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Elsinore, Andrew Scott e l’Amleto che affronta l’Aids nel teatro di Simon Stone

Ci sono storie che il cinema sembra aspettare per anni prima di trovare la forma giusta per raccontarle. Quella di Ian Charleson — attore scozzese che nel 1989 salì sul palco del National Theatre per interpretare Amleto mentre l’AIDS lo stava consumando dall’interno — è una di quelle storie. Adesso Elsinore, il film di Simon Stone con Andrew Scott protagonista, arriva a darle finalmente voce sullo schermo: un progetto che ha già attraversato i festival più importanti del 2026 e che si prepara a lasciare il segno nelle sale di tutto il mondo.

Una storia vera che brucia ancora

Per capire perché Elsinore sia già uno dei film più attesi e discussi di questa stagione cinematografica, bisogna tornare a quella Londra di fine anni Ottanta, al clima di paura e stigma che circondava la crisi dell’AIDS, e a un uomo che decise di non arrendersi. Ian Charleson, già noto al grande pubblico per la sua interpretazione in Chariots of Fire, scelse di affrontare la malattia nel modo che conosceva meglio: recitando. La sua Hamlet al National Theatre nel 1989 è diventata leggenda nel mondo del teatro britannico — una performance considerata da chi la vide come una delle più strazianti e potenti mai messe in scena, proprio perché Charleson stava davvero combattendo contro il tempo. Meno di due mesi dopo la sua ultima recita, Charleson morì.

Quella vicenda è rimasta per decenni nell’immaginario collettivo del teatro anglosassone, tramandata come un esempio di resilienza artistica assoluta. Trasformarla in film non era un’impresa semplice: richiedeva delicatezza, rispetto per la storia vera, e la capacità di far convivere il dramma shakespeariano con quello biografico. Simon Stone e lo sceneggiatore Stephen Beresford hanno accettato la sfida.

Simon Stone e Stephen Beresford: il progetto dietro Elsinore

Il regista australiano Simon Stone è figura di riferimento nel teatro contemporaneo europeo prima ancora che nel cinema — il che rende la sua scelta di raccontare questa storia particolarmente significativa. Stone conosce il palcoscenico dall’interno, ne capisce le dinamiche, il rituale, la pressione. E in Elsinore questa sensibilità si avverte fin dal titolo: non Hamlet, non Ian Charleson, ma il nome del castello danese dove il principe di Danimarca vaga tra i fantasmi. Un titolo che è già una dichiarazione di poetica.

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La sceneggiatura è firmata da Stephen Beresford, già autore di Pride (2014), film che raccontava con intelligenza e calore umano un altro capitolo della storia LGBTQ+ britannica. La presenza di Beresford garantisce che Elsinore non scivoli nel biopic agiografico o nel dramma lacrimevole fine a se stesso: c’è da aspettarsi una scrittura attenta alle sfumature, capace di tenere insieme il personale e il politico, l’arte e la malattia, senza semplificare nessuno dei due piani.

Andrew Scott nei panni di Ian Charleson: il peso di un ruolo

Al centro di tutto c’è lui: Andrew Scott, che interpreta Ian Charleson in quello che si preannuncia come il ruolo più impegnativo e significativo della sua carriera. Scott è attore irlandese di straordinaria versatilità — capace di passare dal villain carismatico di Sherlock al protagonista dolente di All of Us Strangers — e la scelta di affidare a lui Charleson non è casuale. C’è una qualità nella recitazione di Scott, una capacità di portare in superficie la vulnerabilità senza mai scivolare nel patetico, che lo rende ideale per questo ruolo.

Quello che rende Elsinore ancora più interessante dal punto di vista produttivo è che Andrew Scott è anche produttore del film. Un coinvolgimento che va ben oltre la semplice interpretazione: significa che Scott ha creduto in questo progetto abbastanza da investirci in prima persona, da portarlo avanti come propria battaglia creativa. È un segnale importante sulla natura del film e sull’impegno di tutti i coinvolti.

Al suo fianco, il cast è di quelli che fanno venire voglia di correre in sala: Olivia Colman e Billie Piper completano il trio principale, garantendo una profondità drammatica che il soggetto richiede assolutamente. Colman, in particolare, è ormai sinonimo di eccellenza recitativa britannica, e la sua presenza in un progetto è sempre un segnale di qualità.

Dai festival internazionali alle sale: il percorso di Elsinore

Il film ha debuttato nel circuito dei grandi festival nel corso del 2026, passando per Toronto e per il London Film Festival, dove ha aperto la rassegna nell’ottobre 2026 — un onore riservato a pochissimi titoli ogni anno, e che la dice lunga sulla considerazione che la comunità cinematografica internazionale ha già per questo lavoro. Aprire il London Film Festival significa essere riconosciuti come uno dei film più importanti della stagione, un titolo capace di parlare a pubblici diversi senza rinunciare alla propria ambizione artistica.

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Negli Stati Uniti, Elsinore è atteso nelle sale a partire dal 20 novembre 2026: una finestra temporale che nel calendario cinematografico nordamericano è tradizionalmente associata ai titoli con le maggiori ambizioni nella stagione dei premi. Per il pubblico italiano, l’uscita è prevista nel corso dei prossimi mesi, con il film che si appresta a raggiungere anche le nostre sale.

Perché Elsinore conta oggi

C’è una domanda che vale la pena porsi: perché questa storia, perché adesso? La risposta non è difficile da trovare. In un momento in cui il cinema è spesso accusato di rifugiarsi nel comfort dell’intrattenimento puro, Elsinore sceglie deliberatamente la strada più difficile — quella di guardare in faccia la malattia, la morte, e la capacità dell’arte di trasformare entrambe in qualcosa di più grande. La storia di Ian Charleson non è solo la storia di un attore che recitò Amleto morendo: è una storia sulla scelta di non ridursi alla propria malattia, di continuare a creare anche quando il corpo dice basta.

Il teatro shakespeariano diventa in questo contesto una lente potentissima. Hamlet è il dramma per eccellenza dell’essere e del non essere, della morte che incombe e del senso che si cerca disperatamente di costruire nonostante tutto. Charleson che interpreta Amleto mentre l’AIDS lo consuma è una sovrapposizione di significati quasi insostenibile — e Stone sembra averla capita fino in fondo, costruendo attorno a questa intuizione un intero film.

Per chi volesse approfondire il contesto storico e le recensioni internazionali già disponibili, Deadline ha pubblicato una delle prime analisi approfondite del film dopo la sua presentazione ai festival.

Quello che emerge da tutto ciò che si sa finora su Elsinore — dal soggetto alla regia, dal cast alla traiettoria festivaliera — è il profilo di un film che non ha paura di essere difficile, commovente, necessario. Con Andrew Scott che porta sulle spalle il peso di una storia vera e la responsabilità di chi quella storia l’ha anche voluta produrre, e con Simon Stone alla regia a garantire che il teatro e il cinema si parlino davvero, Elsinore si candida a essere uno di quei film di cui si continuerà a parlare molto dopo che le luci in sala si sono spente.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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Redazione Velvet

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