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Long Story Short di Raphael Bob-Waksberg su Netflix: quando BoJack Horseman diventa ancora più dark

Long Story Short di Raphael Bob-Waksberg su Netflix: quando BoJack Horseman diventa ancora più dark

Raphael Bob-Waksberg torna su Netflix con Long Story Short: e questa volta parla di famiglia

C’è un momento, guardando certi cartoni animati per adulti, in cui ti rendi conto che stai ridendo e soffrendo allo stesso tempo — e non sai bene quale delle due cose stia prevalendo. Raphael Bob-Waksberg conosce quel momento meglio di chiunque altro. Il creatore di BoJack Horseman è tornato su Netflix con Long Story Short, serie animata che ha debuttato sulla piattaforma nell’agosto del 2025 e che è già stata rinnovata per una seconda stagione ancora prima che andasse in onda il primo episodio. Un segnale di fiducia rarissimo, che racconta molto su come Netflix guardi a questo autore. Mettetevi comodi, perché c’è molto da esplorare.

Chi è Raphael Bob-Waksberg e perché conta

Prima di parlare di Long Story Short su Netflix, vale la pena fermarsi un secondo su chi sia davvero Raphael Bob-Waksberg nel panorama dell’animazione contemporanea. Non è un nome che trovi sui manifesti dei cinema, non è un volto che riconosci sui red carpet, eppure è uno degli autori più influenti della sua generazione nel campo delle serie animate per adulti.

Con BoJack Horseman — andata in onda su Netflix dal 2014 al 2020 — Bob-Waksberg ha fatto qualcosa di straordinario: ha preso il formato del cartone animato per adulti, già sdoganato da I Simpson e Family Guy, e lo ha trasformato in uno strumento narrativo capace di affrontare depressione, dipendenza, trauma, senso di colpa e il peso delle aspettative non realizzate con una profondità che molte serie live-action si sognano. BoJack Horseman era, in superficie, la storia di un cavallo antropomorfo ex star televisiva in declino. In realtà era un’esplorazione spietata e compassionevole dell’animo umano — o meglio, di ciò che resta di un essere vivente quando il successo si svuota e rimane solo la persona.

Quella serie ha lasciato un segno profondo nel pubblico e nella critica, costruendo nel tempo una base di fan appassionatissimi e un’eredità che continua a crescere anche anni dopo la sua conclusione. Chiunque abbia visto BoJack Horseman sa che non si tratta di intrattenimento leggero: è la roba che ti resta addosso, che ripensi a settimane di distanza, che a volte fa male in modo preciso e riconoscibile.

Ed è proprio per questo che il ritorno di Bob-Waksberg con Long Story Short su Netflix ha generato tanta attesa. La domanda che tutti si sono posti è la stessa: cosa ha in mente questa volta?

Di cosa parla Long Story Short: una famiglia nel tempo

Al centro di Long Story Short c’è una famiglia — e il modo in cui il tempo agisce su di essa, la trasforma, la mette alla prova. La serie ha come protagonisti i personaggi interpretati vocalmente da Ben Feldman e Abbi Jacobson, due nomi che portano con sé curriculum di tutto rispetto: Feldman è noto al grande pubblico per il suo lavoro in serie di successo, mentre Jacobson è co-creatrice e protagonista di Broad City, oltre che voce di Kipo and the Age of Wonderbeasts su Netflix — un’altra serie animata che ha saputo mescolare avventura e profondità emotiva.

La scelta del cast vocale non è mai casuale in Bob-Waksberg: in BoJack Horseman, ogni voce era calibrata con cura per costruire un personaggio tridimensionale anche solo attraverso l’audio. Con Feldman e Jacobson, il creatore porta in scena due performer capaci di muoversi con naturalezza tra commedia e dramma, tra leggerezza e peso emotivo — esattamente lo spazio in cui Bob-Waksberg ama operare.

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Immagine generata con AI

La struttura narrativa centrata su una famiglia nel corso del tempo è, di per sé, una scelta ambiziosa. Raccontare come le relazioni si evolvono, come le persone cambiano (o non cambiano) nel corso degli anni, come le aspettative di chi si ama si scontrano con la realtà — tutto questo richiede una scrittura capace di gestire ellissi temporali, salti in avanti, ritorni al passato, senza perdere il filo emotivo che tiene insieme il racconto.

È un terreno su cui il cinema ha prodotto capolavori — si pensi a Boyhood di Richard Linklater, o alla struttura narrativa di certi film di Michael Haneke — ma che nell’animazione seriale è ancora relativamente inesplorato. Bob-Waksberg sembra voler occupare quello spazio con la stessa determinazione con cui aveva occupato il territorio del dramma psicologico in BoJack Horseman.

Il confronto con BoJack Horseman: echi e distanze

Parlare di Long Story Short su Netflix senza confrontarla con BoJack Horseman sarebbe come parlare di un secondo romanzo di un grande scrittore ignorando il primo. Il confronto è inevitabile, e in questo caso è anche produttivo.

La differenza più sostanziale, dichiarata dallo stesso Bob-Waksberg, riguarda il tema della famiglia. Il creatore ha spiegato che in Long Story Short pensa alla famiglia in modo molto più diretto e consapevole rispetto a quanto non facesse durante la lavorazione di BoJack Horseman. È un’affermazione che dice molto: significa che c’è stata un’evoluzione personale oltre che artistica, che l’autore ha portato nella nuova serie qualcosa di diverso — una prospettiva maturata, forse più vicina alle proprie esperienze di vita.

In BoJack Horseman, la famiglia era presente come trauma, come ferita aperta, come radice di disfunzioni che il protagonista portava con sé senza riuscire a liberarsene. La madre di BoJack, Beatrice, era uno dei personaggi più complessi e disturbanti della serie — capace di suscitare orrore e compassione in egual misura. Le relazioni familiari in quella serie erano spesso tossiche, spezzate, fonte di dolore.

In Long Story Short, la famiglia sembra essere il centro gravitazionale della storia in un senso diverso — non solo come origine del danno, ma come spazio di possibilità, di cambiamento, di scelte che si ripercuotono nel tempo. Questo non significa necessariamente che la nuova serie sia più ottimista o meno complessa: significa che il punto di osservazione è cambiato. Bob-Waksberg guarda alla famiglia con occhi diversi, e quella differenza di sguardo si traduce in una storia diversa.

Dal punto di vista stilistico, l’animazione per adulti ha attraversato negli ultimi anni una stagione straordinariamente fertile. Serie come Undone (con la sua rotoscopia ipnotica), Arcane (con il suo stile visivo da graphic novel), The Midnight Gospel (con la sua struttura quasi psichedelica) hanno dimostrato che il medium può espandersi in direzioni sempre nuove. Bob-Waksberg ha sempre avuto un’attenzione particolare al modo in cui la forma visiva amplifica il contenuto narrativo — in BoJack Horseman, certi episodi sperimentavano con strutture narrative non lineari, con episodi quasi silenziosi, con momenti in cui l’animazione stessa diventava metafora.

È lecito aspettarsi che Long Story Short continui a esplorare le possibilità formali del medium, adattandole però a una storia che ha al centro il tempo e le sue trasformazioni. Il tempo, del resto, è un soggetto visivo oltre che narrativo: come si rappresenta il passare degli anni in un cartone animato? Come si mostra l’invecchiamento, il cambiamento, la perdita? Sono domande che la serie sembra volersi porre con serietà.

Il rinnovo anticipato: cosa ci dice sulla fiducia di Netflix

Il fatto che Netflix abbia rinnovato Long Story Short per una seconda stagione prima ancora che il primo episodio andasse in onda è un dato che merita una riflessione. Non è una pratica comune: di solito, le piattaforme aspettano almeno qualche settimana di dati di visualizzazione prima di confermare il futuro di una serie.

Quando questo non accade — quando il rinnovo arriva prima del debutto — significa che la piattaforma ha una fiducia straordinaria nel progetto e nel suo autore. Significa che Netflix crede che Long Story Short sia il tipo di serie capace di costruire un pubblico fedele nel tempo, di generare conversazione, di diventare un punto di riferimento culturale. Esattamente quello che aveva fatto BoJack Horseman.

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Immagine generata con AI

C’è anche una logica produttiva in questo tipo di decisioni: annunciare il rinnovo prima del lancio crea aspettativa, dà ai creatori la libertà di pianificare archi narrativi più ampi, e segnala al pubblico che la serie è un investimento a lungo termine, non un esperimento destinato a scomparire dopo una stagione. Per Bob-Waksberg, che con BoJack Horseman aveva costruito la sua storia su sei stagioni, la possibilità di lavorare su una narrativa estesa è probabilmente una condizione creativa fondamentale.

Perché Long Story Short su Netflix vale il vostro tempo

Siamo in un momento in cui l’offerta di animazione per adulti non è mai stata così ricca. Tra produzioni americane, europee e giapponesi, tra piattaforme che si contendono i migliori talenti del settore, distinguersi richiede qualcosa di più di una buona idea. Richiede una voce autoriale riconoscibile, una visione coerente, la capacità di sorprendere senza perdere il filo di ciò che si vuole dire.

Bob-Waksberg ha dimostrato con BoJack Horseman di avere tutto questo. E il fatto che con Long Story Short abbia scelto di non ripetere la stessa formula — di non fare semplicemente “un altro BoJack” — è di per sé un segnale incoraggiante. Gli autori che crescono sono quelli che si mettono alla prova su terreni nuovi, che accettano il rischio di deludere le aspettative pur di raccontare qualcosa di diverso.

La famiglia nel tempo, con Ben Feldman e Abbi Jacobson a dare voce ai protagonisti, è un punto di partenza che promette molto. Non sappiamo ancora tutto quello che la serie ha in serbo — e in fondo è giusto così, perché le migliori serie vanno scoperte episodio per episodio, lasciandosi sorprendere. Ma le premesse sono solide, l’autore è uno dei più affidabili della sua generazione, e la piattaforma ha già scommesso sulla continuità del progetto.

Per approfondire la serie direttamente dalla fonte, potete leggere l’intervista a Bob-Waksberg su Cartoon Brew, una delle testate più autorevoli nel mondo dell’animazione, oppure consultare la pagina ufficiale su Netflix Tudum per tutti i dettagli sulla serie.

Conclusione: un autore che non smette di cercare

Raphael Bob-Waksberg potrebbe tranquillamente vivere di rendita sulla reputazione di BoJack Horseman. Invece ha scelto di rimettersi in gioco con Long Story Short su Netflix, portando una storia nuova, un centro tematico diverso, personaggi che guardano al mondo con occhi che non sono quelli di BoJack. È la mossa di un autore che non si accontenta, che usa ogni nuovo progetto per capire qualcosa di più su se stesso e sul mondo che lo circonda. E noi, da cinefili, non possiamo che essere grati per questo. Perché le serie che valgono davvero sono quelle in cui senti che dietro c’è qualcuno che ci ha messo qualcosa di vero — e con Bob-Waksberg, quella sensazione non ti abbandona mai.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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