smontarla dall’interno.
Il dohyo — il cerchio di argilla elevata su cui si combatte — è uno spazio sacro nel senso più letterale del termine. Prima di ogni incontro, i lottatori compiono rituali che affondano le radici nello shintoismo: la purificazione con il sale, i gesti codificati, la concentrazione quasi meditativa. Per il pubblico occidentale, queste immagini sono spesso ridotte a folklore esotico, a cornice pittoresca di un combattimento che sembra tutto muscoli e chili. Shirai rovescia questa prospettiva e fa del rituale non il contorno ma il cuore pulsante del film.
Il documentario esplora la spiritualità e il sacrificio come dimensioni inscindibili dalla pratica del sumo. Non si tratta di una scelta retorica o di un espediente narrativo: Shirai mostra concretamente come la vita di un lottatore di sumo sia strutturata attorno a una disciplina totale, che non lascia spazio a quasi nulla che non sia l’allenamento, la gerarchia e la preparazione mentale. Le sveglie all’alba, le sessioni di allenamento estenuanti, i pasti rituali, le relazioni di potere all’interno dello heya — la scuola di sumo dove i lottatori vivono e si allenano insieme — tutto questo viene restituito con una precisione etnografica che non scivola mai nel voyeurismo.
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La durata di 99 minuti è calibrata con intelligenza: abbastanza per immergersi nel mondo che il film racconta, senza cedere alla tentazione di esaurire ogni angolo. Shirai sa quando indugiare e quando tagliare, e questa capacità ritmica è uno dei segni più evidenti della sua maturità come autore.
A differenza di molti documentari sportivi che costruiscono la narrazione attorno a un singolo protagonista-eroe, Sumo: Spirit Weighs Nothing sceglie una struttura corale. Il film segue quattro lottatori: Terunofuji Haruo, Hiradoumi Yuki, Yonezawaryu Daiki e Kosei Motomura. Quattro percorsi diversi, quattro modi di abitare lo stesso universo spietato.
Terunofuji Haruo è il nome più noto tra i quattro: un lottatore che ha vissuto una delle carriere più drammatiche e discontinue della storia recente del sumo, segnata da infortuni devastanti e da ritorni che sembravano impossibili. La sua presenza nel film porta con sé tutto il peso di una carriera costruita sulla resistenza, sulla capacità di ricominciare quando il corpo sembra non voler più collaborare. È il tipo di storia che il cinema sportivo ama, ma Shirai si guarda bene dal trasformarla in un racconto trionfalistico: la realtà è più complicata, più ambigua, e il film ha il coraggio di restare in quella zona grigia.
Gli altri tre lottatori — Hiradoumi Yuki, Yonezawaryu Daiki e Kosei Motomura — rappresentano stadi diversi della carriera e dell’esperienza nel sumo. C’è chi è alle prese con l’ascesa, chi con la stasi, chi con la ridefinizione della propria identità dentro e fuori dal dohyo. Insieme, costruiscono un affresco che restituisce la complessità di uno sport in cui il successo è rarissimo e il fallimento è la norma, non l’eccezione. Il film non giudica, non consola: osserva, con quella pazienza che è la cifra stilistica di Shirai.
Un documentario di accesso privilegiato come questo vive o muore sulla qualità dello sguardo visivo. Sumo: Spirit Weighs Nothing può contare su una fotografia firmata da Hiroshi Hara e dallo stesso Erik Shirai, una scelta che dice già molto sull’approccio del regista: non delegare la visione, ma essere presente fisicamente nello spazio che si racconta.
Le immagini che emergono dalle descrizioni del film oscillano tra due registri apparentemente opposti. Da un lato, c’è la grandiosità quasi rituale degli incontri ufficiali, con il dohyo illuminato e il pubblico in silenzio teso. Dall’altro, c’è la quotidianità spoglia e spesso dura della vita nella heya: i corpi che faticano, il sudore, la stanchezza, i momenti di vulnerabilità che raramente finiscono nelle trasmissioni televisive. Questa oscillazione non è casuale: è il modo in cui Shirai costruisce il suo argomento visivo, dimostrando che il sacro e il brutale non si escludono, ma si alimentano a vicenda.
La coproduzione internazionale del film — Giappone, USA, Danimarca e Gran Bretagna — e la sua produzione tramite ESPN, Rise Films, Real Lava e Generation11 garantiscono risorse adeguate a un progetto di questa ambizione. Non è un documentario fatto con mezzi di fortuna: è un’opera che ha avuto il tempo e il budget per costruire la fiducia con i suoi soggetti, per aspettare i momenti giusti, per tornare quando necessario.
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La presenza di Sumo: Spirit Weighs Nothing alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Spotlight non è un dettaglio marginale. Venezia 83 si è confermata come uno dei festival più attenti alla non-fiction di qualità, e la sezione Spotlight è pensata proprio per ospitare opere che meritano visibilità internazionale senza necessariamente competere per il Leone d’Oro. È uno spazio che valorizza il cinema documentario in modo esplicito, riconoscendone il peso culturale e artistico.
Per Shirai, la selezione a Venezia rappresenta una consacrazione sul piano europeo che va ben oltre il riconoscimento americano già ottenuto con The Birth of Sake. Il festival lagunare porta con sé un’attenzione critica e mediatica che può aprire porte importanti per la distribuzione internazionale del film, e in un caso come questo — un documentario su uno sport di nicchia per il pubblico occidentale, ma di enorme profondità culturale — quella visibilità è fondamentale.
C’è anche un discorso più ampio che vale la pena fare. Il fatto che un sumo documentario arrivi a Venezia e generi interesse critico genuino dice qualcosa su come il cinema non-fiction stia evolvendo. Non si tratta più solo di reportage o di inchieste: il documentario contemporaneo è sempre più capace di costruire mondi, di creare empatia profonda, di porre domande filosofiche attraverso la concretezza delle storie individuali. Sumo: Spirit Weighs Nothing appartiene a questa tradizione, e il fatto che lo faccia partendo da un angolo così specifico e poco esplorato lo rende ancora più prezioso.
Il titolo del film — Spirit Weighs Nothing, “lo spirito non pesa niente” — è una delle scelte più intelligenti che Shirai potesse fare. In uno sport in cui il peso corporeo è una variabile tattica fondamentale, in cui i lottatori costruiscono letteralmente la loro massa come strumento di lavoro, affermare che lo spirito non ha peso è un atto quasi sovversivo. È un modo per dire che ciò che conta davvero non si misura in chili, non si vede sui tabelloni, non finisce nelle statistiche.
Questa tensione tra il fisico e il metafisico è il motore narrativo del film. Shirai non propone risposte facili: non dice che la spiritualità vince sulla brutalità, né che la brutalità è solo una maschera della spiritualità. Lascia che i due piani coesistano, si contraddicano, si intreccino. E in questo lascia che siano i lottatori stessi a parlare, con i loro corpi, con i loro silenzi, con le loro storie di sacrificio e di identità costruita attorno a una disciplina totale.
Il tema dell’identità è forse quello che risuona di più in un contesto contemporaneo. Chi sceglie di dedicare la propria esistenza al sumo non sta solo scegliendo uno sport: sta scegliendo un modo di essere nel mondo, un sistema di valori, una comunità chiusa e gerarchica che richiede una sottomissione quasi totale. Per i lottatori stranieri — e il sumo ne ha accolti sempre di più negli ultimi decenni — questa scelta ha anche una dimensione di sradicamento culturale, di negoziazione continua tra ciò che si è e ciò che si deve diventare. Il film tocca queste corde con delicatezza e senza sentimentalismi.
Chi cerca un documentario sportivo convenzionale, fatto di highlight e interviste trionfalistiche, probabilmente resterà disorientato davanti a Sumo: Spirit Weighs Nothing. Ma chi è disposto a lasciarsi portare dentro un mondo sconosciuto, a stare con l’incertezza e con la complessità, troverà in questo film di Erik Shirai uno dei lavori non-fiction più rigorosi e coinvolgenti che il 2026 abbia finora offerto. Un sumo documentario che non si accontenta di mostrare: vuole far sentire, far capire, far pesare — nel senso migliore possibile — ogni singola scelta di vita dei suoi protagonisti. Mettetevi comodi: ne vale ogni minuto dei suoi 99.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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