C’è un film che nasce da una ferita di città, da un giorno preciso inciso nella memoria collettiva italiana come una cicatrice che non si rimargina del tutto: Föa, primo lungometraggio della regista genovese Margherita Ferrari, prodotto da Paolo Sorrentino, è arrivato alla Festa del Cinema di Roma 2026 nella sezione Alice nella Città con la forza silenziosa di chi ha qualcosa di urgente da dire. Il föa film Margherita Ferrari parla del 20 luglio 2001, del G8 di Genova, e lo fa con una prospettiva che nessun film su quegli eventi aveva ancora esplorato con questa intensità generazionale.
Una parola in dialetto, un mondo intero
Partiamo dal titolo, perché qui tutto comincia. Föa in dialetto genovese significa favola — storia inventata, racconto che non è mai accaduto davvero, eppure dice qualcosa di più vero della cronaca. Il titolo completo del film è Föa – C’era una volta il futuro, e già in questa formula c’è l’intero programma poetico dell’opera: la struttura della fiaba applicata a un passato traumatico, l’ironia amara di un futuro che era stato immaginato e poi spezzato. Margherita Ferrari, regista genovese, sceglie la lingua della sua città per battezzare il suo esordio, e quella scelta non è ornamentale. È un atto di appartenenza, un modo di dire che questa storia viene da un luogo preciso, da una comunità precisa, da una ferita che ha un indirizzo.
Ferrari intreccia nel film una storia immaginata con la storia reale del G8, costruendo una narrazione che non è né documentario né pura finzione, ma qualcosa di più difficile da classificare e più interessante da guardare. La scelta di usare il dialetto nel titolo rispecchia esattamente questo: non la lingua ufficiale della storia, ma quella intima, domestica, del vissuto.
Nicole, diciotto anni, ottavo mese: il corpo come campo di battaglia
Al centro del film c’è Nicole, diciotto anni, all’ottavo mese di gravidanza, interpretata da Gaia Ravina. La data è il 20 luglio 2001, il giorno in cui a Genova il mondo sembrava esplodere nelle strade, tra cortei, lacrimogeni e la morte di Carlo Giuliani. Nicole porta in grembo una vita nuova mentre intorno a lei la città brucia — e già questa sola immagine vale l’intero film, perché condensa in modo quasi fisico il cortocircuito tra nascita e violenza, tra speranza e paura, tra il futuro che si annuncia e quello che si spezza.
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La scelta di Gaia Ravina come protagonista è cruciale: il suo personaggio non è una militante, non è una testimone storica nel senso classico del termine. È una ragazza di diciotto anni con un ventre che cresce, e il G8 le piomba addosso come piomba addosso a chiunque si trovi nel posto sbagliato nel momento sbagliato — o forse nel posto giusto, nel momento che la storia ricorderà per sempre. Il corpo di Nicole diventa così il luogo in cui si misura lo scarto tra il futuro atteso e quello reale.
Da corto semifinalista agli Oscar al primo lungometraggio con Sorrentino
Il föa film Margherita Ferrari non nasce dal nulla: prima del lungometraggio c’è stato un cortometraggio sullo stesso soggetto, e quel corto aveva già dimostrato di avere una forza straordinaria. Il cortometraggio Föa era stato semifinalista agli Student Academy Awards, i cosiddetti Oscar degli studenti — un riconoscimento che nella storia del cinema ha spesso preceduto carriere importanti. Quella semifinale non era un dettaglio: era la conferma che Ferrari aveva trovato qualcosa di raro, una storia e un modo di raccontarla che funzionavano anche oltre i confini nazionali.
Da quel corto al lungometraggio il salto è stato accompagnato da un nome che nel cinema italiano vale come una garanzia e insieme come una scommessa: Paolo Sorrentino ha prodotto il film. La presenza di Sorrentino in veste di produttore non è solo un sigillo di credibilità industriale — è anche un segnale di attenzione verso un cinema italiano che cerca nuove voci, nuove prospettive, nuovi modi di fare i conti con la propria storia recente. Sorrentino stesso, parlando del film, ha descritto Föa come un’opera che nasce dalla ferita del G8 di Genova — e quella definizione dice molto su come il film sia stato concepito: non come ricostruzione, ma come elaborazione di un dolore collettivo.
Alice nella Città 2026: il contesto giusto per una storia necessaria
La sezione Alice nella Città, che si svolge in parallelo alla Festa del Cinema di Roma, è da anni uno spazio dedicato al cinema rivolto alle nuove generazioni — non necessariamente cinema “per ragazzi” nel senso riduttivo del termine, ma cinema che parla a chi sta costruendo la propria identità e il proprio sguardo sul mondo. Föa era in concorso nella sezione Panorama Italia di Alice nella Città, e la scelta di questa vetrina non potrebbe essere più appropriata.
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Un film sull’eredità emotiva del G8, raccontato da una regista genovese che nel luglio 2001 era bambina, proiettato davanti a un pubblico di giovani spettatori che quegli eventi non li ricordano affatto perché non erano ancora nati o erano troppo piccoli: il cortocircuito temporale è perfetto. Margherita Ferrari appartiene a quella generazione che ha ereditato il trauma senza averlo vissuto direttamente, e che deve fare i conti con una storia che le appartiene per nascita geografica e culturale ma non per esperienza personale. Questo la rende, paradossalmente, la narratrice ideale: abbastanza vicina per sentire il peso, abbastanza distante per trovare la forma giusta.
Il G8 di Genova come specchio del presente
Il 20 luglio 2001 è una data che nel cinema italiano è stata affrontata raramente con la profondità che merita. Föa non è un film di denuncia politica in senso stretto, né un documentario sulla repressione. È qualcosa di più obliquo e forse più duraturo: un racconto che usa quella data come punto di partenza per interrogarsi su cosa significa portare avanti la vita — letteralmente, come fa Nicole con la sua gravidanza — in mezzo al caos della storia.
La scelta di ambientare il film esattamente in quel giorno, con quella protagonista, in quella città, è una scelta di precisione chirurgica. Genova nel luglio 2001 era diventata per qualche giorno il centro del mondo, il luogo in cui le contraddizioni del nuovo millennio si erano manifestate con una violenza inaspettata. Per una regista genovese come Ferrari, tornare lì con una storia immaginata — una föa, appunto — significa anche rivendicare il diritto della propria città a essere qualcosa di più di un’icona del trauma. Per approfondire il contesto storico e culturale degli eventi del G8 di Genova, l’ANSA ha raccolto le dichiarazioni di Sorrentino che illuminano la genesi del progetto.
Con Föa – C’era una volta il futuro, Margherita Ferrari firma un esordio che ha già la misura di un’opera matura: sa dove guardare, sa cosa non mostrare, e sa che le storie più necessarie sono spesso quelle che nascono dall’incrocio tra memoria personale e storia collettiva. Il fatto che questo film esista, che sia stato prodotto da Sorrentino, che abbia trovato spazio ad Alice nella Città e che prima ancora il corto avesse sfiorato gli Oscar degli studenti, dice che Föa è molto più di un esordio promettente — è il segno che nel cinema italiano c’è ancora spazio per chi vuole fare i conti con il passato senza smettere di sognare il futuro.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








