C’è qualcosa di irresistibilmente dumoniano nel lasciare lo spazio siderale di L’Empire per atterrare su una spiaggia della Côte d’Azur, dove un bambino di cinque anni guida una banda di coetanei in sfide di tuffi dalle scogliere. Bruno Dumont non ha mai avuto paura di cambiare registro, di spiazzare il pubblico fedele e di ricominciare da capo con materiali narrativi apparentemente semplici che nascondono abissi di complessità. Con Les Roches Rouges, il regista francese firma nel 2026 uno dei film più attesi della sua carriera recente: novanta minuti di dramma e romanticismo ambientati tra le acque turchesi e le rocce infuocate della Riviera francese, con un cast di giovanissimi quasi sconosciuti e una storia che ha già fatto parlare di sé per la sua capacità di mescolare l’innocenza dell’infanzia con la ferocia competitiva della rivalità tra bande.
Per capire il peso specifico di Les Roches Rouges bisogna ricordare da dove viene Bruno Dumont nell’arco più recente della sua filmografia. L’Empire, il suo film precedente, era un’opera che portava il regista di Bailleul in territori fantascientifici, un esperimento visivo e concettuale che aveva diviso critica e pubblico ma confermato la sua vocazione a non ripetersi mai. Dumont è un cineasta che si costruisce per accumulo di contraddizioni: capace di vincere il Grand Prix a Cannes con Flanders, di reinventarsi con la commedia grottesca di P’tit Quinquin e poi di lanciarsi nel fantasy spaziale. Ogni film è una sorpresa tattica, un cambio di posizione sul campo.
Il ritorno alla terra — e che terra, la Côte d’Azur con la sua luce brutale e i suoi colori saturi — non è dunque una resa né un passo indietro. È semmai una scelta di concentrazione: Dumont restringe il campo visivo, abbassa il punto di vista fino all’altezza di un bambino di cinque anni, e da lì osserva il mondo con la stessa intensità con cui in altri film scrutava paesaggi delle Fiandre o orizzonti cosmici. Il titolo stesso, Les Roches Rouges — le rocce rosse — evoca qualcosa di primordiale, di geologico, di anteriore alla storia. Non è un caso che il regista abbia scelto un luogo così iconicamente “costruito” come la Riviera francese per raccontarvi qualcosa che sembra sfuggire alla civilizzazione turistica e mondana del posto.
Il cuore narrativo del les roches rouges film è Géo, protagonista di cinque anni che si muove in un mondo governato da regole proprie, quelle delle bande di bambini che si contendono le scogliere della Côte d’Azur attraverso sfide di tuffi. È un dettaglio apparentemente sportivo che Dumont trasforma in qualcosa di molto più denso: la gara di cliff diving non è solo una prova di coraggio fisico, ma il rituale attraverso cui si stabiliscono gerarchie, si conquistano territori, si dichiarano appartenenze. Chi salta più in alto, chi cade con più grazia, chi osa di più — in questo microcosmo infantile, tutto ha un peso specifico enorme.
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La scelta di mettere al centro un bambino così piccolo — cinque anni — non è un vezzo sentimentale. Dumont ha sempre lavorato con attori non professionisti o semi-professionisti, cercando nei volti e nei corpi una verità che la recitazione accademica tende a levigare via. Il cast di Les Roches Rouges conferma questa vocazione: Kaylon Lancel, Kelsie Verdeilles e Louise Podolski portano sullo schermo qualcosa di non costruito, di vivo nel senso più immediato del termine. Quando si tratta di bambini, questa scommessa si moltiplica: l’imprevedibilità diventa risorsa drammaturgica, la spontaneità sostituisce la performance.
Il film è classificato come dramma e romanticismo, una combinazione che all’inizio può sembrare incongrua — cosa c’entra il romanticismo con bande di bambini e tuffi dalle scogliere? Ma chi conosce Dumont sa che il suo senso del romanticismo non ha nulla di convenzionale. È un romanticismo fisico, quasi viscerale, fatto di corpi nello spazio, di forze che si attraggono e si respingono, di paesaggi che non fanno da sfondo ma partecipano attivamente all’emozione della scena.
Uno degli aspetti più affascinanti del les roches rouges film è il modo in cui Dumont usa la Riviera francese. La Côte d’Azur è uno dei luoghi più fotografati, più filmati, più mitologizzati del cinema mondiale: da Hitchcock a Godard, da Varda a Haneke, quella costa ha ospitato decine di visioni diverse. Eppure Dumont riesce a trovare un angolo inedito, o meglio, a guardare lo stesso paesaggio con occhi diversi — gli occhi bassi di un bambino di cinque anni che vede nelle rocce rosse non una cartolina ma un territorio da conquistare.
Le scogliere diventano così un campo di battaglia e un luogo di iniziazione. L’acqua del Mediterraneo, quella luce particolare che la Côte d’Azur ha nelle ore centrali della giornata — bianca, quasi accecante — diventa un elemento drammatico a tutti gli effetti. Dumont è anche il montatore del film, e questa scelta non è mai casuale nella sua filmografia: significa che il controllo sul ritmo, sulla durata degli inquadrature, sulla respirazione del racconto è totale, non delegato. In novanta minuti, il regista costruisce un mondo che sembra molto più grande del suo perimetro geografico.
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Questa capacità di fare del paesaggio un co-protagonista è una delle firme più riconoscibili del cinema di Dumont fin dagli esordi. Nelle Fiandre di La Vie de Jésus o di L’Humanité, la pianura piatta e infinita pesava sui personaggi come una condanna. Qui, al contrario, le rocce rosse e il mare aperto sembrano offrire una via di fuga verticale — il tuffo, appunto — che è anche una metafora di crescita, di superamento, di rito di passaggio.
Vale la pena soffermarsi sulla triplice firma di Bruno Dumont su Les Roches Rouges: sceneggiatura, regia e montaggio. Non è una rarità assoluta nel cinema d’autore, ma è comunque una scelta che dice molto sul tipo di controllo — e di responsabilità — che il regista francese vuole mantenere sul proprio lavoro. Scrivere il film significa costruire il mondo narrativo; dirigerlo significa tradurlo in immagini e performance; montarlo significa decidere, in fase di post-produzione, quale film esiste davvero tra tutti i film possibili che il girato contiene.
Questa concentrazione di funzioni produce un cinema molto coerente internamente, dove ogni scelta formale è anche una scelta narrativa e ogni scelta narrativa è anche una scelta etica. Dumont non separa mai la forma dal contenuto: il modo in cui un’inquadratura dura, il modo in cui un taglio arriva, il modo in cui il silenzio si installa tra una battuta e l’altra — tutto questo è parte integrante del significato del film, non decorazione.
Con una durata di novanta minuti, Les Roches Rouges si colloca nella tradizione del film breve e denso, quella che non si concede respiri superflui e chiede allo spettatore un’attenzione piena. È una scommessa coraggiosa in un momento in cui il mercato tende verso i film lunghi e le serie ancora più lunghe: Dumont sceglie la concentrazione, la sottrazione, l’essenziale.
Uscito nelle sale il 23 settembre 2026, Les Roches Rouges arriva in un momento in cui il cinema d’autore europeo ha bisogno di voci forti e riconoscibili. Dumont è da decenni una di queste voci — capace di irritare, di affascinare, di non lasciare mai indifferenti. Con questo film, che porta lo sguardo a livello del suolo, all’altezza di un bambino che si prepara a tuffarsi nel vuoto, il regista francese dimostra ancora una volta che il cinema più radicale non ha bisogno di effetti speciali né di budget stellari: ha bisogno di una visione, di un luogo, e di corpi vivi davanti alla macchina da presa. Mettetevi comodi — Les Roches Rouges è il tipo di film che si porta dietro per giorni.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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