C’è un’Italia che non finisce mai sui manifesti turistici, eppure è lì, concreta e contraddittoria, a pochi chilometri da Milano: la Brianza. E adesso un film su Brianza firmato da Simone Catania porta questo territorio al centro del Concorso della Festa del Cinema di Roma 2026, raccontando come la ricchezza produttiva di una terra possa trasformarsi in humus fertile per la criminalità, la corruzione e una violenza che profuma di capannoni e conti in banca. Un’opera che arriva in un momento in cui il cinema italiano sembra sempre più interessato a guardare dentro le proprie periferie produttive — non quelle degradate delle periferie urbane, ma quelle opulente e silenziose della provincia che funziona, o almeno così sembra.
Un territorio come protagonista assoluto
Brianza, diretto da Simone Catania, non è un film sulla Brianza come sfondo pittoresco. È un film in cui la Brianza è il personaggio principale — con le sue strade a quattro corsie, le sue ville chiuse dietro cancelli elettrici, i suoi capannoni che producono ricchezza e, a quanto racconta il film, anche qualcos’altro. La sceneggiatura, firmata da Ugo Chiti, Fabio Natale e dallo stesso Simone Catania, costruisce un ritratto del territorio lombardo come luogo in cui vivere e morire significa, prima di tutto, guadagnare. Un’equazione brutale che il film mette a fuoco con la precisione di chi ha studiato a lungo quella realtà, non si è limitato a sorvolarla.
Il punto di partenza è una storia vera: un fatto di cronaca criminale avvenuto nell’area di Como intorno al 2010, nel pieno della crisi economica. È quel momento storico — quando le imprese chiudevano, i mutui soffocavano le famiglie e i soldi sembravano evaporare — a fare da innesco narrativo. La crisi, in questo racconto, non è solo uno sfondo economico: è il reagente chimico che rivela cosa c’è davvero sotto la superficie di un’economia predatoria. Quando il sistema legale vacilla, emerge con più chiarezza il sistema parallelo che lo ha sempre affiancato.
Catania costruisce così un ritratto che va oltre la cronaca nera. Brianza dipinge la regione come il simbolo di un’economia predatoria, dove il confine tra l’imprenditore e il criminale può essere sottile quanto un bonifico bancario. È un’immagine scomoda, quella che emerge, perché non riguarda un luogo marginale o dimenticato, ma uno dei territori più produttivi d’Italia — il che rende il tutto ancora più inquietante.
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Il film Brianza di Simone Catania alla Festa di Roma
Presentato alla 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma, in programma dal 13 al 25 ottobre 2026, Brianza è uno dei tre film italiani selezionati nella sezione Progressive Cinema in Concorso. Non è un dettaglio marginale: significa che il film è stato riconosciuto come un lavoro capace di spingere il cinema italiano in una direzione nuova, di aprire strade narrative e formali che meritano attenzione e discussione.
La Festa del Cinema di Roma, negli ultimi anni, ha affinato la sua capacità di intercettare opere che parlano dell’Italia con uno sguardo non compiacente. La selezione di Brianza nella sezione competitiva va letta in questa direzione: è un film che non rassicura, non offre la versione patinata di una regione che spesso si racconta come eccellenza manifatturiera e qualità della vita. Al contrario, scava sotto quella superficie e ci trova pistole, denaro e dinamiche criminali che si intrecciano con la vita quotidiana di un territorio.
Il film è una coproduzione tra Italia e Svizzera, il che aggiunge un ulteriore livello di interesse: due sistemi produttivi, due culture cinematografiche che si incontrano per raccontare una storia che è geograficamente italiana ma che, nei suoi meccanismi profondi, parla di qualcosa di universale. La corruzione che si annida nell’economia, la violenza che emerge quando le regole del mercato vengono piegate fino a spezzarsi — sono temi che attraversano confini e latitudini.
La sceneggiatura: tre voci per un territorio
Uno degli aspetti più interessanti di Brianza è la composizione del trio di sceneggiatori. Ugo Chiti è un nome che nel cinema italiano porta con sé un peso specifico notevole: sceneggiatore di lunga esperienza, ha lavorato con registi come Pappi Corsicato e ha una capacità riconosciuta di costruire personaggi che vivono dentro le contraddizioni del Paese reale. Fabio Natale e Simone Catania completano un gruppo di lavoro che evidentemente ha voluto affrontare la materia con strumenti diversi e complementari.
Il risultato, stando a quanto emerge dalla presentazione del film, è una scrittura che non si accontenta della superficie criminale. Il crimine, in Brianza, è il sintomo — il punto visibile di una patologia più profonda che riguarda il modo in cui un territorio si è sviluppato, i valori che ha costruito, le gerarchie sociali che ha consolidato. Soldi, pistole e criminalità non sono elementi esotici calati dall’esterno su una comunità innocente: sono il prodotto di un sistema che la comunità stessa ha, in parte, alimentato e tollerato.
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È questo che rende il film potenzialmente più disturbante di un noir convenzionale. Non c’è il cattivo forestiero che corrompe un paradiso. C’è un territorio che si guarda allo specchio e fatica a riconoscersi, o forse — ed è peggio — si riconosce fin troppo bene.
Perché questo film conta adesso
Il cinema italiano ha una tradizione solida nel raccontare le mafie del Sud, le periferie urbane del Nord, le banlieue industriali dismesse. Molto meno frequente è lo sguardo sulla provincia produttiva del Nord Italia — quella che ha costruito il miracolo economico italiano e che continua, almeno in parte, a tenerlo in piedi. Brianza entra in questo territorio quasi vergine con uno strumento narrativo preciso: il crime come lente sociologica, come modo per leggere le strutture profonde di una comunità attraverso i suoi momenti di rottura.
La scelta di ambientare la storia nella crisi del 2010 non è nostalgica né puramente storica. Quella crisi ha lasciato tracce permanenti nel tessuto economico e sociale della Brianza — e più in generale del Nord produttivo italiano. Ha rivelato fragilità che si pensavano impossibili, ha spinto persone e imprese verso scelte che in tempi normali sarebbero sembrate impensabili. Raccontare quel momento significa capire qualcosa di strutturale, non solo di contingente.
Per chi vuole approfondire il contesto della Festa del Cinema di Roma 2026 e le altre opere in competizione, il sito ANSA dedicato alla manifestazione offre una panoramica completa della selezione.
Con Brianza, Simone Catania firma un’opera che ha tutte le caratteristiche per diventare uno dei film italiani più discussi di questo autunno cinematografico. Non perché faccia rumore fine a sé stesso, ma perché sceglie di guardare in faccia una realtà che spesso preferiamo tenere fuori campo — quella di un’Italia che funziona, che produce, che si arricchisce, e che proprio in quella ricchezza trova le condizioni per i suoi lati più oscuri. Il film Brianza di Simone Catania è, in fondo, un invito scomodo ma necessario a non smettere di fare domande sui luoghi che crediamo di conoscere già.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








