C'è chi il cinema lo insegna dai libri, e c'è chi lo insegna con le cicatrici. Tsukamoto Shinya appartiene decisamente alla seconda categoria: regista nato
C’è chi il cinema lo insegna dai libri, e c’è chi lo insegna con le cicatrici. Tsukamoto Shinya appartiene decisamente alla seconda categoria: regista nato a Tokyo nel 1960, cresciuto a pane e pellicola Super 8 fin dall’adolescenza, è salito sul palco della masterclass del 39° Tokyo International Film Festival portando con sé decenni di scelte radicali, film visionari e una coerenza artistica che nel cinema industriale giapponese — e non solo — è merce rarissima. Un incontro che ha tenuto incollati in sala cinefili, studenti e addetti ai lavori, moderato dal direttore artistico del festival Ichiyama Shozo.
Per capire Tsukamoto bisogna partire dall’inizio, e l’inizio è un ragazzo di Tokyo con una cinepresa a 8mm in mano. Non è un dettaglio romantico da cartolina: è il fondamento di tutto. Tsukamoto ha cominciato a girare cortometraggi su pellicola 8mm da adolescente, in un’epoca in cui fare cinema fuori dai circuiti ufficiali significava inventarsi ogni soluzione da zero — luci, scenografie, effetti, montaggio. Quella scuola artigianale, fatta di ingegno e risorse minime, ha plasmato un metodo di lavoro che il regista non ha mai abbandonato.
La masterclass al TIFF 2026 ha offerto una finestra rara su questo percorso. Davanti al pubblico del festival, con Ichiyama Shozo nel ruolo di interlocutore privilegiato, Tsukamoto ha ripercorso le tappe di una carriera costruita ostinatamente al di fuori del sistema degli studi cinematografici giapponesi. Non è una postura da enfant terrible: è una scelta meditata, difesa nel tempo con la coerenza delle opere.
Se c’è un film che ha proiettato Tsukamoto Shinya sull’orbita del cinema internazionale, quello è Tetsuo: The Iron Man, uscito nel 1989. Opera in bianco e nero, girata in 8mm e poi gonfiata a 16mm, con una estetica industriale e un’energia visiva che sembrava provenire da un altro pianeta — o forse dalle viscere di Tokyo stessa. Il film racconta la trasformazione di un uomo in macchina, in metallo pulsante e doloroso, con una forza plastica che non somigliava a nulla di quanto il cinema giapponese, o mondiale, avesse prodotto fino ad allora.
Tetsuo è ancora oggi, a quasi quarant’anni di distanza, il punto di riferimento inevitabile quando si parla di Tsukamoto all’estero. È il film che lo ha reso famoso fuori dal Giappone, la porta d’accesso al suo universo per generazioni di cinefili. Ma ridurre Tsukamoto a Tetsuo sarebbe come ridurre un pittore al suo primo quadro esposto in galleria: il resto della carriera è altrettanto denso, altrettanto personale.
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Durante la masterclass, il confronto con quel film d’esordio ha inevitabilmente aperto la discussione sul senso dell’indipendenza creativa: come si mantiene quella libertà quando il mercato ti chiama, quando i produttori bussano alla porta con budget più sostanziosi e aspettative commerciali ben precise?
La risposta di Tsukamoto al TIFF 2026 è stata netta: lavorare fuori dal sistema degli studi non è un ripiego, è una condizione necessaria per fare il cinema che si vuole fare. Il regista ha parlato esplicitamente della sua preferenza per l’indipendenza rispetto al sistema industriale, una posizione che in Giappone — dove le major e i grandi conglomerati mediatici controllano buona parte della produzione cinematografica — ha un peso specifico notevole.
Restare indipendente significa, concretamente, controllare ogni aspetto del film: scrittura, regia, spesso anche la recitazione e il montaggio. Tsukamoto non è nuovo a ricoprire più ruoli contemporaneamente sul set, e questa pratica non è dettata solo da necessità economiche ma da una visione totalizzante del cinema come atto autoriale. Il film come estensione del corpo e della mente del regista, non come prodotto assemblato da un comitato.
Ichiyama Shozo, da moderatore, ha saputo guidare la conversazione verso i nodi più interessanti di questa filosofia: come si finanzia un cinema così personale? Come si trova un pubblico? Come si sopravvive, artisticamente e materialmente, ai margini dell’industria? Domande che non hanno risposte semplici, ma che Tsukamoto ha affrontato con la franchezza di chi ha già pagato il prezzo delle proprie scelte e non se ne pente.
Il capitolo più recente della filmografia di Tsukamoto Shinya porta un titolo che è già un programma: Mr. Nelson, Did You Kill People?. Si tratta del suo film più recente, girato in lingua inglese — una novità significativa per un autore così radicato nell’immaginario e nella cultura giapponese. Il salto verso l’inglese non è un gesto di mercato ma una scelta narrativa, dettata probabilmente dalla natura stessa della storia che il film racconta.
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Il tema della guerra, e del modo in cui essa deforma gli esseri umani, è evidentemente al centro dell’interesse artistico di Tsukamoto in questa fase della sua carriera. La masterclass al TIFF ha offerto l’occasione per esplorare pubblicamente questo territorio: perché il cinema di guerra? Cosa attrae un regista così personale, così fisico nel suo approccio alle immagini, verso un genere che di solito viene associato a produzioni colossali, a effetti speciali, a narrazioni nazionalistiche o eroiche?
Per Tsukamoto, evidentemente, il cinema di guerra è tutt’altro: è un modo per guardare in faccia la violenza senza estetizzarla, per interrogare il corpo umano sotto pressione estrema, per fare i conti con la storia — quella del Giappone in particolare, con i suoi traumi irrisolti del Novecento. Una prospettiva che si distacca nettamente dalla retorica bellica mainstream e che richiede, ancora una volta, la libertà che solo il cinema indipendente può garantire.
Le masterclass dei grandi festival hanno spesso il sapore delle celebrazioni ufficiali: si omaggia il maestro, si ripercorre la carriera, si distribuiscono applausi. Quella di Tsukamoto Shinya al 39° Tokyo International Film Festival ha avuto un carattere diverso, più vivo e più urgente. Grazie anche alla qualità del dialogo con Ichiyama Shozo — figura centrale nel panorama festivaliero giapponese e internazionale — l’incontro si è trasformato in qualcosa di più simile a un manifesto in tempo reale: una riflessione ad alta voce su cosa significhi fare cinema oggi, in Giappone, fuori dai circuiti industriali, con una voce riconoscibile e irriducibile.
Il percorso di Tsukamoto, dai cortometraggi in 8mm degli anni giovanili fino al recente Mr. Nelson, Did You Kill People?, dimostra che la coerenza artistica non è un lusso riservato a chi ha già il nome sul marquee: è una conquista quotidiana, fatta di rinunce e di scelte. Per chi vuole saperne di più sul regista e sulla sua filmografia, Variety ha documentato la masterclass con un resoconto dettagliato che vale la pena leggere.
In un momento in cui il cinema d’autore fatica a trovare spazio tra algoritmi e franchise, vedere Tsukamoto Shinya sul palco di Tokyo — lucido, appassionato, tutt’altro che rassegnato — è un promemoria potente: certi film non si fanno nonostante le difficoltà, ma proprio attraverso di esse. E certi registi non invecchiano, semplicemente continuano a bruciare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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