C’è un momento, nei film di Cristian Mungiu, in cui la macchina da presa smette di agitarsi e decide di stare ferma, di guardare, di aspettare. Non è pigrizia, non è minimalismo fine a se stesso: è una scelta estetica e morale insieme, che trasforma lo schermo in qualcosa di simile a uno specchio scomodo. A spiegare il meccanismo di quella scelta — e i segreti artigianali che la rendono possibile — ci ha pensato Tudor Vladimir Panduru, direttore della fotografia romeno e collaboratore di lunga data di Mungiu, in una masterclass tenuta al Jakarta World Cinema nel novembre 2026. Un appuntamento che ha messo al centro del dibattito internazionale le lunghe inquadrature cinema, uno degli strumenti espressivi più esigenti e affascinanti del cinema d’autore contemporaneo.
Un maestro della luce nell’orbita di Mungiu
Per capire il peso specifico di questa masterclass, bisogna prima capire chi è Tudor Vladimir Panduru nel panorama del cinema europeo. La sua carriera è cresciuta in simbiosi con quella di Cristian Mungiu, il regista romeno che negli ultimi vent’anni ha ridisegnato i confini del realismo cinematografico, costruendo film in cui il tempo scorre con una densità quasi fisica. Panduru non è semplicemente il tecnico che illumina le scene di Mungiu: è il co-architetto di un linguaggio visivo preciso, rigoroso, capace di trasformare una cucina di provincia o un cortile di scuola in un teatro dell’anima.
La masterclass al Jakarta World Cinema ha ripercorso questa collaborazione in modo cronologico, partendo dalla proiezione di scene tratte da Graduation — Bacalaureat nell’originale romeno — per poi attraversare R.M.N. e arrivare fino a Fjord, il film più recente e più celebrato del duo, vincitore della Palme d’Or. Un percorso che non è stato soltanto una retrospettiva, ma una vera e propria lezione di grammatica cinematografica.
Le lunghe inquadrature cinema: tecnica e filosofia
Le lunghe inquadrature nel cinema di Mungiu non sono semplicemente sequenze non montate: sono costruzioni drammaturgiche in cui ogni elemento — la posizione degli attori, la profondità di campo, il movimento della macchina da presa, la gestione della luce naturale — deve essere calibrato con precisione millimetrica. Panduru, durante la masterclass, ha analizzato questo approccio attraverso esempi concreti tratti dai tre film in programma, mostrando come la scelta di non tagliare un’inquadratura non sia mai una rinuncia al controllo, ma al contrario una forma di controllo assoluta.
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In Graduation, per esempio, le lunghe inquadrature servono a costruire l’ambiguità morale del protagonista: la macchina da presa osserva senza giudicare, lascia che le contraddizioni emergano in tempo reale, come accade nella vita. In R.M.N., film che affronta le tensioni etniche e sociali nella Romania contemporanea, la stessa tecnica diventa strumento di denuncia: i piani sequenza prolungati rendono impossibile guardare altrove, costringono lo spettatore a stare dentro il disagio senza la via di fuga del montaggio rapido.
Con Fjord, vincitore della Palme d’Or, il linguaggio delle lunghe inquadrature cinema raggiunge una nuova maturità. Panduru ha illustrato come, in questo film, la gestione del tempo visivo sia ancora più radicale, e come la fotografia contribuisca a creare quella sensazione di inevitabilità che caratterizza la narrativa di Mungiu al suo meglio. Assistere a queste spiegazioni — con le scene proiettate in sala e il direttore della fotografia a commentarle in diretta — ha offerto al pubblico del Jakarta World Cinema una finestra rara sul processo creativo di uno dei cinema nazionali più interessanti del mondo.
Uno sguardo oltre la Romania: The President’s Cake di Hasan Hadi
La masterclass, però, non si è limitata al sodalizio con Mungiu. Panduru ha discusso anche il suo lavoro su The President’s Cake, film del regista iracheno Hasan Hadi. Questo dettaglio è significativo perché rivela la dimensione internazionale della carriera di Panduru: la sua sensibilità visiva, sviluppata nel contesto del cinema romeno, si è dimostrata capace di dialogare con realtà culturali e narrative molto distanti, mantenendo però una coerenza stilistica riconoscibile.
Parlare di The President’s Cake accanto a Graduation e R.M.N. ha permesso di allargare il discorso: le lunghe inquadrature non sono una proprietà esclusiva del cinema romeno, ma uno strumento del cinema d’autore globale, che diversi registi usano per ragioni spesso simili — rallentare il ritmo, aumentare la pressione drammatica, restituire allo spettatore la responsabilità di interpretare ciò che vede.
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Jakarta come crocevia del cinema mondiale
Non è casuale che una masterclass di questo livello si sia tenuta al Jakarta World Cinema. Il festival indonesiano si è affermato negli ultimi anni come uno degli appuntamenti più attenti al cinema d’autore internazionale, capace di ospitare eventi che altrove sarebbero riservati a Cannes o Venezia. Aprire l’edizione 2026 con Fjord — la Palme d’Or di Mungiu — e affiancare alla proiezione una masterclass del suo direttore della fotografia è una scelta programmatica precisa: portare al pubblico asiatico non solo i film, ma anche gli strumenti per leggerli.
Il fatto che l’articolo di Variety dedicato all’evento sia stato pubblicato il 4 novembre 2026 testimonia l’interesse della stampa specializzata internazionale per questo tipo di iniziative. In un momento in cui il dibattito sul cinema d’autore rischia di restare confinato nei circuiti accademici o nei festival europei, eventi come questo dimostrano che esiste un pubblico globale pronto a confrontarsi con le domande più complesse che il cinema può porre.
Il cinema romeno e la lezione del tempo
La Nuova Onda del cinema romeno — la corrente di cui Mungiu è uno dei rappresentanti più celebri — ha costruito la propria identità proprio intorno all’uso del tempo come materia drammatica. Le lunghe inquadrature nel cinema di questa tradizione non sono un vezzo stilistico, ma una posizione etica: rifiutare il montaggio accelerato significa rifiutare la manipolazione emotiva facile, significa chiedere allo spettatore di fare un lavoro, di stare presente, di non aspettarsi che il film decida per lui cosa sentire.
Panduru, in questo senso, non è solo un tecnico eccellente: è un interprete consapevole di una filosofia cinematografica. La sua capacità di spiegare questa filosofia in una masterclass — di renderla accessibile, di mostrarla nei fotogrammi concreti di tre film diversi — è di per sé un atto culturale importante. Perché il cinema d’autore sopravvive non solo quando viene proiettato, ma anche quando viene spiegato, discusso, trasmesso alle generazioni future di cineasti e spettatori.
Che una masterclass tenuta a Jakarta da un direttore della fotografia romeno su tre film — uno dei quali Palme d’Or — diventi notizia su Variety dice qualcosa di bello sullo stato del cinema mondiale: l’interesse per la forma, per il come prima ancora che per il cosa, è tutt’altro che esaurito. E finché ci saranno direttori della fotografia come Panduru disposti a spiegare i propri segreti in pubblico, il linguaggio delle lunghe inquadrature continuerà a trovare nuovi occhi pronti a capirlo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
Tudor Vladimir Panduru svela la tecnica delle lunghe inquadrature cinema nella masterclass di Jakarta 2026, analizzando Graduation, R.M.N. e Fjord.






