C’è un cineasta europeo che, con ostinazione quasi monacale, continua a scavare nel ventre del Novecento come se quella storia non avesse ancora finito di parlare. Paweł Pawlikowski torna con Fatherland, il film che chiude la sua trilogia storica iniziata con Ida nel 2013, e lo fa con la stessa potenza visionaria che gli ha già valso riconoscimenti internazionali di primo piano. Il regista polacco ha presentato il film al Festival di Cannes 2026, dove ha conquistato il Premio per la Miglior Regia, e il 16 ottobre 2026 la pellicola è arrivata nelle sale. Un evento cinematografico che vale il biglietto, l’attesa e qualche ora di riflessione dopo.
Per capire il peso specifico di Fatherland, bisogna fare un passo indietro e ripercorrere il cammino che Pawlikowski ha tracciato con pazienza certosina negli ultimi tredici anni. Tutto comincia con Ida nel 2013: un film in bianco e nero, in formato quasi quadrato, che racconta la storia di una giovane novizia polacca alle prese con la scoperta delle proprie origini ebraiche nell’immediato dopoguerra. La critica internazionale rimase senza parole. Non era solo la bellezza formale delle inquadrature — quella composizione rigorosa, quei silenzi che pesavano come macigni — era la capacità di trasformare la storia collettiva in dramma individuale, intimo, irrisolvibile. Ida vinse l’Oscar come Miglior Film Straniero nel 2015 e consacrò Pawlikowski come una delle voci più originali del cinema mondiale.
Poi arrivò Cold War nel 2018, storia d’amore impossibile tra due musicisti polacchi divisi dalla cortina di ferro, dai decenni e da se stessi. Ancora bianco e nero, ancora quel formato stretto che sembra comprimere i personaggi dentro la cornice come se il mondo stesso li soffocasse. Cold War vinse il Premio per la Miglior Regia a Cannes, confermando che Pawlikowski non era un fuoco di paglia ma un autore con una visione precisa e irrinunciabile. La trilogia era già, in quel momento, qualcosa di raro: un progetto coerente, stilisticamente unitario, capace di guardare al Novecento europeo senza nostalgia facile né semplificazioni ideologiche.
Con Fatherland, il cerchio si chiude. E lo fa in modo inaspettato, spostando il fuoco dalla Polonia alla Germania, dalla storia anonima dei senza nome alla vita di uno degli intellettuali più celebri del XX secolo.
Il film è tratto da un episodio del romanzo The Magician di Colm Tóibín, lo scrittore irlandese che nel 2021 aveva restituito al grande pubblico la figura di Thomas Mann attraverso una biografia romanzata di straordinaria profondità. Pawlikowski prende uno spicchio di quella storia e lo trasforma in cinema: Fatherland segue Thomas e Erika Mann mentre attraversano la Germania del dopoguerra, un paese sconfitto, umiliato, irriconoscibile.
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Non è un biopic nel senso convenzionale del termine. Pawlikowski non è interessato alla cronaca dei fatti, alle date, ai discorsi pubblici. Lo interessa la zona grigia dell’anima, quella parte di noi che reagisce alla storia con ambivalenza, con dolore, con sensi di colpa che non trovano nome. Al centro del film c’è il rapporto di Thomas Mann con sua figlia Erika, con la nazione tedesca che lo ha generato e che lui ha rifiutato durante gli anni del nazismo, e soprattutto con la tragedia del suicidio del figlio Klaus. Tre livelli di relazione — filiale, nazionale, esistenziale — che Pawlikowski intreccia con la maestria di chi sa che le grandi storie si raccontano sempre per sottrazione.
Il film dura poco più di 80 minuti. Una scelta che, conoscendo il regista, non sorprende: Pawlikowski ha sempre creduto che il cinema sia anche disciplina, capacità di togliere piuttosto che aggiungere. Ogni scena conta, ogni inquadratura ha il suo peso specifico. Non c’è un fotogramma di troppo.
Come in Ida e in Cold War, anche Fatherland è girato in bianco e nero. Una scelta estetica che ormai è diventata la firma riconoscibile di questa trilogia, ma che in ogni capitolo acquista una valenza diversa. In Ida il bianco e nero evocava la fotografia d’archivio, la memoria fragile, i volti dimenticati della storia polacca. In Cold War diventava lo spazio visivo dell’impossibilità, del desiderio che non trova compimento. In Fatherland, applicato alla Germania del dopoguerra, il bianco e nero assume un significato quasi documentaristico: quelle macerie, quei paesaggi devastati, quei volti segnati appartengono a un mondo che il colore non potrebbe restituire senza tradire.
C’è qualcosa di profondamente onesto nella scelta di Pawlikowski. Il Novecento europeo, con i suoi orrori e le sue contraddizioni, non si lascia addomesticare dalla palette cromatica del presente. Il bianco e nero è un atto di rispetto nei confronti della complessità storica, un modo per dire: questa storia è seria, e io la tratto con serietà.
La vittoria del Premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes 2026 con Fatherland non è solo un riconoscimento per un singolo film: è la consacrazione definitiva di un percorso artistico lungo e coerente. Pawlikowski è uno di quei registi che non insegue le mode, non si adegua alle logiche di mercato, non sacrifica la propria visione sull’altare della spettacolarità facile. E Cannes, che di autori ne ha visti passare molti, ha riconosciuto in lui qualcosa di raro: la fedeltà assoluta a un progetto.
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Vale la pena ricordare che già con Cold War il regista aveva portato a casa il Premio per la Miglior Regia sulla Croisette. Vincere due volte nella stessa sezione con film diversi ma appartenenti allo stesso universo artistico è un fatto quasi senza precedenti nella storia recente del festival. Dice qualcosa non solo sul talento di Pawlikowski, ma sulla coerenza con cui ha costruito la sua trilogia come un organismo unico, capace di respirare e crescere nel tempo.
La scelta di adattare un episodio di The Magician di Colm Tóibín è, in sé, un gesto culturale significativo. Tóibín è uno degli scrittori irlandesi più rispettati della sua generazione, capace di entrare nella psicologia dei suoi personaggi con una delicatezza chirurgica. Il suo romanzo su Thomas Mann è un’opera che rifiuta la monumentalizzazione del grande scrittore per restituirne l’umanità contraddittoria: le ambizioni, i silenzi, le viltà, i momenti di grazia.
Pawlikowski, leggendo Tóibín, ha trovato un materiale perfettamente allineato alla sua sensibilità. Entrambi sono interessati a ciò che la storia fa alle persone, non alle persone che fanno la storia. Entrambi preferiscono il dettaglio rivelatore alla grande scena epica. Il dialogo tra i due — uno scrittore e un regista, due culture diverse ma affini — ha prodotto qualcosa di raro: un’opera cinematografica che rispetta la sua fonte letteraria senza esserne schiacciata.
Per chi volesse approfondire il contesto produttivo e artistico del film, culture.pl offre una scheda dettagliata su Fatherland che vale la pena esplorare.
In un panorama cinematografico dominato da franchise, sequel e adattamenti di fumetti, Fatherland di Pawlikowski è qualcosa di prezioso e sempre più raro: un film d’autore che parla del passato per interrogare il presente, che usa la storia come specchio e non come costume di scena. La vicenda di Thomas e Erika Mann che attraversano le macerie della Germania postbellica non è solo una storia di ottant’anni fa. È una storia sull’identità, sulla colpa collettiva, sul rapporto tra gli intellettuali e la nazione, sul lutto che non trova parole. Temi che, a guardare l’Europa di oggi, non sembrano affatto archiviati.
Pawlikowski ha costruito nel corso di tredici anni una delle trilogie più ambiziose e riuscite del cinema europeo contemporaneo. Con Fatherland, quel progetto trova il suo compimento — non una risposta, ma una domanda più profonda. Ed è esattamente quello che il grande cinema dovrebbe fare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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