Nymphomaniac: il sesso e l’ossessione per raccontare un dolore

Se n’è parlato tanto, tantissimo. Forse anche troppo. Grazie a un’abile squadra di esperti in marketing e comunicazione, che hanno spalmato questo titolo praticamente su tutte le pareti del mondo, rendendolo quasi sinonimo della parola “scandalo”: stiamo parlando di Nymphomaniac, naturalmente, la nuova opera del controverso Lars Von Trier. Il primo dei due volumi in cui è diviso il film sbarca finalmente nelle sale italiane il 3 aprile in una versione di 110 minuti distribuita dalla Good Films. Proprio perché se n’è parlato tanto, le aspettative sono enormi. E forse qui sta l’errore.

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In ogni caso, i fan di Von Trier non resteranno delusi. Avranno la loro abbondante dose di tinte forti e provocazioni. Come ampiamente annunciato e parzialmente mostrato nei trailer e nelle clip, il sesso è presente ovunque e in tutte le sue forme più sfrenate. La protagonista dichiaratamente ninfomane, Joe, è interpretata da Charlotte Gainsbourg; la disinibita Stacy Martin incarna la sua versione giovane (e comunque ha usato delle protesi); nel cast anche Shia LaBeouf, Stellan Skarsgard, Jamie Bell, Uma Thurman, Willem Dafoe, Christian Slater.

E’ la parabola di Joe, dall’infanzia all’età matura; una parabola cui lei stessa (raccolta in mezzo alla strada da Seligam-Skarsgard dopo essere stata picchiata) dà voce, basata sulla sua dipendenza dal sesso, scandita da momenti drammatici ma anche divertenti. Da una forma di follia che più volte l’ha portata a lasciarsi coinvolgere in situazioni estreme. Sesso, sì. Tanto. Porno d’autore, sì. Primi piani di genitali, fellatio, orgasmi, corpi sfacciatamente o famelicamente nudi, amplessi. Ma non è solo questo, ché altrimenti non sarebbe stato un film di Von Trier. Non è solo ossessione fine a se stessa.

No, in Nymphomaniac l’ossessione è la conseguenza del dolore. Di un’infanzia tormentata, di un rapporto intenso con la figura paterna e dell’assenza di quella materna. Di amori, di amicizie, di perdite incolmabili, di abbandoni. Il regista danese realizza, come di consueto, immagini crude e forti. Che prendono la mira e colpiscono. Un ruolo fondamentale nella creazione delle atmosfere (e anche questo è un tratto tipico del suo stile) va alla musica: classica, principalmente, con spruzzate di metal perché i contrasti netti fanno sempre un certo effetto. Il risultato complessivo è di indubbio fascino e interesse anche se non mancano momenti di stasi in cui si avverte troppa retorica, ma si superano senza lasciare tracce troppo profonde.

Ribadiamo il concetto: gli appassionati di Lars Von Trier non resteranno delusi. I curiosi e chi ha voglia di assaggiare un piccolo frutto proibito, nemmeno. Coloro che hanno lo stomaco forte, neanche. Tutti gli altri, forse, farebbero meglio a non accomodarsi in poltrona.

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