#Review – “Looper” purtroppo allappa

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C’è parecchio che non torna in questo bel film di Rian Johnson, “Looper“: troppi i buchi nella colma sceneggiatura del volenteroso regista. Il problema è che da quando il pubblico si è abituato ad “Inception” di Christopher Nolan, non ci si può più permettere di avere punti troppo oscuri nelle trame dei film action con velleità di complessità. D’altra parte, da quando “Inception” ha dimostrato che è possibile fare dei blockbuster intricatissimi con pieno successo di pubblico, tutti ambiscono a seguire questa indicazione. Ma Nolan – che un genio assoluto non è, sia chiara la nostra opinione – ha impiegato ben 10 anni a rifinire la sceneggiatura del suo film, prima di trovare il supporto economico dalla Warner e il coraggio di proporlo al pubblico.

Rian Johnson non sbaglia tutto, anzi la prima parte della pellicola è abbastanza serrata. I personaggi e le premesse della trama vengono ben impostati dal regista/scrittore: La storia è ambientata principalmente in una Kansas City del 2044 dallo spiccato stile tra il futuristico e lo steampunk decadente, mentre il futuro remoto del 2074 appare un oligopolio orientaleggiante e tetro, molto vicino a quello che abbiamo visto di recente in “Cloud Atlas” – qui ne trovate la recensione. I “looper” sono dei sicari di basso rango il cui compito è eliminare personaggi scomodi inviati dal futuro, futuro nel quale il viaggio nel tempo è stato inventato ma è considerato il crimine più efferato, quindi solo le più grandi organizzazioni criminali lo utilizzano segretamente. I looper ricevono una lauta ricompensa in lingotti d’argento per ogni omicidio, che puntualmente spendono in dissolutezza. Dopo un tot di omicidi, tocca loro “chiudere il loop”, ovvero dalla mala del futuro viene inviato il loro se stesso di 30 anni più anziano, con un carico in lingotti d’oro e la bella promessa di 30 anni di gozzoviglio.

Il protagonista della pellicola è Joe (Joseph Gordon-Levitt), un looper ancora acerbo ma che si sta facendo un nome, ma che viene prematuramente chiamato a “chiudere il loop”. Qualcosa però va storto: il Joe del futuro (Bruce Willis), memore del suo passato, cambia le carte in tavola e riesce a salvarsi. Non può accettare la morte predestinata: in quei trent’anni di vita ha trovato finalmente la pace interiore e l’amore vero per una donna, e deve salvare queste sue conquiste. Al contrario il Joe del passato improvvisamente vede la sua vita sfuggirgli di mano, e vorrebbe solo sistemare le cose e ritornare alla sua condizione di stabile dissolutezza uccidendo il suo loop del futuro. Ne scaturisce una caccia a tre: tra il Joe del futuro che vuole cambiare la sua linea temporale, il Joe del passato che vuole recuperare il suo presente, e la mala che vuole eliminarli entrambi per chiudere il problema senza troppe preoccupazioni.

Fin qui il film tiene. Entrambi i Joe mostrano belle caratterizzazioni, anche se Bruce Willis ha meno spazio per mettersi alla prova come attore, regredendo poi nel corso della pellicola quasi allo stereotipo di se stesso. Si sarebbe potuto forse fare qualcosa di più per renderne le motivazioni e i sentimenti. Invece viene utilizzato quasi esclusivamente come action hero, ruolo che gli riesce più che naturale ma che francamente un pò ci delude. Poi c’è la questione del paranormale e del messianesimo, introdotti all’inizio del film come un mero accenno nella trama, come se la telecinesi fosse una comune devianza genetica nel 2044, e sempre più preponderanti fino al finale. Quando da metà film entra in gioco Emily Blunt, che interpreta una donna solitaria rifugiata nei campi di mais del Kansas col suo bambino, ci si comincia a chiedere se non si stia vedendo il film sbagliato.

La pellicola è stata presentata mediaticamente come un action “duro e puro” intelligente, mentre in effetti c’è molto più desiderio di emotività da parte del regista. Ma questa seconda parte del film, che ricorda i tempi di un vecchio western, è troppo dissonante, a nostro giudizio, con le premesse del film. Inoltre ci spiace notare come Bruce Willis finisca troppo spesso ad aver a che fare col paranormale. E’ diventato un cliché. Speravamo fosse cambiato il vento.

Non accettiamo poi la semplicistica giustificazione del film, per bocca di Joe del futuro, a non farsi troppe domande sulle linee temporali. Scusateci, ma di paradossi e viaggi nel tempo qualcosa ne sappiamo: ne vediamo e ne sentiamo parlare al cinema da decenni. Non crediamo che il pubblico medio, con un minimo di ragionamento logico e riflessione, si perda. Nel finale, tutto sommato comunque emozionante, è insito un paradosso grosso come una casa che non sveleremo per non spoilerare nulla ai nostri lettori. A Rian Johnson siamo affezionati per il sul primo film “Brick – Dose mortale”, il film grazie al quale abbiamo apprezzato per la prima volta proprio Joseph Gordon-Levitt. Eppure pare il regista abbia costruito la trama partendo da alcuni concetti e da alcune scene cardine, poi cercando di collegarli in un intreccio più ampio. Noi preferiremmo invece un intreccio più coeso. Le idee ci sono e sono quasi tutte buone, e la messa in scena è intrigante, e i protagonisti hanno carisma, davvero, ma c’è parecchio che non torna in questo bel film di Rian Johnson, “Looper”: troppi i buchi nella colma sceneggiatura del volenteroso regista.

Looper di Rian Johnson
Il semaforo di Velvet Cinema: Luce Gialla

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